Adieu, