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Martello va alla fabbrica: una fiaba industrial metal

11 settembre 2019

In un paese lontano lontano, in un piccolo ma più che dignitoso castello, viveva un vecchio re.

Questo re, però, non era sempre stato un re, tutt’altro: di chiara estrazione popolare, a quindici anni vendeva la frutta al mercato, a venti suonava la cetra sotto le case dei nobili per due misere monete, a ventidue guidava le carrozze dei principi che andavano a puttane, ma soprattutto, tra i venticinque e i quarant’anni, era stato un operaio, un operaio specializzato in una fabbrica di catapulte. Poi, vabbè, come costruiva le catapulte lui non le costruiva nessuno, aveva sviluppato negli anni un certo fiuto per gli affari, si era licenziato per mettersi in proprio e, piano piano, era diventato il più grande costruttore di catapulte di tutta la zona che va dalle Montagne Alte fino ai Mari Bassi (un’area piuttosto vasta, ve l’assicuro). Capirete, miei amici lettori, che da lì a diventare un piccolo re la strada è tutta in discesa.

Dopo aver salito rapidamente tutti i grandini della società ed essersi assestato su quello più alto, però, a differenza di molti altri come lui, il re volle restare umile: prese in moglie una popolana di selvaggia bellezza, da cui ebbe una bambino che, per non dimenticarsi mai del suo passato, chiamò “Martello”.

Purtroppo, dopo un’infanzia ricca di giochi e regali divertimenti, Martello, entrato nel pieno della giovinezza, cominciò a dimostrarsi abbastanza insofferente: quella vita di ozi, passeggiatine a cavallo e feste a tema con principesse stupide e logorroiche non faceva per lui, anzi, gli andava proprio stretta.

Un giorno Martello andò da suo padre e disse: “Papà, io voglio andare in città, lavorare in fabbrica, come hai fatto tu… sporcarmi le mani, capisci. Il sudore, la fatica, la schiena rotta, il senso del dovere… posso andarci?

Il padre, dapprima piuttosto sorpreso dalla bislacca richiesta, gli si avvicinò e, pieno di pathos, gli disse: “Figlio mio, se questo è il tuo più grande desiderio, non sarò certo io a fermarti. Ma sappi che la vita in fabbrica è molto, molto dura. E alle volte… pericolosa!

Martello non si lasciò scoraggiare da quest’ultimo avvertimento e, bisaccia in spalla, partì immediatamente.

Arrivato in città, chiese subito della fabbrica di catapulte e, dopo un breve colloquio (in cui cercò in tutti i modi di nascondere la sua provenienza regale, spesso ricorrendo anche al torpiloquio), venne assunto. Ma gli operai della fabbrica, maliziosi e chiacchieroni, sapevano tutto di lui (anche perché la somiglianza non lasciava dubbi in merito). Essi erano gli ex compagni di suo padre che, logorati dall’invidia, avevano sempre maldigerito la sua scalata al successo; quale miglior occasione per rifarsi su colui che era stato, e continuava ad essere, causa dei loro turbamenti interiori?

Il primo giorno di lavoro, uno degli operai prese Martello da parte: “Ti faccio vedere una cosa!

Che cosa?” – rispose Martello.

Eh, ehm, sì… ehm… voglio farti vedere dove teniamo i cacciaviti!

Oh che bello, la stanza dei cacciaviti! Non vedo l’ora!” –  esclamò Martello con gli occhi che brillavano.

L’operaio lo condusse per una stretta e angusta galleria, che terminava con una polverosa porticina in acciaio. L’operaio infilò le chiavi nella serratura, ma prima di aprirla strinse le labbra e fischiò a pieni polmoni. All’improvviso sbucarono dal nulla due omaccioni, che afferrarono Martello alle spalle, in una presa che non lasciava scampo. Il giovane non capiva.

Tenetelo fermo!” – disse l’operaio alla porta, mentre, con un clangore insopportabile, girava le chiavi nella serratura.

Martello non scorderà mai l’apertura di quella stanza: all’interno candelabri dalla luce multicolore, fosforescente ed intermittente, illuminavano la raccapricciante scena di due donne, strette da capo a piedi in delle tute di gomma nera traslucida (non esisteva all’epoca la parola latex), che frustavano a sangue un povero e ignudo mendicante, con una musica assordante ad accompagnare il tutto; un mix di rumori spaccatimpani dall’incedere marziale, che creavano un’atmosfera ancor più terrificante di quanto già non lo fosse. C’erano anche degli strani marchingegni, delle braccia metalliche (non esisteva all’epoca la parola robot) che si muovevano all’impazzata e spruzzavano ovunque del fumo assai poco salutare, rendendo l’aria irrespirabile. Martello cominciò a piangere disperato.

Voglio andare via! Voglio andarmene!” – urlava. 

Gli operai che lo tenevano fermo, sghignazzando, mollarono la presa, e Martello fuggì. Il giovane tornò al castello di suo padre, si chiuse nella sua regale cameretta, e non vi uscì per sette lunghi anni.

Ah, gli operai, giusto… gli operai vennero messi a morte dal loro ex collega/re. La terrificante “stanza della pausa pranzo” (così la chiamavano tra loro) venne murata, con le donne assatanate in latex dentro. Ah, anche con quel povero mendicante, ignudo e sanguinante, che non c’entrava nulla. (Gabriele Traversa)

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