Spendidi quarantenni: CANDLEMASS – Epicus Doomicus Metallicus

Eravamo rimasti a quando i Candlemass ottennero una prestigiosa sponsorizzazione presso gli uffici parigini della Black Dragon, etichetta fondamentale nella diffusione in Europa di certo heavy metal americano e talent scout di alcune band europee.

Quello che il buon Mark sentì era probabilmente lo storico demo Witchcraft, composto da pezzi già esistenti ai tempi dei mitologici Nemesis e altri inseriti per l’occasione. Il consiglio del buon Shark non venne seguito immediatamente dall’etichetta, visto che, pur avendo apprezzato il materiale, la Black Dragon chiese a Leif Edling un ulteriore assaggio che portò alla realizzazione di un ulteriore promo di due nuovi pezzi (Black Stone Wielder e Demon’s Gate). Dopo questo nastro non ci fu bisogno di altre conferme: lo studio di registrazione era prenotato e tutto era pronto, ad eccezione di un aspetto non secondario: mancava un cantante “di peso”. Leif Edling si era fino ad allora cimentato nel ruolo, ma per la realizzazione di Epicus Doomicus Metallicus (geniale titolo mutuato dalla brillante definizione di “epic doom metal”, brevetto esclusivo di Matz Ekström) ci voleva qualcuno con un’ugola allenata e una carica interpretativa non da poco.

I tre quinti “ufficiali”

Ed ecco che, poche settimane prima di entrare presso i Thunderload Studios di Stoccolma, covo di proprietà di Ragne Wahlquist e dei suoi Heavy Load, si inizia una frenetica ricerca che porta all’audizione di Johan Längquist, un ragazzo in fissa con il rock e il metal più melodico, che fino a quel momento nulla aveva avuto a che fare con riff da una tonnellata e mezzo l’uno e tematiche da suicidio e desolazione, e del quale all’epoca non pareva essere particolarmente entusiasta.

“Patti chiari, amicizia lunga” sembra essere stato il leitmotiv delle settimane che seguirono, in un tira-e-molla tra il gruppo e il cantante, che volentieri avrebbe prestato i suoi servigi alla realizzazione del disco, ma non voleva proprio saperne di entrare ufficialmente in formazione. Fu così che, coi tempi sempre più pressanti, i Candlemass si ritirarono presso quella vera e propria caverna che erano i Thunderload, situati persino sotto il livello della metropolitana di Stoccolma.

“Delle volte toccava fermarsi, durante le sedute in studio, per evitare che il rumore dei treni sopra di noi compromettesse le registrazioni. Non parliamo poi del fatto che ci toccava pisciare in un secchio e c’era un freddo cane – era pieno inverno. C’era un clima di precarietà, ma anche molto entusiasmo”

L’entusiasmo era però in parte frenato dal fatto che la “questione cantante” era ben lungi dal risolversi e, poiché non c’era persona più adatta di Längquist a prestare la voce per quella manciata di pezzi storici e importantissimi, ci si dovette adeguare a quella situazione, semplicemente per ottenere il miglior risultato possibile. Leif:

“Adoro questo album. Ricordo ancora come fosse oggi quando andai a ritirare le prime copie del disco all’ufficio postale. Quelle scatole le ho ancora oggi. È un peccato che né Johan né Matz vollero continuare con me”

Ma torniamo alla lavorazione di questo capolavoro, la cui gestazione è stata caratterizzata sì dall’instabilità della formazione (lo stesso Matz Ekström dovette abbandonare subito dopo per motivi di lavoro), ma anche dallo stato di grazia e di ispirazione dello stesso Edling, il quale si era precedentemente ritrovato ad aggiustare qua e limare là le strutture dei pezzi esistenti. Come per esempio Demon’s Gate, sul cui ritornello il bassista lavorò per settimane prima di farlo diventare quell’inno che oggi tutti noi conosciamo. Il pezzo è ispirato a L’Aldilà di Lucio Fulci, film di cui il gruppo era particolarmente entusiasta, con il chiaro riferimento al varco per l’inferno sulla cui esistenza ruota la trama della pellicola. Ad impreziosire il risultato finale c’è pure il leggendario e complesso riff portante, che sembra quasi il risultato di una progressione melodica piuttosto standard ma riarrangiata al contrario, e che dà appunto una sensazione straniante.

Demon’s Gate non è l’unico esempio di influenza di “Lucio il truce” presente sul disco: anche il retro della copertina rappresenta il portale infernale oggetto della sceneggiatura del film, ed è opera nientemeno che di Eric Larnoy, già noto allora per aver realizzato roba del calibro delle copertine di Open The Gate e The Deluge dei Manilla Road. Leif:

“All’inizio odiavamo quell’illustrazione. Pur apprezzando enormemente il lavoro fatto da Eric con i Manilla Road, quel disegno ci colpiva come uno schiaffo in faccia per via di quel rosa così acceso e ‘sopra le righe’. Con gli anni imparai ad amarla, invece”

L’album è ancora oggi uno standard per quel particolare genere, e un monolite come Solitude sta là a tracciare la via per chi vi si vuole cimentare.

