Seven Words: gli XENTRIX ci provano ancora disperatamente

Sono trascorsi tre anni da quando scrissi degli Xentrix e del loro ritorno, Bury the Pain, un dischetto discreto attraverso il quale erano nuovamente emersi i loro soliti pregi e, ovviamente, i loro soliti difetti. Kristian Havard, lo sappiamo, è un riffmaker della madonna. Lo è sempre stato, sia nel breve momento di gloria allorché sfornarono Shattered Existence sia in seguito. Perché, anche in dischi minori o corrotti dalle mode del momento, i riff non sono mai venuti a mancare. E questo succede anche oggi.

Seven Words è meraviglioso nella forma. Certo, suona posticcio: terminate una canzone a caso e poi mettetene una da For Whose Advantage? e capirete cosa intendo: il thrash metal deve suonare così, non come gli Xentrix attuali. E mi dispiaccio nel constatare che sono i veterani ad essersene dimenticati. Però non c’è niente che non vada in queste canzoni: bilanciamento, durata, evoluzioni, dinamismo, e in particolar modo quei riff che tanto gli riescono bene.

Il problema è lo stesso di tre anni fa. Gli Xentrix assomigliano nelle melodie ai Testament e nella struttura agli Exodus degli anni Duemila. Un quarto di secolo fa scelsero d’assomigliare ai Metallica. Prendono quello che va per la maggiore nel thrash metal e gli si accodano, sperando avanzi qualche briciola. Questa cosa mi fa profondamente incazzare, perché, se imparassero a sviluppare una propria personalità (e non lo faranno certo ora che Havard va per i cinquantaquattro anni) e a cacciar fuori qualche ritornello da manuale, svolterebbero. Perché hanno tutto per svoltare tranne che la personalità.

A toglierne di mezzo ogni parvenza (o speranza) è la presenza di un cantante ancor peggiore di quello storico, Jay Walsh in luogo di Chris Astley. Se quest’ultimo era una sorta di pappagallo di James Hetfield, il nuovo arrivato, già alla seconda prova in studio, aggiunge qualche accento che potremmo ricollegare a Mille Petrozza. Ma non ne becca una, è piatto, sguaiato, fa risultare pesante l’ascolto.

Le canzoni sono qui sensibilmente migliori rispetto a quelle di Bury the Pain: dopo un avvio atto a mostrare gli attributi (tanta velocità nel pezzo d’apertura e tante melodie alla Testament nella successiva title track) arriva il meglio. Spit Coin è quella che preferisco in tutta la scaletta, Everybody Loves you When you’re Dead un simpatico siparietto anni Novanta alla Outcast. Lodevole lo spazio lasciato al basso, sempre in bella vista come in Reckless With a Smile.

Non nutro chissà quale speranza nei riguardi di questa band, e credo che i migliori dischi degli Xentrix rimarranno in eterno i primi due. Ad ogni modo li ritroviamo in buona salute, e, qualora foste in grado d’accettare gli evidenti limiti di Kristian Havard e soci (oltre i quali non si tenta d’andare dai tempi del coraggioso e oltraggioso Kin), dovreste dare una chance a Seven Words. Un buon thrash metal, senza troppe pretese però. (Marco Belardi)

One comment

  • Mi trovo completamente d’accordo con te, Belardi. Peccato, perché il gruppo avrebbe (avuto) il potenziale per realizzare un disco valido. Peraltro, la copertina rende inevitabile il paragone con “United States Of Anarchy” degli Evildead; paragone impietoso per gli Xentrix.

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