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Lezioni di vita

2 agosto 2018

È morto Mark Shelton e ancora non me ne capacito. La notizia mi ha colto all’estero e solo adesso ho modo di buttare giù due righe. Due righe… Onorare la vita del “nostro” Shark meriterebbe più di due righe. Raramente la fine di un artista riesce a farmi commuovere. Per fare l’unico paragone recente possibile, quando se ne andò via Lemmy non stavo così male. Forse perché Lemmy non era esclusivamente “nostro”. Invece Mark era il nostro Mark e di nessun altro. Che il paragone con Lemmy si dia per concluso ora. Mark Shelton era un personaggio tutt’altro che mainstream, totalmente distante da qualsiasi show business, anzi, si può dire che all’interno dello stesso mondo dell’heavy metal era fra i meno conosciuti. I lettori più giovani tra voi, quelli che hanno iniziato ad ascoltare metal nei 2000, probabilmente lo conoscono solo grazie al fatto che qui, su Metal Skunk, non abbiamo mai perso occasione di parlare dei Manilla Road e del loro padre fondatore e magari neanche riescono a comprendere cosa andiamo cianciando da qualche giorno su di lui. Quando ero ragazzino li avevo ascoltati distrattamente senza coglierne l’importanza e ogni tanto mi capitava di leggere queste recensioni di qualche illuminato che si sperticava in lodi sull’ultimo di una lunga serie di dischi prodotti. Sinceramente non ne capivo il senso. O meglio, intuivo che c’era qualcosa di importante che non avevo ancora colto, rimandandone l’approfondimento. È solo da qualche anno, infatti, da “vecchio”, che ho svelato quel mistero che da più giovane mi era precluso ed in questi anni quel mistero è diventato parte del mio essere. Sicuramente, quindi, non perderemo occasione di parlarne anche in futuro, anzi ne sono certo, anche perché ne abbiamo il diritto in quanto ne celebravamo le gesta già in vita, lo consideravamo un nume tutelare già in vita. A maggior ragione, per noi, Mark Shelton è un nume tutelare ora, un punto di riferimento, un esempio. Nessuna paraculata, nessun piagnisteo, qui si celebra e si celebrerà la vita e non la morte di colui il quale ci ha insegnato a campare, o quantomeno ha contribuito a ciò largamente, con l’attitudine e l’esempio. Abbiamo il sacrosanto diritto di scrivere queste parole. Dirò, quindi, che ha vissuto facendo ciò in cui credeva, la musica, l’epica, i palchi, la gente normale, la vita on the road, la generosità verso i suoi fan, quei pochi ma fedelissimi fan che lo seguivano dappertutto e che ne ingigantivano le gesta, come fosse un eroe d’altri tempi, uno di quegli eroi dei suoi amati libri fantasy. Quei fan che quando gli è stato chiesto di contribuire per il rientro della salma, nel giro di due giorni hanno risposto con la stessa generosità, donando molto più di quanto nessuno si aspettasse. 

Vivere facendo quello che desideri veramente fare, liberandoti dalle costrizioni imposte, senza danneggiare nessuno, anzi portando gioia, è un insegnamento fondamentale, una lezione da applicare tutti i cazzo di giorni della propria vita. Vivere lontano dai riflettori, con l’umiltà di chi non deve dimostrare niente a nessuno, che non ha bisogno di vantarsi e di ingigantire il proprio ego, di giustificare la sua esistenza nel riflesso di uno specchio, una tv, un cartellone, un giornale. E questa è un’altra dannata lezione di vita da tenere sempre a mente. La lezione più grande è che quello che di buono fai in vita ti verrà riconosciuto alla tua morte. La sua improvvisa morte invece mi ha dato un’altra lezione che è quella di non farsi scappare le occasioni. Per un qualche motivo non ho mai visto i Manilla Road dal vivo, non ho mai conosciuto Mark Shelton, e questo è un rimpianto che mi porterò nella tomba. La lezione è quella di non sprecare il proprio tempo. A volte capita di misurare le proprie vite su quelle degli altri, non per forza per darne un giudizio di valore, ma per inquadrarle in un contesto più ampio. Chi è capace di fare questo diventa anche consapevole della caducità del tutto e della effimera importanza che ognuno attribuisce ai propri assunti, dogmi, etc. Mettersi in relazione con qualcosa di più grande, come in questo caso con un personaggio come Mark Shelton, è utile a vedere le cose da una prospettiva diversa. Chi non è capace di fare questo resti pure ancorato sulle sue posizioni e si trastulli nelle sue certezze, sicuramente vivrà di una fittizia serenità e non avrà grossi rimpianti nella vita. Ma si auguri di non uscire mai dal sentiero tracciato, pena la rovinosa caduta di quel castello di carte dietro cui è trincerato.

È morto Mark Shelton. Mark Shelton era una parte di noi. Una parte di noi è morta con lui. La musica dei Manilla Road vivrà per sempre. La musica dei Manilla Road è una parte di noi. Una parte di noi vivrà per sempre. (Charles)

3 commenti leave one →
  1. Mirko permalink
    2 agosto 2018 21:41

    Up the hammers, un abbraccio.

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  2. weareblind permalink
    2 agosto 2018 22:06

    Commento meraviglioso. Prepariamoci, l’età di tanti musicisti sale…

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  3. blackwolf permalink
    6 agosto 2018 19:05

    Parole sacrosante. Anche io ho apprezzato i Manilla Road tardivamente e rimpiango con tutto il cuore, di non essere mai riuscito a sentirli dal vivo. Mark era uno dei nostri, stiamo rimanendo in pochi e per ognuno di quelli che ci lascia, il vuoto si sente. Eccome. Proseguendo su alcune cose dette nell’articolo, Mark era il classico tipo che potrà essere considerato un perdente dal 90% dell’umanità, ma era un vero vincente perché se n’è sempre sbattutto di tutte le cazzate ed è morto facendo quello che amava fare, fottendosene altamente del fatto che il mondo va in una determinata direzione e rimanendo nella sua. Per un’intera carriera. Vorrei dire un miliardo di cose, ma va bene così.
    Up the hammers.
    P.s.
    Purtroppo weareblind ha ragione. I prossimi anni saranno sempre più pieni di eventi spiacevoli..

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