Avere vent’anni: CRADLE OF FILTH – From The Cradle To Enslave

Trainspotting: Nel 1999 i Cradle of Filth erano tra i miei gruppi preferiti. Ho già parlato dell’opinione che avevo di loro trattando sia Dusk and Her Embrace sia Cruelty and the Beast. Dani e compagnia erano praticamente inattaccabili, vista la loro discografia sino a quel momento, e l’uscita di questo EP è stato uno di quegli appuntamenti segnati sul calendario e attesi con ansia vera.

Riuscii a mettere le mani su From the Cradle to Enslave in pieno periodo natalizio. Frequentavo parecchio il simpatico furetto a quei tempi, anche perché abitavamo sullo stesso pianerottolo, e lui aveva la tendenza ad assorbire tutte le mie frequenti manìe, dandomi corda e fingendo di appropriarsene. Ovviamente i Cradle of Filth erano lontanissimi dai suoi gusti musicali, ma a lui piacevano i vampiri e quindi credo che fosse per questo che ogni tanto mi chiedeva di farglieli ascoltare.

Oltre ai vampiri, in quel periodo il simpatico furetto era fissato anche per un’altra cosa: Alessia Merz. Lei era una velina di Striscia la Notizia che veniva dal pollaio di Non è la Rai, e proprio in quei giorni era uscito il suo calendario di Maxim (che quindi compie vent’anni, dovremmo scriverci un articolo). Quel calendario faceva bella mostra di sé nella sua stanza, la stessa in cui ascoltavamo From the Cradle to Enslave e facevamo le nottate a giocare a Syphon Filter sulla Playstation. Quel Natale 1999 fu il Natale dei Cradle of Filth e di Alessia Merz. Il furetto mi mandava messaggini scrivendo cose tipo: “Stasera serata Playstation? Ho comprato il barilotto da 5 litri. MERZMANIACI FROM THE CRADLE TO DEPRAVE!”, e cose così. Che periodo, porca puttana. Poi arrivò il Capodanno del 2000 e, con esso, sparirono dalla circolazione sia i Cradle of Filth che Alessia Merz. Di loro ci rimangono i vecchi dischi e il calendario, che rimase appeso nella stanza del furetto fino al 31 dicembre, per non essere più sostituito. Erano finiti anche i tempi dei calendari con le sgallettate. Gli anni Duemila ci hanno portato via tutto questo, insieme a Chuck Schuldiner, X-Files e le tute acetate. Ci rimane il ricordo di quel Natale, della nostra ingenuità e di un piccolo mondo antico che non tornerà mai più. Buon compleanno, From the Cradle to Enslave.

Le foto del calendario sono impubblicabili qua sopra, quindi accontentatevi dello sguardo magnetico

Marco Belardi: Sul finire del 1999 mi trovavo in piena overdose da questo tipo di musica qua. Cruelty And The Beast non era nemmeno il migliore che avessero fatto, ma in qualche modo i Cradle Of Filth erano diventati uno dei gruppi verso cui rivolgere la massima attenzione. Il black metal non era affatto quello lì, ma, presi come gruppo estremo trainante, gli inglesi si confermavano un qualcosa di godurioso uscita dopo uscita, nessuna esclusa. È però risaputo che c’è sempre una prima volta, e io la aspettavo. From The Cradle To Enslave vide la luce in una soleggiata giornata autunnale che per me significò correre in centro col primo autobus, acquistarlo senza nemmeno chiedere l’assaggino che il negoziante offriva incollando alcuni lettori cd al bancone, e correre ancora, stavolta in direzione di casa, con la consapevolezza che il primo ascolto sarebbe stato fustigato dal rumore di vibrazioni fisso in sottofondo. Cioè, l’autobus stesso con mezze viti e bulloni per i cazzi propri, poiché nessuno lo revisionava da chissà quanto.

Settati i volumi praticamente al massimo, come da consiglio di Sigurd Wongraven dietro alla confezione di The Shadowthrone, ebbi a che fare con il primo album dei Cradle Of Filth senza Nicholas Barker alla batteria. La copertina era un’autentica merda, niente a che spartire con quella di Cruelty And The Beast il cui artwork raggiunse livelli sublimi. Il pezzo inaugurale era godurioso, ma si notavano subito un paio di cose: il senso di orrorifico che dagli esordi caratterizzava, accompagnava e spingeva la band anglosassone, aveva assunto un tono ben più grottesco. Fatta eccezione per la blastata centrale, l’impressione che mi diede From The Cradle To Enslave fu quella dei Cradle Of Filth intenti nel giocare a fare i Cradle Of Filth. Niente più oscurità, ammesso che in seguito a Dusk And Her Embrace qualcuno ne abbia trovate tracce davvero concrete, e niente più maledizione ad aleggiare là sopra. Il batterista, inoltre, era uno degli individui più anonimi che avessi mai ascoltato in vita mia. Non un pattern, non un fill, giusto un tappetino di doppia cassa che di tanto in tanto si ripresentava. Seppur imperfetta, ho ancora in testa quella canzone come se l’avessi appena ascoltata, e questo mi indica che ha comunque vinto lei.

L’altro inedito, il minore, vedeva l’anonimo alternarsi al conosciuto Adrian Erlandsson degli At The Gates, ovvero uno dei Cinque batteristi, non cento, Cinque, che non avrei mai e poi mai infilato nei Cradle Of Filth. Lo dico per il semplice fatto che tanto fu perfetto Nicholas Barker, quanto lo svedese non trovava alcuna affinità stilistica con la loro musica. Cazzo, Dani. Il pezzo era decente, quel genere di cose che vengono definite thrashone e per le quali Paul Allender si sarebbe rivelato molto più tagliato rispetto alla coppia formata da Piras ed Antsis. Le due cover facevano schifo al cazzo, sottolineo, in modo non distinto: Misfits, Anathema, onestamente non saprei da chi partire. Sleepless, da Serenades, poteva anche rivelarsi il loro campo da gioco ma niente da fare, fu soprattutto Dani Filth a farmi girare le palle in occasione di quella cover. E poi si arriva all’Indecenza.

La traccia cinque consisteva in una di quelle cose che ti aspetti dentro a un lavoro targato Aborym, e il giorno che ne fanno sfoggio i Cradle Of Filth anticiperesti la brexit di un ventennio – o trentennio, se le tempistiche non variano – per il solo e puro senso di dissociazione. Pervert’s Church è descrivibile come una colonna sonora di un vecchio videogioco Konami che incontra una zoccola in cosplay, impegnata nella riproduzione di voci angeliche per sottointendere che l’esatto contrario dimora nella sua personalità torbida. Era orribile, e solo loro, anzi solo lui, ha memoria di come e perchè sia nata una roba del genere. Funeral In Carpathia, invece, a cui aggiunsero un suffisso fra parentesi del tipo (Be Quick Or Be Dead) oppure (double extrema tupatupa) oppure (suiss chocolate peanuts of Satan & macadamia), era la merda più merdosa di tutto quanto il dischetto, poiché, nell’arroganza di proporsi come più sparata ed estrema dell’originale, commise due errori. Uno, riusciva a non suonare più come il magistrale brano black metal del 1996, uno dei migliori mai incisi dalla band. Due, i peggiori suoni di batteria di sempre, ancor peggio di quelli di Cruelty And The Beast, segno che Nicholas Barker in quegli anni – mi perdoni il gran batterista che egli era ed è – non ci stava capendo più un cazzo oppure aveva effettivamente esagerato con tacos e burrito per permettersi di curare una puttanata qualunque come “la postproduzione”. Midian, che non era prodotto esattamente benissimo, fu come una ventata d’aria fresca; anche se si trattava a tutti gli effetti di un’altra band, riazzerata nella sua quasi totale interezza.

5 commenti

  • Il simpatico furetto: quanti ricordi porca puttana.

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  • La dipartita di Barker fu la pietra tombale dei COF, Erlandsonn non ci azzecava un cazzo con loro e li ha trasformati in un brutto gruppo di death/thrash salcazzo da Midian in avanti. Se penso poi che costui è finito a far danni anche nei Paradise Lost le bestemmie si sprecano. L’ep in questione è una vera merda, con i suoni più orrendi che abbiano mai avuto credo. Non fu una grande delusione per me, perché nel 99 la fissa dei cradle mi era ormai passata da un pezzo però questo dischetto è sintomatico del fatto che ormai il meglio del metal con cui si era cresciuti era definitivamente alle spalle.

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  • Di calendari ricordo di aver avuto quello della Marcuzzi e di Rossella Brescia, poi forse la Bellucci (?) non ho idea di che anni fossero, me li regalava ogni anno, puntualissimi, mia sorella per Natale.
    La Merz mi piaceva poco, ma nel 1999 avevo 17 anni e mi sarei accontentato anche di molto meno.

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  • Il problema di questo ep e’ che i COF ci avevano trattato troppo bene con Vempire, e molti si aspettavano una uscita molto piu sostanziosa, che un uscita fatta in fretta e furia x pompare il video. La canzone me la ricordavo piu interessante, mentre il video mostra tutta la cafonaggine intrinseca di Dani e soci, anche se all’epoca eravamo piu interessati e quindi offuscati da poppe e patate…

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  • Sono sempre stati un gruppo di merda per poser di merda. Orgoglioso di averli presi a bottigliate più di una vita.

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