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16 – Deep Cuts From Dark Clouds (Relapse)

14 maggio 2012

Averci a che fare con gente come Matteo credo si diventi pazzi. Per un pelo non l’ho beccato di persona qualche tempo fa (sapete, non è che qui ci si conosca proprio tutti tutti dal vero) però credo che in fondo sia meglio così. A lui debbo troppi dischi e non mi va di pensare che un incontro reale con la di lui persona possa in me portare il contrasto (naturalissimo) tra un atteggiamento disinvolto o uno più devoto. Se oggi lo incontrassi vorrei solamente che mi desse qualche scappellotto di quelli rudi che i nonni davano ai nipoti che avevano fatto qualche marachella di nessun reale valore, così, anche solo per sentirmi pienamente iniziato al suo mondo di dischi bellissimi.

Torniamo a noi e facciamo che vi risparmio un po’ di tempo e vi consiglio di ripassare questo. Si parla di 16 (o -16- o anche  –(16)- che fa più figo) e di come questo gruppo, nei fatti, sia piombato potente e inaspettato nella vita di chi negli anni ’90 è stato adolescente. Nella mia no, per dire, e come tante altre cose ho dovuto recuperare quella lacuna immensa quanto quel bisogno pulsante di catarsi di cui forse non sentivo neanche la mancanza. E pero, che volete che vi dica?, è davvero un punto a favore della band se anche in condizioni di default esistenziale in cui si trovano questi dropout riescono a scuotermi fin nelle midolla. Dopo l’adolescenza e con ascolti ben più pettinati di quando avevo 17 anni.

La band è cresciuta notevolmente rispetto a vent’anni fa, ci mancherebbe, ma la differenza la fanno veramente ben poche cose perché il senso di disagio e il cinismo innato sono sempre gli stessi. Il loro crossover radicale e così naturalmente sludgy anche qui tende a mantenere inalterate certe caratteristiche della band, e cioè chitarre belle croccanti, voce filtrata, batteria groovy e un’inesorabile ondata di depressione in arrivo. Niente fischiettini alla Eyehategod, nessun bisogno forsennato di prendere mosse in favore di chissà quale principio autodistruttivo solo per spiegare quanto male si stia al mondo, che tu nasca a Los Angeles o altrove. E questo, sempre per fare un centone delle frasi di Matteo, mantenendo proprio una bella ottica hardcore autentica e una implacabilità che fa il paio con altre realtà metropolitane a loro coeve. Ciò fa anche riflettere sulla bontà ed estrema naturalezza della loro proposta sonora, che con suoni asciutti e dondolamenti assolutamente ficcanti fa impallidire il resto dei barbuti di casa Relapse, etichetta con la quale i 16 mantengono ancora oggi rapporti saldi, iniziati col precedente Bridges To Burn e con la ristampa di Curves That Kick e Drop Out, i primi due dischi della band.

Picco decisivo The Sad Clown, che con quel riff poteva benissimo essere un pezzo dei Deftones (faccio per dire), e non ultima la delirante Broom Pusher, con un intermezzo melodico che dice tutto e non lascia speranza per il futuro. Beyond Fixable pezzo spaccaossa.

Ultima cosa: sarà il mio personale mito per ogni tipo di esordio un po’ acerbo, sarà anche un po’ per il passato leggendario della band, ma Curves That Kick resta ancora un disco insuperato, lo stesso dicasi tutto sommato anche per Drop Out o Blaze of Incompetence. Ciò non toglie che questo lavoro già adesso entri nella mia personale decina di dischi killer dell’anno, assieme ad Unsane e, forse ma forse, addirittura i Saint Vitus. Che tanto la questione del ‘disco minore’ io proprio non la capisco. Cioè, che vuol dire ‘ma sai, The Fog è un Carpenter minore’ o peggio ‘Habemus Papam è un Moretti minore’? Non riesco ad entrare nelle finezze di queste discussioni per varie ragioni: innanzitutto è sempre troppo prematuro e rischioso valutare un disco/film/libro sulla base della sistemazione dello stesso oggetto d’arte negli stilemi personali dell’artista/band, e questo per ragioni evidentemente legate alla tempistica della ricezione del pubblico. Poi, che una band mi faccia un disco che molti potrebbero definire un po’ al di sotto delle aspettative o in tono minore rispetto a dischi cardine di vent’anni prima, non so, mi fa un effetto-antiquariato senza fine. Il disco si ascolta (lo si compra prima, preferibilmente) e poi di decide. Stop. Perché a forza di paragoni e cose del genere mi farebbe strano persino che gli Unsane di quest’anno uscissero con le ossa rotte, quando in effetti hanno tirato fuori un disco di tutto rispetto ma è tutta una fatica che non vi dico paragonarlo ai loro ‘capolavori’. Poi, d’accordo, io quel tipo di underground non l’ho vissuto né dall’interno, né a distanza ma in contemporanea, però, dai. Una volta qua era tutta campagna e sapete dove si va a parare.

Per tutte queste ragioni il nuovo 16 è un autentico disco bomba, in più mixa Scott Hull, sempre più Cino Tortorella dell’estremo. Per il resto, chiedete a Matteo. Magari a lui ha fatto schifo come poche cose, chi lo sa.

Ciao.

3 commenti leave one →
  1. 14 maggio 2012 20:52

    Cortesi nel pantheon degli scribacchini/idoli della mia adolescenza ha sempre occupato un posto di rilievo, mi ha insegnato più lui – indirattamente – sulla vita, attraverso le sue recensioni, che un quindicennio buono di educazione scolastica.

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