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Un poliziotto a mano armata: in memoria di Maurizio Merli

10 marzo 2019

Sul finire degli anni ottanta i miei si trasferirono da quella che è universalmente riconosciuta come la città più bella della Toscana – e quasi certamente dell’Europa intera – per fare ritorno in terra romana. Non nell’Urbe, ma in provincia, in quella che una volta era tutta campagna e oggi è tutta campagna con qualche abuso edilizio in più. Qualche anno più tardi, una volta diventato un adolescente con la fissa di registrare Roma Violenta su Rete4 alle 3 di notte, mi dissero che lì vicino, un tempo, abitava Maurizio Merli.

In realtà non so se ci abitasse davvero, perché le notizie sulla sua vita privata sono piuttosto rare (di sicuro morì a Roma durante una partita di tennis ed è sepolto a Poggio Catino, vicino Rieti, dove solitamente trascorreva le vacanze)  ma mi piace pensare che fosse effettivamente così, perché quella casa rappresenterebbe una metafora perfetta dell’esistenza del Merli attore, scomparso proprio in questo giorno, trent’anni fa. Piazzata a ridosso dell’Agro Pontino, al confine tra due province e lambita dalla principale arteria stradale che collega la Capitale al litorale sud, fino all’estremo meridionale della regione.

Ed in effetti quella era stata la vita artistica di Merli: un’esistenza di frontiera, ad un passo da un successo consumato troppo rapidamente, di una celebrità che tale è stata per poco più di un lustro. Tra l’altro, quegli stessi titoli che lo hanno reso famoso nella seconda metà degli anni settanta e immortale oggi, sono stati la causa dell’ostracismo nei suoi confronti da parte dell’industria dello spettacolo. Per comprendere la portata del disgusto, da parte di una larga fetta della critica del tempo, nei confronti dei vari commissari Betti e Tanzi interpretati da Merli, è sufficiente leggere gli articoli di giornale il giorno dopo la sua morte.

La Repubblica lo infilò in un variopinto calderone di “attori che, grazie a un passato atletico e alla bella presenza, si sono affermati soprattutto per le loro prestazioni acrobatiche attraverso i generi cinematografici che di volta in volta hanno conquistato le platee popolari, soprattutto il western prima e il poliziesco d’ azione più tardi”, tra l’altro sbagliando la scansione cronologica della filmografia, giacché Merli recitò in un solo western e per giunta completamente fuori tempo massimo rispetto all’età d’oro del genere.

La Stampa gli riservò un taglio basso nella sezione spettacoli, eludendo con mirabile maestria ogni riferimento al quinquennio 1975-80 e limitandosi a ricordare l’apparizione da comparsa nel Gattopardo di Visconti e il ruolo di Garibaldi nella miniserie per la Rai. Paradossalmente fu solo L’Unità a rispolverare il passato “da superpoliziotto alla Callaghan” (cit.) dell’attore romano, i cui personaggi finivano costantemente nel mirino della critica con l’accusa di essere reazionari vendicatori fascisti.

Improvvisamente emarginato dal mondo del cinema, al termine della stagione dei poliziotteschi, Merli trascorse gli anni ottanta tra comparsate in programmi tv, una manciata di film dimenticabili e interviste agrodolci, nelle quali rispondeva con la terrificante formula di rito dell’attore prossimo all’oblio alle domande sui progetti futuri (“Ho in programma di tornare al teatro”). La prematura scomparsa ne ha alimentato il mito, creando attorno a lui tutta una serie di leggende più o meno verosimili, raccontate da chi, in quegli anni, lavorò con lui.

Si narra che fosse solito girare in prima persona e senza controfigure le scene d’azione più pericolose (in una di Poliziotto Sprint pare ci stesse rimettendo le penne, ma è probabile che il caso fosse stato montato ad arte dalla produzione del film), che pretendesse camicie cromaticamente quanto più vicine al colore azzurro dei suoi occhi e che portasse sempre lo stesso paio di scarpe sul set per scaramanzia. Racconta Dardano Sacchetti che, al culmine della sua popolarità, non riuscisse più a scindere tra la realtà e la finzione cinematografica, tanto da immedesimarsi completamente nella parte del commissario di polizia e vedere nel personaggio del Gobbo interpretato da Tomas Milian, l’antagonista di Tanzi in Roma a mano armata, un vero e proprio criminale da catturare.

Fosse vivo oggi, di Merli ci si ricorderebbe probabilmente solo l’8 febbraio dell’anno prossimo, in occasione del suo ottantesimo compleanno, magari con un’ospitata a Stracult per demolirne gli ultimi scampoli di memoria. Del resto ben pochi di quel periodo sono rimasti nel giro e, tra i suoi più o meno coetanei, c’è chi si è dedicato ad altro come Luc Merenda, chi ha ridotto drasticamente o ridotto a zero le apparizioni sul grande schermo come Fabio Testi o Antonio Sabato e chi se ne è andato prematuramente, come Ivan Rassimov ed Enrico Maria Salerno.

L’unico rimasto in piena attività è proprio Franco Nero, del quale Merli veniva considerato, al tempo, come una versione più scarsa e oggi, in un mondo ideale, verrebbe scelto per il ruolo di protagonista in un maestoso biopic per celebrare la carriera del Callaghan de noantri. Nel mondo reale, invece, questo film non esisterà mai e semmai a qualcuno venisse in mente di realizzarlo, la parte principale spetterebbe comunque a Favino. (Matteo Ferri)

2 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    10 marzo 2019 11:22

    Che bell’articolo, bravo. Hai ripescato pure articoli del tempo… Oh, c’era già Madonna, pure.

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  2. Fanta permalink
    10 marzo 2019 13:14

    Bell’articolo. In questi giorni sto leggendo “Hollywood sul Tevere – Storie scellerate”, di Sansonna (uno degli autori di “Fuori Orario”). Al di là di uno stile di scrittura a tratti ampolloso, il libro racconta la faccia oscura delle vite di alcuni attori, imitatori (Oliviero Noschese), registi, più o meno importanti, degli anni 60 e 70 del cinema e della televisione italiana. E lo fa con crudezza realistica, appoggiandosi a una notevole capacità di analisi umana e psicologica. Ve lo consiglio.

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