Love Is Not Enough… Is Not Enough – Il doppio colpo dei CONVERGE

Esce solo ora la doppia recensione degli ultimi due dischi dei Converge, entrambi pubblicati in questa prima parte del 2026. Solo ora perché volevo ascoltarli tutti e due. Solo ora perché, anche prima di sapere che ne sarebbe uscito un secondo, ero talmente in ritardo con la recensione del primo che dovevo trovare una buona scusa da scodellare all’ottimo e paziente Lorenzo Centini, che qua dentro ha l’ingrato compito di tenere la contabilità degli articoli assegnati. Il quartetto di Salem me ne ha data una ottima.

I Converge sono in giro da trent’anni e avrebbero potuto vivere di rendita anche solo dopo la realizzazione di quel capolavoro assoluto che è Jane Doe. Ci sono band che in una vita un disco del genere non lo scriveranno mai, mentre Bannon e soci – pur con gli alti e bassi tipici della carriera di qualsiasi musicista escludendo pochissime eccezioni come Jeff Buckley e Minor Threat – sono riusciti non solo nell’impresa di definire un genere ma anche in quella di ripetersi nelle loro vette più alte e ispirare generazioni di musicisti. Potrebbero limitarsi a replicare quelle formule che hanno contribuito a definire, invece continuano a pubblicare dischi che sono frutto dell’urgenza di esprimersi ma anche di sperimentare, che suonano necessari, con flash pazzeschi di che ricordano i loro lavori migliori. Per quanto riguarda la sperimentazione, Bloodmoon I, pubblicato in collaborazione con Chelsea Wolfe nel 2021, mi aveva colpito molto positivamente: è un disco che riesce a sposare le caratteristiche migliori della band con quelle della “cantautrice” americana.

Dopo cinque anni, a febbraio 2026, esce invece Love is Not Enough (LINE da qui in poi), which is not enough, perché è seguito a ruota – con uno iato di appena tre mesi – da Hum of Hurt (HH). Doppia goduria per ogni fan dell’hardcore fatto bene, sebbene la celerità con cui sono stati pubblicati questi dischi potrebbe far pensare a qualche operazione commerciale farlocca. Non è così. Ora, se il materiale di questi due album sia roba accumulata durante le stesse sessioni di registrazione lo ignoro. Ascoltandoli ho avuto però l’impressione che propongano due diverse “letture” di una medesima situazione. LINE è decisamente più claustrofobico, e la musica è molto più orientata alle sonorità metal, sludge e post-hardcore. Sembra, seppur differente, molto più prossima alla proposta della collaborazione con Wolfe. HH, invece, è più vicino al sound “classico” dei Converge: spinge sull’acceleratore della dissonanza, pompa l’hardcore più abrasivo.

Ciononostante, il più immediato dei due è LINE. Sebbene sia intriso della complessità che ha sempre caratterizzato le composizioni del gruppo, a prescindere dal loro minutaggio, i brani sono sorprendentemente leggibili. Mi ha tuttavia convinto meno dal punto di vista della consistenza. Le esplosioni di rabbia non convivono sempre al meglio con i momenti più dilatati e atmosferici. Alcuni brani (Beyond Repair) sembrano filler che non funzionano molto, mentre altri (Amon Amok) condensano tutto ciò che la band sa fare meglio: riff memorabili, ritmiche schizofreniche e una costante tensione musicale.

HH è invece il mio preferito tra i due: più energico e imprevedibile. È il disco che più richiama certe atmosfere di You Fail Me, recuperando feedback stridenti, chitarre che sembrano sfregare direttamente contro l’amplificatore e quella sensazione costante di nervosismo elettrico che ha sempre rappresentato uno dei marchi di fabbrica della band. Tutto stride, tutto vibra, tutto sembra sul punto di cedere. Eppure, come accade nei migliori lavori dei Converge, dietro il rumore emerge una scrittura sorprendentemente raffinata. Anche nei momenti più estremi il gruppo mantiene una notevole attenzione alla costruzione dei brani, evitando che il caos diventi fine a sé stesso.

Particolarmente riuscita è la capacità di alternare muri di suono quasi soffocanti a passaggi più aperti e atmosferici. Il disco ha pezzi che potrebbero potenzialmente trasformarsi in classici da suonare in live (Dream Debris, Detonator, Nothing Is Over, Hum of Hurt) e mostrano una band che continua a utilizzare la tensione come principale strumento compositivo, rallentando e accelerando continuamente la musica e il flusso emotivo dell’ascoltatore. Al netto della qualità di ogni membro della band (oliata come un motorino, con Ben Koller a ricordarci costantemente di essere uno dei batteristi più devastanti del pianeta) è Bannon a restare il centro gravitazionale dell’intero progetto: è la sua voce a trasfigurare ogni brano in musica da vivere prima di tutto in modo fisico, tangibile.

I due dischi sono prova della naturalezza con cui i Converge riescono ancora oggi a bilanciare radicalità e accessibilità. Pur restando una band profondamente estrema, non rinunciano mai alla ricerca della “canzone”, del ritornello, del riff memorabile. È una qualità che molti gruppi del loro ambito hanno progressivamente perso, sacrificandosi in favore della sola brutalità o della sola sperimentazione.

Considerati insieme LINE e HH, restituiscono l’immagine di una band ancora affamata, capace di esplorare territori differenti senza disperdere la propria identità. Pochi gruppi riescono a suonare contemporaneamente così violenti, così emotivi e così lucidi nella costruzione della propria musica. I Converge continuano a farlo con una naturalezza quasi disarmante. E le magliette di HH sono fighissime. (Bartolo da Sassoferrato)

Un commento

  • Avatar di Cure_Eclipse

    Ottima recensione, ha colto in pieno quello che penso sia lo spirito della doppia uscita. Mentre Love è viscerale e più “metal” (da segnalare i tributi agli Entombed in “Bad faith” e alla batteria di “Criminally insane” in “To feel something”), Hum riprende l’anima noise e hardcore – giusto il richiamo a You Fail Me. La title track è il pezzo migliore dei 20, davvero incredibile.

    Preferisco di poco il primo, ma sono entrambi album da top 3 di fine anno, al netto dei Neurosis e del prossimo nuovo The Ocean. Grazie di esistere, Converge.

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