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La mensa di Odino #6

22 ottobre 2011

Odino, uno che mantiene le promesse

Credo che i VAN CANTO siano una delle cose peggiori mai accadute all’heavy metal, molto peggio di conclamati flagelli come gli Apocalyptica. A me i Van Canto danno fastidio alle orecchie, al cuore e al cervello. Le loro riedizioni (travisazioni) a cappella dei più grandi successi del metal fanno il paio con i pezzi scritti da loro, plasticosissimi e privi di qualsiasi caratteristica che dovrebbe avere questo genere. Non voglio offendere nessuno, eh, però secondo me non depone proprio bene ascoltare i Van Canto. Voglio dire, poi la gente pensa male, a farsi vedere con un cretino si rischia di essere considerati cretini, etc. In Break The Silence le cover sono quattro: Primo Victoria dei Sabaton, Bed Of Nails di Alice Cooper, Master Of The Wind dei Manowar (con la tipa dall’accento tetesco che cerca di mettere sentimento in una canzone che non può avere più sentimento di quanto già non ne abbia, con risultati catastrofici) e Bad To The Bone dei Running Wild, che mi chiedo se questi li abbiano mai sentiti davvero i Running Wild e, in caso di risposta affermativa, come diavolo gli è venuto in mente di rifarla in questo modo barbaro. Sopravvoliamo su tutto il resto perché non ho proprio voglia di cercare sinonimi alla parola ‘ribrezzo’.

I WOODS OF INFINITY sono uno scherzo. Simpatico, no? Dove sono le telecamere? Qualcuno per caso sta filmando la mia reazione per metterla vicina a quella di Fabio Bava durante il primo ascolto di Radikult? Non so neanche quanto possa essere divertente, voglio dire, che c’è da ridere in un disco black metal di quarta categoria che si apre con un carillon e che vanta una delle voci pulite più imbecilli mai sentite? Se l’intenzione era quella di seguire la scia dei Primordial direi semplicemente che LOL e chiuderei qui. In realtà se vi parlo di questo magnifico dischetto è per la cover di Walking In The Air, in origine colonna sonora del vecchio film d’animazione The Snowman, già coverizzata dai Nightwish (rendiamoci conto un secondo) e qui riproposta più o meno pari pari, però con lo screaming e la registrazione stile Blair Witch Project con i fili dell’ampli scoperti in mezzo alle fratte.

aiuto, i woods of infinity stanno suonando nella mia tenda

Non vorrei tediare troppo con chiacchiere mai inutili come in questo caso, quindi riassumo: i Woods Of Infinity sono una candid camera e la cover di Walking In The Air è da impiccagione, non tanto per il modo in cui è stata coverizzata ma proprio per la stessa idea di coverizzare quello specifico pezzo. Prendiamo atto che un pretenzioso gruppo black svervegese stupramadonne si sente in competizione coi Nightwish. A sto punto coverizzate Come Cover Me, almeno è divertente per i doppi sensi. Se poi i dischi precedenti fossero dei rari capolavori di bellezza oscura questo non lo ricordo ma, anche se fosse, di fronte a Förlåt tutto ciò perde assolutamente significato. 

Gli ANUBIS GATE vengono da Aalborg, Danimarca, sono al quinto disco e rappresentano una bellissima realtà nascosta del prog metal. Anubis Gate è un gioiellino sorprendente che riprende i vecchi Fates Warning e li attualizza appesantendoli, sempre dosando le misure e tenendo l’indurimento delle chitarre e dei riff sotto l’ombrello accogliente e vago del prog metal degli anni 2000. Caratteristica dei danesi è quella di non indulgere mai nella tendenza alla jam session tipica di molti gruppi del genere, al contrario: i pezzi durano tendenzialmente poco (con l’unica eccezione di World In A Dome, che comunque sfora di poco gli otto minuti) ma anche quando assumono una composizione un po’ più strutturata lo fanno senza concedersi all’autoindulgenza strumentale. Anubis Gate scorre via liscio, delicato, talmente scorrevole da non aver bisogno dei canonici molteplici ascolti per essere apprezzato. Efficace il lavorìo strumentistico, complesso e raffinato e purtuttavia estremamente funzionale all’ascolto. Dispiace non poter dire di più (non ho ascoltato neanche una nota dei dischi precedenti) ma lo consiglio vivamente a chiunque sia minimamente interessato al genere.

Buono anche Motion, il terzo disco degli ALMAH, l’ex solo-project di Edu Falaschi che, a quanto pare, sarà la causa dello split di quest’ultimo con gli Angra. Chiamarlo solo power metal sarebbe riduttivo, perché il suono degli Almah ingloba le più svariate influenze: l’approccio in certi pezzi pare addirittura prog metal, mentre in altri ci vanno giù pesante con riffoni thrash e strofe da pogo; vedasi soprattutto i primi due pezzi Hypnotized e Living & Drifting. Motion è un disco che rischia di passare inosservato perché, pur non presentando nessun particolare calo di tono, non ha neanche nessuna killer track che lo faccia risaltare –o anche solo farci ricordare della sua esistenza tra qualche mese. È uno di quei dischi che non ascolti mai ma che non toglieresti se dovesse ricapitare per sbaglio nel lettore. Io ci ho trovato delle assonanze con  il bellissimo Potrait Of An Abyss Within degli Eldritch, o comunque gli ultimi Eldritch in generale; uno dei punti di forza del disco è comunque la voce di Falaschi, mai così a suo agio negli Angra, che costituisce un trait d’union tra le molteplici sfaccettature sonore di Motion. Che non è bello come Aqua, ma sicuramente di un altro pianeta rispetto all’impresentabile ultimo Shaman.

