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Musica di un certo livello #31: INNER SHRINE, AFRAID OF DESTINY

13 aprile 2019

I toscani Inner Shrine sono stati negli anni ’90 tra i migliori interpreti italiani di quell’ondata di gothic metal che stava avvolgendo l’Europa di un pesante drappo di velluto rosso (nonché di troppi pizzi e merletti). La loro particolarità risiedeva nell’uso combinato di testiere e voci femminili, eteree o soprano, finalizzato a creare ambientazioni malinconiche e cariche di romanticismo (quindi per intenderci, più velluto e meno pizzi). Nell’intento erano unici (forse solo i primi Macbeth vi si avvicinavano in attitudine), anche perché riuscivano nell’intento in un modo che appariva talmente naturale e fluido da non potervi non rimanere coinvolti (anche perché il loro gothic lirico e orchestrale era molto più cupo di quello che si sentiva in giro). Dopo un esordio cui sono molto legato sono andati via via calando nella mia personale graduatoria di gradimento, ma non ho mai smesso di seguirli, in paziente e umile attesa che se ne uscissero con un disco come piace a me: Heroes è un titolo veramente perfetto per un album del genere, carico di eroismo epico ma sempre ammantato di quella gotica malinconia che appartiene loro, con una struttura insolita e una forma canzone classica (intesa come propria della musica classica) ma pienamente aderente alle peculiarità del gothic metal (netta, quindi, la distanza tra questo e il senza compromessi ma più ostico Mediceo). La mia impressione è che qui si riparta da quell’attitudine che rese unico Nocturnal Rhymes Entangled in Silence e anche nei contenuti, al netto di una produzione più adeguata ai tempi odierni, pare che non sia poi trascorso così tanto tempo nonostante in realtà parecchia acqua sia passata sotto i ponti e quel drappo sia ormai logoro e frusto, con pochissimi gruppi rimasti a ricucirne gli strappi. In questo contesto si inserisce Heroes che fregandosene di tutto ciò riesce a ricreare quelle atmosfere che mancavano da un po’.

Un album che in sordina, zitto zitto, alla lunga sta venendo fuori sorprendentemente bene e che sto apprezzando sempre più è il nuovo degli Afraid of Destiny. Abbiamo scoperto dell’esistenza del duo trevigiano al Black Winter Fest a Parma lo scorso dicembre, ce li siamo segnati sul taccuino di Satana nel listone delle band da approfondire ed eccoci qua a ribadire il nostro gradimento, nello specifico per S.I.G.H.S. L’acronimo dell’inequivocabile onomatopea sta per Still I Gently Hide Sadness, terzo full (inizialmente gli AoD erano un progetto solista del giovane Francesco Chissalè, aka Adimere) che si potrebbe serenamente inquadrare come depressive black metal, ma che nei fatti è un qualcosa di più evoluto e che straborda rispetto a quell’unica limitante classificazione. Di solito il depressive tout court, infatti, è un sottogenere che ha il fiato corto per via della limitatezza dei vincoli stilistici autoimposti. Tradotto: rischia molto spesso di annoiare. S.I.G.H.S. non incappa nello stesso difetto neanche per un momento perché è molto vario, atmosferico e fa il pelo a quello che qualche annetto fa si sarebbe chiamato blackgaze ma senza alleggerire per forza il suono verso sonorità post-metal. Ci ritrovo, infatti, passaggi anche doom, come in Shells, dove pure le urla disperate che si sentono in sottofondo (artificio che di solito trovo forzato) ci stanno bene, altri, invece, di una malinconia sincera o persino romantici come negli intermezzi strumentali Tutto ciò che sento (dove protagonista è un dialogo tratto dal film Her) e Malinconica Venezia (titolo veramente evocativo). I momenti migliori del lotto sono, però, proprio quelli più cupi e “disperati” ascoltando i quali non riesco a non pensare a Brave Murder Day. Come si dice sempre in questi casi: da tenere d’occhio. (Charles)

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