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Avere vent’anni: STORMLORD – Supreme Art of War

29 agosto 2019

Degli Stormlord, all’interno della variegata e piuttosto squallida “scena” metal italiana e soprattutto romana di 15-20 anni fa, si è sempre detto tutto e il contrario di tutto: a chi piacevano (e piacciono tuttora) un botto, chi non li ha mai sopportati, chi li ha definiti sottovalutati, chi raccomandati e via dicendo. Senza dubbio il fatto che il cantante e membro fondatore, Cristiano Borchi, sia stato il caporedattore di Metal Shock influì positivamente sull’esposizione mediatica della band, e non mi sento neanche di condannarlo per aver in qualche modo “sfruttato” la rivista per fare pubblicità alla sua creatura, anche perché, parliamoci chiaramente, l’avrebbe fatto chiunque. Questo ovviamente, in un universo metal piuttosto piccolo e rancoroso come quello italiano, ha generato invidie e illazioni di tutti i tipi. È innegabile che certi giudizi ai tempi risultassero un po’ troppo esagerati, da una parte e dall’altra, così come è innegabile che gli stessi Stormlord nelle interviste non le mandassero certo a dire, lanciandosi in polemiche effimere (le assurde frecciatine ai gruppi norvegesi, in coabitazione con gli Handful of Hate, me le ricordo piuttosto bene) e lamentando il fatto di non riuscire a sfondare solo perché italiani (che può essere anche vero, ma fino ad un certo punto).

Dal punto di vista musicale il mio rapporto con gli Stormlord si riduce all’ascolto del primi mini e per l’appunto del full d’esordio Supreme Art of War, che continuo a distanza di anni a ritenere il miglior disco della band romana. Strutturalmente parliamo di un medieval epic black metal che, come atmosfere, ricordava molto i primissimi Summoning, i Godkiller e i Bal Sagoth, caratterizzato da un copioso uso di tastiere dal suono simile a quello dei Falkenbach del secondo (capo)lavoro. Nonostante la produzione troppo ovattata per i miei gusti, Supreme Art of War è un disco che si lascia ascoltare piacevolmente per tutta la sua durata, con picchi assoluti come Where My Spirit Forever Shall Be (anche se la versione del mini mi piaceva di più), Immortal Heroes e Age of The Dragon, con tanto di declamazione iniziale in latino ad opera di Volgar dei Deviate Ladies, senza dubbio il momento più epico di tutto il disco. Un lavoro con qualche sbavatura qua e là, ma che sicuramente non difetta di epicità, e che in alcuni momenti sembra veramente trasportarti nel periodo di mezzo.

Purtroppo già nel disco successivo la band si distaccherà da queste tematiche, optando per un approccio più death metal fino ad arrivare al pappone bombastico powerizzato degli ultimi lavori, che decisamente non fanno proprio al caso mio. Loro lo chiamano extreme epic metal, anche se a mio personalissimo giudizio di epicità ormai ne è rimasta ben poca. (Michele Romani)

3 commenti leave one →
  1. Bacc0 permalink
    29 agosto 2019 16:07

    Definirli pompati dalla critica nostrana del tempo direi che è fin riduttivo, sono state ben altre le band che avrebbero meritato il sostegno della scena. Degli stormlord, allora come adesso, se ne può fare tranquillamente a meno.

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  2. El Baluba permalink
    29 agosto 2019 18:25

    Ho da qualche parte l’EP uscito prima di questo disco. Ricordo che me lo presto un compagno di università, che frequentava qualcheduno del gruppo, e poi non se l’è più ripreso. Boh, sarà che all’epoca si portavano appresso parecchia invidia in giro, ma a parte “Where My Spirit Forever Shall Be” non mi hanno mai detto molto, o comunque non sono mai andato ad appronfodirli troppo. Diversi anni fa conobbi anche il bassista, Francesco mi pare si chiami, ed era una persona in gamba.

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  3. Fredrik DZ0 permalink
    29 agosto 2019 20:46

    A me il primo mini piaceva, al netto di una produzione approssimativa, qualche colpo di doppia cassa fuori tempo, e in generale quell’aria ruspante da band al primo demo. Il potenziale c’era, poi persi per strada subito dopo.

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