E ritorna anche la più grande coverband dei Darkthrone di tutti i tempi, i CRAFT, dopo ben sei anni dall’ultimo Fuck The Universe. Questo quarto album Void non sposta più di tanto il nocciolo della questione, vale a dire i Darkthrone classici del terzetto A Blaze In The Northern SkyUnder A Funeral MoonTransilvanian Hunger. In realtà però qualcosa di nuovo c’è. Se ne ha un assaggio nell’opener Serpent Soul, con una lunga decelerazione vagamente acida ma niente che non sembri esattamente uscire fuori da uno di quei tre dischi. Però dalla successiva Come Resonance Of Doom appare chiaro che i Craft in questi sei anni di pausa hanno continuato a seguire l’evolversi della scena, rimanendone influenzati. I ritmi si fanno spesso ipnotici, i riff un po’ troppo definiti per essere considerati darkthroniani in senso ortodosso, le atmosfere si dilatano e la chitarra solista prende sempre più spazio, fino agli psichedelici fraseggi verso la fine di The Ground Surrenders. Poi ad esempio Succumb To Sin è praticamente un pezzo dei Khold, mentre I Want To Commit Murder ricorda un po’ sempre i Darkthrone, ma quelli dell’elaborato Plaguewielder. Nella titletrack invece l’andatura si fa quasi doom, e il riffing tipicamente BM si innesta su un incedere marziale che ricorda un po’ gli Shining, un po’ certi momenti del precedente Fuck The Universe e un po’ l’imbastardimento americano del genere con il drone e lo sludge. Insomma Void è un gran bel dischetto di black metal, per nulla originale e anzi anche schematico nelle scopiazzature (che raramente si omogenizzano, rimanendo perlopiù separate e immediatamente riconoscibili), ed è di certo inferiore al bellissimo Terror Propaganda di ormai nove anni fa, ma comunque un gran bel dischetto di black metal.

e pensare che faccio degli ottimi cheesecake

Nulla di particolarmente arguto da dire invece sul nuovo EVANESCENCE, un gruppo di cui giustamente non frega niente a nessuno, neanche a coloro i quali -me compreso- apprezzano molto il secondo album Fallen, che li ha fatti conoscere a mezzo mondo. Penso che gli Evanescence avessero senso di esistere solo in quel determinato momento storico, e che avrebbero dovuto sciogliersi dopo lo split del chitarrista/factotum Ben Moody; se la Storia avesse preso la giusta sliding door, le cose sarebbero andate come era previsto: Amy Lee avrebbe potuto intraprendere una deludente carriera solista dai palchi di qualche Mtv Music Award mentre i restanti componenti sarebbero andati a ingrossare le fila di qualche gruppo nu grunge del midwest o, al limite, a  tornare a farsi le canne a casa propria. Invece la band ha voluto continuare a credere nelle proprie potenzialità (…) e quello che ci ritroviamo in mano è questo Evanescence, successione di dodici pezzi inutili che scorrono via come un bicchiere d’acqua di rubinetto lasciandoti lo stesso sapore in bocca, e cioè esattamente nessuno, con un retrogusto un po’ rugginoso. Anche io credo nelle tue potenzialità, Amy. Sono convinto che sei bravissima in cucina. Non forzare il tuo destino, Amy.
(barg)

11 commenti leave one →
  1. 22 ottobre 2011 14:08

    Dai i Woods of Infinity non sono così male, Ljuset era un gran bel dischetto. L’ultimo invece è ancora più deviato. L’apice è la traccia da 26 minuti con spezzoni di canzoni svedesi, spot pubblicitari e quant’altro contenta la parola “flicka”.

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  2. MorphineChild permalink
    22 ottobre 2011 14:39

    posso dire che sui Van Canto concordo pienamente: talmente pacchiani da risultare ridicoli.

    degli Anubis Gate ho letto bene, ascolterò!

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  3. pepato permalink
    22 ottobre 2011 19:51

    Ma i Van Canto sbagliano ancora prima di iniziare a fare ca*are: mettono la batteria in un gruppo a cappella. Bom. Niente, eliminati, mi spiace, falsa partenza.

    E comunque i Van Canto stanno agli Apocalyptica come la merda sta al risotto: i finlandesi saranno tamarri e i loro pezzi originali – specialmente quelli cantati – sono un po’ così, ma le loro cover non erano male, e Inquisition Symphony un grande disco.

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  4. 22 ottobre 2011 20:37

    trainspotting, ti resta 1solo punto stima dopo sta fucilata agli Apocalyptica. vai nell’angolo a vergognarti

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    • 22 ottobre 2011 23:28

      penso sia una questione statistica, se mi piacessero davvero TUTTI i gruppi finlandesi sarei da rinchiudere più di quanto non lo sia adesso

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  5. sergente kabukiman permalink
    23 ottobre 2011 14:45

    anno:2011.van canto e apocalyptica.e dire che il metal era partito bene.deve esserci stato un incidente di percorso

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  6. 23 ottobre 2011 16:59

    Oh!

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