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La finestra sul porcile: Jurassic World – Il regno distrutto

12 giugno 2018

Chissà se, quasi una trentina d’anni fa, Michael Crichton avrebbe potuto lontanamente immaginare tutto questo. Il motivo che mi porta tuttora al cinema ogni volta che esce un qualcosa che è intitolato “Jurassic“, Asylum esclusa, è che all’età di dieci anni mi è capitato per la prima volta di emozionarmi con un film che successivamente avrei riguardato a oltranza. Un blockbuster praticamente perfetto, che non rinunciava, come Lo Squalo, a un pizzico di gore (quello che rimaneva di Samuel L. Jackson, ad esempio) e manteneva il ritmo alto senza trascurare con ciò la caratterizzazione – impeccabile – dei personaggi. Il Mondo Perduto invece mi fece ribrezzo quasi in toto: bracconieri, cuccioli da curare, la trama che diventa quella di King Kong e uno Spielberg che sembrava non gestire più così bene la situazione, come in quei sequel che giri solo perché il primo ha incassato troppo bene – sarebbe stato di nuovo così – e perché lo scrittore di cui sopra ti ha offerto, nel frattempo, nuovi spunti letterari da stravolgere alla cazzo di cane. Poi si è aperta una nuova era per la saga: regia affidata a gentaglia come il futuro direttore del terribile Wolfman con Benicio Del Toro, dinosauri sempre più grossi per rompere la monotonia dei ripetitivi T-Rex, coi quali è necessario soltanto rimanere immobili, e una storyline sempre e comunque impostata sul “creo una squadra di gente che inizialmente mi dice di no, ma subito dopo accetta per andare all’isola x a salvare y, per poi venire salvati da z mentre la situazione si è ribaltata, e gli esperti – con l’aggiunta di qualche cretino totale – sono a loro volta diventati carne da macello“. Per non parlare dei “villain”: l’Indominus Rex su tutti, un nome che sembra tirato fuori da un inedito dei Dimmu Borgir. Roba da fare una fatica bestia nello scegliere se stringere la mano agli sceneggiatori o cazzottarli forte in ogni dove. E nel quinto capitolo andrà anche peggio.

Insomma, sono tornato a timbrare il cartellino in una sala nella quale si segnalava un forte odore di panino alla frittata – accidenti a voi, io vi odio; capisco che i pop corn a sette o otto euro del multisala sono immorali, ma siete veramente delle bestie al pascolo – e ci sono tornato con uno scetticismo che superava quello precedente alla visione del cosiddetto Jurassic Park 4, ovvero il primo ribattezzato con il suffisso “World”. Il motivo? Il precedente film doveva essere per forza di cose il più bello di tutti subito dopo quello del 1993: un parco di divertimenti pieno di visitatori in cui tutto quanto va a puttane – e con la regia opportunamente affidata a James Cameron, come nelle intenzioni iniziali negli anni Novanta – tutti quanti che all’unisono diventano budella e teste mozzate da finire spappolate sul grande schermo. Semplice, rapido, sanguinolento: come il death americano della prima ondata.

Ripensateci: Jurassic Park fatto da James Cameron sarebbe stato nientemeno che un Aliens coi rettili carnivori che devastano tutto, e non un emozionante blockbuster adatto a grandi e piccini, e quindi facilmente indirizzato ad altissimi incassi. Era l’ora, quindi, di cambiare registro dopo un sequel frenetico e meno carico di puttanate come il capitolo terzo, ma sull’altra faccia della medaglia anche di minore personalità (a causa di Spielberg, sicuramente). Era l’ora di tirare fuori le palle e farlo girare a Eli Roth, pur di tenere quei poppanti fuori dalle sale una volta per tutte: il Green Inferno definitivo, senza cannibali e con gli animali preistorici. E invece no: nel quarto film non si vedrà ancora una volta sangue, gli pterodattili ammazzano a mala pena qualcuno smembrandolo – ma la cosa si vede a fatica – e c’è questo mososaurus (di cui ho un fossile proprio in salotto, accanto ai distillati scozzesi, e non so a cosa tenere di più) che negli eterni e ripetitivi scontri fra il villain di turno e il T-Rex, altro potenziale cattivo che arriva nel momento giusto e salva gli umani in difficoltà, scappa fuori dall’acqua e pensa a tutto quanto lui. Ma andate a fare in culo, non funziona così, e in un film del genere gli autori si potevano sbizzarrire anziché girare il secondo peggior film ambientato in un parco circondato da acqua dopo il famigerato Lo Squalo 3. Oltre al fatto che non c’è un cast “forte”, e che il solo Chris Pratt (I Guardiani della Galassia) mi ha colpito col suo mix fra eroe d’azione e faccia buffa da Jack Black post-dimagrimento. Eppure ha incassato cifre inimmaginabili.

