ANCIENT RITES – Laguz (Massacre)

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In seguito a una nota goliardata in diretta nazionale (chi non ha mai pensato di fare una cosa del genere guardando un programma nel quale vengono pubblicati gli sms dei telespettatori?), le bestemmie sono tornate con prepotenza al centro del dibattito pubblico e tutto ciò mi ha fatto tornare in mente gli Ancient Rites. Ora, io voglio tanto bene agli Ancient Rites, forse il gruppo di maggior rilievo uscito dal Belgio, che si conferma Molise d’Europa anche in campo metallico, però, con tutto l’affetto di questa UE, non è che fossero proprio fondamentali, dai. Sarebbe pertanto ipocrita non ammettere che il maggior contributo dei fiamminghi (di Diest, nel Brabante, una delle zone del vecchio continente con il maggior numero di suicidi rispetto alla popolazione insieme a Lituania e Finlandia) alla storia della nostra musica sia l’indimenticabile Blood of Christ (Mohammed Wept), dal secondo full Blasfemia Eternal, una vigorosa invettiva bipartisan contro le due più diffuse religioni del Libro che raggiungeva il suo apice in uno stacco in mid-tempo nel quale l’amico Gunther Theys (che nel frattempo è pure diventato frontman di un gruppo skinhead, tali Lion’s Pride, per fare pace con l’alopecia) scandiva una bestemmia in italiano, la stessa latrata da Mika Luttinen in Pandemia, tra i pochissimi episodi davvero vincenti di quel Manifest che resta uno dei dischi più brutti degli Impaled Nazarene. All’università ascoltavamo sempre Blood of Christ nei momenti di deliquio botanico e ci rotalavamo dalle risate. Siamo dei poveri di spirito, che ci volete fare. A 34 anni suonati, ancora mi fanno sganasciare la canzoncina delle scarpe di gomma o il doppiaggio di Ersilio Tonini (RIP) che vuole “andare nelle discoteche, prendere la cocaina e scoparsi le bagasce“.

ancient-rites-laguz-2015Gli Ancient Rites, dicevamo. Il trucido esordio The Diabolic Serenades non era niente male ma su quel genere c’erano quintali di album più interessanti all’epoca. Col tempo ci fu una lenta transizione verso suoni più melodici e strutturati. Dischi come Fatherland e Dim Carcosa, per quanto ne riconosca le indubbie qualità, non mi hanno mai preso davvero. È pure questione di gusti, conosco gente a cui fanno impazzire. Il mio preferito forse è Rubicon del 2006, in seguito al quale sparirono nel nulla. Almeno fino allo scorso febbraio, quando, dopo nove anni di silenzio totale, uscì Laguz, purtroppo sconfitto nel confronto con il predecessore, che aveva dalla sua fantastici cori pomposi da declamare brandendo un boccale di Leffe e, soprattutto, una sintesi compositiva inattesa. Il problema degli Ancient Rites, purtroppo, è sempre stato il vizio di mettere troppa carne sulla brace, affogando e incasinando le non poche buone idee in un marasma di stacchetti e cambi di tempo che dopo un po’ taglia le gambe a quel senso di epicità che si intenderebbe conferire ai pezzi. Questa volta hanno pure esagerato con tastierine, tastierone, sintetizzatori e triccheballacche: una Carthago Delenda Est non è cosi distante dai Dimmu Borgir, senza voler offendere nessuno. Frankenland sarebbe stata perfetta senza lo stacco riflessivo e quelle cacchio di tastierine. Così come Apostata avrebbe potuto spaccare sul serio se avessero usato solo tre riff, per dire. Qualche momento coinvolgente c’è, soprattutto quando si buttano sulla melodia ottantiana con la cassa dritta black metal sotto, come in Von Gott Entfertn. Anche la vena folkettona che emerge qua e là, per quanto ‘sta roba sia sputtanata oggi, potrebbe essere sfruttata meglio. Non un brutto disco ma troppo dispersivo per lasciare il segno. Peccato. Sapete che c’è, io mi riascolto Blood of Christ. (Ciccio Russo)

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