DO IT. Nuovo album e intervista ai Bud Spencer Blues Explosion

(intervista a cura di Veronica La Peccerella)

Arde il core de Roma. Arde di rock e di blues elettrico. Secondo full-length per i Bud Spencer Blues Explosion, duo composto da Adriano Viterbini (voce e chitarra) e Cesare Petulicchio (batteria e voce). Dalla provincia italiana -tra l’altro particolarmente battuta nei loro tour- alla capitale, crescendo esponenzialmente attraverso esperienze come session man e cover band, i BSBE ci avevano già positivamente stupito con l’uscita dell’omonimo album per la qualità intrinseca della proposta e l’energia che era capace di trasmettere. Partendo dalle chitarre blues della più paludosa Louisiana e dalle vette rocciose del più classico sound hard rock inglese nasce l’ultima fatica DO IT (acronimo di Dio Odia I Tristi). Voci filtrate, rumore sporco vs produzione moderna, e qualche accenno progressive (come in Più del Minimo, il cui inizio ricorda vagamente Immigrant Song). Ma in questo secondo album non tutto proviene dai cotton fields, c’è anche molto sludge/stoner, come in L’Onda ad esempio (sia nei testi che nel suono), e la cosa ci piace anzichenò perché li avvicina ai nostri gusti seventies e southern. Sicuramente una delle mie preferite soprattutto quando parte l’assolo finale straccia budella. Quello che non ho notato invece, ma magari è un mio difetto, è la mancanza di una certa sonorità da primi Rage Against The Machine che nel precedente album faceva capolino qua e là e prometteva rough vibrations per il futuro. Vero o non vero questa sonorità viene sostituita da riff sabbathiani della titletack e da cori blues. Mettendo da parte la nostra innata tendenza a voler portare tutto sotto il cappello dell’HM bisogna apprezzare l’equilibrio creato in DO IT tra la tradizione blues dei Robert Johnson (quello di Sweet Home Chicago) Muddy Waters e Sonny Boy Williamson con le colonne del rock moderno e contemporaneo. Tra i sacri nomi appena citati occorre però aggiungere per forza quello di Ry Cooder del quale è stata riletta Jesus on the Mainline.

Se vi state ancora chiedendo a cosa si deve il nome del gruppo (ma provate a dimenticarlo adesso) sappiate che Bud Spencer c’entra come pure c’entra The Jon Spencer Blues Explosion, band punk alt-rock americana che si rifaceva al mondo blues e alle chitarre slide. Quindi quello dei BSBE potrebbe essere definito Spaghetti Blues e considerando per equivalenza che per molti aspetti il western italiano risultava spesso migliore dell’originale… A voi la facile chiosa. (Charles)

Cesare e Adriano hanno condiviso con noi alcune molto personali considerazioni, nell’intervista doppia condotta da Veronica La Peccerella, sulla musica e sul loro modo di viverla:

Flaubert diceva che si dovrebbe scrivere come pazzi e vivere come borghesi, intendendo che per fare seriamente dell’arte sono necessarie disciplina e tranquillità. So che voi avete una vita piuttosto “normale”, con amici di vecchia data, storie a lungo termine e così via … Insomma, da quando avete raggiunto il successo vi siete ritrovati anche voi ad essere “protagonisti di un cliché” o avete continuato con le abitudini di sempre?

Adriano: La musica è la cosa più bella, è ciò che ci fa stare bene e con la quale riusciamo ad esprimerci. Abbiamo le idee chiare su ciò che vogliamo dai Bud, e lavoriamo per ottenere risultati che ci soddisfino sempre di più. Siamo alla continua ricerca di evoluzione, ed abbiamo tanta voglia di imparare. E’ stato sempre così per noi. Le nostre vite sono cambiate, nel senso che ora facciamo ciò che avremmo sempre sognato di fare, tanti concerti e tanti viaggi. Quando torniamo a casa viviamo la nostra vita privata, e continuiamo a studiare.

Rovesciando un luogo comune sull’isolamento culturale, spesso gli artisti che hanno qualcosa di nuovo da dire, in Italia, arrivano dalla provincia. Tanto per citare solo qualche nome, mi vengono in mente i Verdena, i Baustelle, ma anche scrittori e fumettisti. Quanto conta il luogo in cui si cresce?

Cesare: Secondo me tantissimo! Generi come il punk o il grunge o l’hardcore o l’hip hop o boh… sono stati fortemente influenzati dal background politico e sociale dei luoghi nei quali si sono sviluppati. Anche in Italia avviene la stessa cosa. Proprio a proposito dei Verdena, quando ci è capitato di suonare dalle parti di Bergamo e di condividere il palco con gruppi del posto, da tante similitudini tra loro, mi sono reso conto di quanto il territorio abbia influenzato tutta quella scena, che secondo me è al momento la più interessante d’Italia. Sia io che Adriano siamo cresciuti in provincia. Fondamentalmente in provincia non c’è mai niente da fare. Ai miei tempi o ti bucavi  o suonavi o semplicemente non facevi niente. Io ho optato per la seconda. Forse è solo questo il segreto.

A proposito di provincia, ricordo di aver visto con voi un ragazzo molto giovane, che avevate conosciuto durante il tour in Campania. Avevate deciso di aiutarlo a diventare un chitarrista. Questo tipo di solidarietà non si vede spesso, soprattutto in un ambiente dove c’è poco spazio e molta competizione. Siete davvero così buoni?

Adriano: Quando ai concerti abbiamo la fortuna di chiacchierare con le persone che vengono ad ascoltarci, spesso scopriamo di condividere la stessa passione per la musica o gli stessi ascolti musicali. Tra noi ed il nostro pubblico e viceversa si crea uno scambio, spesso molto interessante sul piano del confronto musicale.

Sempre per rimanere in tema “bontà”, nel vostro nuovo disco c’è una cover di Ry Cooder che si intitola “Jesus on the Mainline”. Che rapporto avete con la fede?

Adriano: Ho avuto la fortuna di crescere “musicalmente” con i dischi di Ry Cooder, e sono molto legato a questo brano. Spesso i vecchi bluesman cantavano di fede e religione, pentatoniche per l’anima!

Cesare: Personalmente odio la chiesa cattolica e tutti i suoi meccanismi malsani. Cerco la fede altrove: nell’amore, negli amici e nella musica.

Invece, passando dall’acqua santa al diavolo, vi piace l’Heavy Metal?

Adriano: Da ragazzino compravo sempre Metal Shock, infatti per me e’ un grande onore poter essere intervistato da voi! All’epoca ascoltavo i Pantera, grazie alla loro musica e alle loro influenze (hardcore, blues, southern, thrash metal) ho imparato tantissimo.

Cesare: Alcune cose mi piacciono e tantissimo, e altre le odio. Mi fanno cagare le band che hanno bisogno di travestimenti per creare lo “show”, anche perché il più delle volte è solo per mascherare una carenza creativa ed esecutiva. Insomma anch’io come Adriano adoro gruppi come i Pantera: salivano sul palco ti aprivano il culo e se ne andavano. Senza parrucche e effetti speciali, solo musica. Band e pubblico sullo stesso piano!!!

 A prescindere dal genere musicale, di sicuro tu (Cesare) hai qualcosa di molto hard-core: la passione per i tatuaggi. Ti va di parlarcene?

Cesare: Mah.. in quanto passione c’è poco da spiegare. Il primo me lo sono fatto da solo sul braccio alle scuole medie con un ago e inchiostro di china. E’ microscopico, lo vedo solo io. Questo per dire che ci sono cose che sei portato a fare da una spinta interiore assolutamente irrazionale. Come la musica.

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