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THE SKULL – The Endless Road Turns Dark

9 dicembre 2018

Tra i padrini del doom anni ’80 insieme a Saint Vitus e Pentagram, i Trouble si giocarono la carriera nel 1992 con Manic Frustration, un album clamoroso che virava su un hard rock graffiante e zeppo di riferimenti ai mostri sacri, dai Beatles e ai Led Zeppelin. Il disco andò bene ma non fu quel grande successo commerciale atteso dalla Def American, che li scaricò senza tanti complimenti. Tre anni dopo il pur pregevole Plastic Green Head avrebbe cercato, senza grandi risultati, di recuperare i favori della vecchia guardia. La band sarebbe di fatto morta lì. Gli anni dopo i Trouble sarebbero pressoché scomparsi dalla circolazione, tra membri che vanno e vengono e il disinteresse di un pubblico che di lì a poco sarebbe tornato a innamorarsi delle sonorità ispirate al Sabba Nero. Solo nel 2007 esce un album, il dimenticabile Simple Mind Condition. Non se lo fila nessuno. Eric Wagner, stanco di questo continuo girare a vuoto, molla la baracca insieme al batterista Jeff Olson. Il bassista originale, Ron Holzner, se ne era già andato da un pezzo.

I due chitarristi Rick Wartell e Bruce Franklin, rimasti soli, rimettono in piedi la band con alla voce Kyle Thomas degli Exhorder, che aveva già sostituito Wagner durante il suo primo allontanamento, dal ’97 al 2000. Di riconciliazione con i vecchi compagni non se ne parla. I motivi non sono mai stati chiariti appieno ma, nelle varie interviste, si allude a ruggini personali mai superate. Un nuovo disco a nome Trouble, l’ottimo The Distortion Field, arriva solo nel 2013. Nel frattempo Wagner non se ne era stato con le mani in mano. Nel 2014 torna in pista con il primo lp dei suoi Blackfinger, psichedelici e settantiani, e il singolo di esordio di un altro progetto chiamato The Skull, come uno dei dischi più celebri dei Trouble. E dei Trouble c’è anche la sezione ritmica originale: riecco a bordo Olson e Holzner. Si crea dunque una situazione alla Rhapsody o alla L.A. Guns, con due membri da una parte e tre dall’altra.

Di lì a poco esce il full, For Those Which Are Asleep. Chi vince il derby? Diciamo 1-1 e palla al centro, considerando pure che la mitosi dei Trouble ha dato vita a due gruppi che mettono l’accento su componenti diverse del sound della band madre. La creatura di Franklin e Wartell ne ha preso l’anima più metallica e irruente, i The Skull quella più oscura e funerea. Non solo, i Trouble odierni, pur non tradendo affatto le loro radici, hanno modernizzato un minimo la loro proposta, se non altro per tirare fuori il meglio da un cantante come Thomas, del tutto diverso da Wagner. I The Skull guardano fieramente ai tempi che furono.

A fianco di Wagner è rimasto solo Holzner. Metal Archives spiega che Olson ha ricevuto una promozione presso la distilleria dove lavora e non ha più tempo per i tour. Che dire, siamo molto contenti per lui, il suo è un lavoro nobilissimo. Al suo posto, attenzione, c’è l’ex Cathedral Brian Dixon, mentre alla chitarra c’è Rob Wrong dei Witch Mountain. Rispetto a For Those Which Are Asleep, la principale novità è la scelta del cantante (che dal vivo – dove i The Skull propongono diversi pezzi dei vecchi Trouble – non si era mostrato sempre a suo agio sugli acuti, complice l’età) di mantenersi quasi sempre sui toni bassi. Ne viene fuori un lavoro ancora più blueseggiante e retrò. La conclusiva Thy Will Be Done grida Vol. 4 da ogni accordo. I tempi sono quasi sempre lentissimi, con qualche ritmo più sostenuto, subito compensato da assoli dilatati e avvolgenti nei frangenti più hard rock come Ravenwood.

Piero Tola, al quale The Endless Road Turns Dark è piaciuto talmente tanto da piazzarlo in playlist (arrivano, arrivano), mi disse, prima che lo ascoltassi, che basta già il riff iniziale della title-track, in effetti splendida, per innamorarsi. È vero, ci si sente subito a proprio agio ed è difficile togliersi dalla testa pezzoni come Breathing Underwater, deliziosa nella sua semplicità. Condivido però solo in parte il suo entusiasmo. Forse c’entra l’approccio volutamente dimesso e passatista, quasi per Wagner la band con cui sfogare la creatività siano i Blackfinger e i The Skull un approdo sicuro e rassicurante, dove rischiare meno e regalare ai fan quello che vogliono. Il che, per carità, va benissimo. (Ciccio Russo)

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