Stando a quanto riportato dallo stesso Edling, alcune storie parlano di persone che si sono suicidate scegliendo quel pezzo come colonna sonora per gli ultimi istanti di vita, appartati in macchina in un angolo remoto di qualche foresta e con il fucile puntato alla testa. Non è dato sapere se sia vero, ma è senz’altro verosimile, visto il contenuto e l’incedere funebre di quello che è stato fortissimamente voluto come pezzo di apertura da Matz Ekström, il quale convinse Edling a scartare una allora ancora acerba Samarithan, ritenuta “infantile”, optando così per una composizione che era già matura e complessa al punto giusto. Ancora oggi, Solitude viene considerata il paradigma perfetto di quello che sono i Candlemass e di un genere intero, ed è chiaramente acclamata a gran voce in sede live.

Version 1.0.0

C’è anche l’ombra di un concept che si chiuse anni dopo, con Under The Oak a rappresentare il quarto episodio di un filo conduttore iniziato qualche anno prima coi Nemesis e concluso su Tales of Creation, ovvero il tema della Creazione. La stessa Under The Oak venne ri-registrata in occasione di Tales…

“Ma preferisco di gran lunga quella contenuta su Epicus…”, dichiara spassionatamente lo stesso Edling oggi.

L’album è un classico dall’inizio alla fine, se ci fosse bisogno di ricordarlo, e rappresenta una maturità raggiunta e facilmente riconoscibile in episodi come la sezione centrale della “sottovalutata” Black Stone Wielder, a detta dello stesso compositore la vera incognita del disco, con quello strano riff che sembra quasi composto di note a caso, appiccicate l’una sull’altra senza apparente criterio, ma che contribuisce a creare una sensazione ancora una volta arcana e misteriosa. Uno dei momenti salienti dell’opera.

A dimostrazione dello stato di grazia e del fatto che il quintetto, seppure per due quinti provvisorio (Klas Bergwall presta la sua chitarra solista solo in qualità di ospite), non avrebbe sbagliato un colpo nemmeno volendo, c’è il fatto che pure l’introduzione vocale di A Sorcerer’s Pledge è stata un parto del tutto casuale. Oggi è difficile immaginare Epicus Doomicus Metallicus senza di essa, eppure è il risultato di una prova microfono di Johan Längquist, talmente apprezzata che divenne ufficialmente parte della canzone. Oggi mette i brividi a sentirla dal vivo, con il pubblico che la canta a squarciagola.

Ragne Wahlquist nel suo ambiente naturale

Il pezzo in questione fu anche foriero di dubbi sull’aggiunta di tastiere ai pezzi del disco ma, visto che i suoni di quelle a disposizione durante il processo creativo non soddisfacevano appieno Leif Edling e sodali, si optò per un approccio volto a evitare “il troppo che stroppia”. Coi risultati che sappiamo, fortunatamente.

C’è posto per un altro classico imprescindibile con Crystal Ball (niente a che vedere con quei tremendi palloncini tossici che si appiccicavano sui mobili, a dispetto delle garanzie della martellante pubblicità dell’epoca). Ispirata al Signore degli Anelli e al capitolo sui Palantír, le sfere-portali su dimensioni che mostrano passato, presente e futuro, è, assieme a Demon’s Gate, il pezzo preferito di Leif, e ancora una volta contiene una prestazione da brivido di Johan Längquist, particolarmente in stato di grazia, a testimoniare che, in quei giorni, negli studi Thunderload qualcosa di magico stava succedendo.

Ragne Wahlquist viene ricordato con affetto, ma anche come un “rompiscatole” che sbraitava se si bevevano più di tre tazze di caffè a testa o, per esempio, quando non voleva che Matz, col suo stile ricco di bei fill abbastanza tosti, pestasse troppo sul set microfonato di proprietà del fratello Styrbjörn (anche lui militante negli storici Heavy Load) e utilizzato per le registrazioni finali. Tuttavia, i Thunderload vengono descritti come un paradiso per chi fosse in cerca di un suono pieno in stile vintage e del “crunch” necessario a dare vita a un disco leggendario come quello di cui si parla oggi, riconoscibile tra mille anche per le chitarre, frutto di combinazioni tra B.C. Rich e l’ampia scelta di cabinet Marshall messi a disposizione dal buon Wahlquist.

Inutile dire che le reazioni furono miste, a dir poco. Ma come tutti gli artisti di una certa importanza, i Candlemass se ne fregarono e tirarono avanti, e i risultati si videro negli anni, tra cambi di formazione e tournée con artisti più affermati che li aiutarono a crescere e a diventare quel gruppo che oggi viene incluso tra i mostri sacri di un genere importante.

“Ancora oggi sono estremamente orgoglioso di quello che un gruppetto di ragazzini della periferia di Stoccolma è stato in grado di fare”, dice Edling, e giustamente.

Cosa posso aggiungere io, nel mio piccolo? Senza i Candlemass, probabilmente, il lavoro che stavano portando avanti all’epoca nomi storici come i Manowar, servendosi di uno storytelling prettamente epico e fantasy/fumettistico, non avrebbe mai raggiunto quella dimensione oscura, tenebrosa e anche spirituale che ha dato vita a così tante correnti e altrettanti gruppi storici, senza i quali saremmo senz’altro più poveri, in un mondo che ormai tende a riciclarsi senza sosta. (Piero Tola)

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