In risposta a ciò, il quinto film deve essere nato più o meno così: telefonata a Jeff Goldblum, altrimenti nei nomi sul poster non c’è nessuno e in quanto a Bryce Dallas Howard molti se la ricorderanno, più che per il faccino da redhead natural breasts, per il pessimo Lady In The Water; Goldblum che risponde, dice picche e gli propongono di girare una scena in un tribunale in cui ha l’aspetto a metà fra vostro nonno e l’attuale Morgan dei Bluvertigo. Poi lui accetta, così come i protagonisti del film accetteranno nuovamente di tornare a Isla Nublar con un pretesto di merda, ed ecco che il blockbuster si fa. Il film è a metà fra il secondo capitolo – richiamato anche nel titolo sia italiano sia originale (bracconieri, spostamento di animali da x a y, puttanaio contenuto ma di vaste proporzioni) – e il terzo (buchi di sceneggiatura da sparatoria negli Studios, ritmi godibili, qualche scena di discreta tensione e un’atmosfera più dark del solito). Pratt regge quasi tutto da solo, e c’è una scena – una di numero – che emoziona come ai tempi che furono: sta nella prima parte del film, la ospita un molo e picchi del genere non verranno più toccati. Poi c’è questa bambina del cazzo che la scampa sempre e si nasconde in cunicoli che stanno dappertutto, un po’ come se stesse girando il sequel de La Casa Nera. E ovviamente torna il velociraptor con il pedigree buono e ammaestrato da Pratt, ma per fortuna non lo fanno andare dietro a moto, SUV ibridi o quad, né cazzeggiare oltre misura: semplicemente si comporta come un cane e ogni tanto sbrana qualcuno che non c’entra nulla con il protagonista. La peggior cosa, naturalmente, è il nome del villain di turno: Indoraptor. Dovrebbero fare uno spin-off metal in cui troviamo il burzuraptor, o l’euronysaurus, e ci sono queste creature che vanno a spaccare le antiche chiese in legno dei boschi norvegesi: inizierei nel frattempo a organizzare un crowdfunding, sono sicuro che funzionerà.

Ci sarà anche un sesto capitolo, che come è stato largamente anticipato sarà sulla terraferma. Fuori i bambini dalle sale quando si parla di dinosauri: qua siamo intorno al sei politico, e sono questi i film che ti fanno più rabbia in assoluto, perché te li godi con in mano il tuo pop corn a peso d’oro, e una volta uscito non ricordi più un cazzo. Più budella e denti per tutti, meno zainetti di Frozen in coda alla biglietteria. (Marco Belardi)

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  1. 12 giugno 2018 15:46

    I dinosauri animatronic/pupazzo del primo film risultano cento volte più credibili e terrificanti del CGI usato nel 2018, 25 anni dopo. Sarebbe il caso di rifletterci. Sulla trama meglio stendere un velo pietoso, ormai i reboot/remake/sequel hanno tutti la stessa identica trama dell’originale. Sommando le due cose, non c’è alcun reale motivo per andare a vedere questo film, senza volerne al povero Pratt che mi sta pure simpatico

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