R.I.P. Malcolm Young [1953-2017]


Sinceramente: ne muoiono tanti, e negli ultimi tempi iniziano a morire come mosche. Quelli che dovevano morire per overdose sono già morti tempo fa, mentre adesso muoiono di vecchiaia e consunzione quelli che hanno scelto una vita normale. Ed è normale prendersela a male, specie in determinati casi. A volte succede in maniera inaspettata, altre volte ce lo si aspetta, bene o male. La morte di Lemmy è stata uno shock, ma in un certo senso coerente col personaggio: settantenne, non troppo vecchio da percorrere il meschino sentiero della grottesca decrepitudine, l’Uomo è rimasto fino all’ultimo in piedi, col basso in mano e la sigaretta in bocca, imbottito di tutto ciò che gli garbava assumere, e se n’è andato non scalfendo il simbolo di sé stesso. E poi via via le morti che ho vissuto in prima persona e che personalmente mi hanno segnato di più, dall’infame sorte di Chuck Schuldiner, volato via troppo presto, giovane, bello e malinconico come tutti gli eroi; o Quorthon, morto in sordina come aveva sempre vissuto, con una penuria di dettagli tale da poterci fare immaginare che l’ultimo viaggio l’abbia davvero fatto su un drakkar in fiamme; o Jeff Hanneman, lo spirito del Male, la cui dipartita ho celebrato con Ciccio e Charles nel modo più opportuno che ci veniva in mente: sbronzandoci di birra da quattro soldi e sparando il dvd di War at the Warfield a volume talmente inumano da far protestare i vicini di casa, come degli adolescenti. 

Con Malcolm è diverso. Gli Ac/Dc sono probabilmente il più grande gruppo musicale mai esistito, per ciò che hanno fatto, per ciò che hanno rappresentato, e per il modo in cui hanno attraversato le ere rimanendo sempre sé stessi, spregiando i riflettori, i tappetini rossi, le celebrazioni ipocrite di quel music-biz rockettaro di tendenza che senza di loro probabilmente non sarebbe mai esistito. Gli Ac/Dc sono sempre piaciuti a tutti, perché semplicemente è assurdo pensare che a qualcuno potessero non piacere. Sono il grado zero del rock, della musica, del Bello, al punto che era strutturalmente impossibile per loro scrivere qualcosa che non fosse all’altezza di sé. L’unico disco bruttino è stato proprio l’ultimo, scritto in assenza di Malcolm, la vera spina dorsale della band, l’uomo dietro le quinte, sempre fisicamente un passo indietro rispetto agli altri in modo da non prendersi nessun tipo di onore o riconoscimento. Chiedete a uno dei miliardi di poseracci con la maglia degli Ac/Dc chi era Malcolm Young e vi risponderanno ma non si chiamava Angus? Questo era Malcolm Young, una persona normale che se n’è andata in silenzio come garbava a lui, a sessantaquattro anni, afflitto precocemente dalla demenza senile, la più triste e miseranda delle malattie degenerative, senza alcuna speranza di cura. A te la speme nego, anche la speme, e d’altro non brillin gli occhi tuoi se non di pianto: così la natura si è accanita su questa persona normale, buona, umile, sincera, sempre con il sorriso sulle labbra e la tristezza che gli velava gli occhi. Bon Scott, vissuto e andatosene in maniera diametralmente opposta a lui, aveva però lo stesso suo sorriso e quella stessa sua tristezza. Gli Ac/Dc sono morti tempo fa, nel momento in cui Malcolm ha guardato il fratello in faccia e non lo ha riconosciuto. Il più grande gruppo della storia è morto, e noi siamo qui, sempre più soli, sempre più spaesati, cercando di galleggiare in un mondo alla deriva, con sempre meno certezze. Un giorno moriremo anche noi, e la cosa fa sempre meno paura. Riposa in pace, Malcolm. (barg)

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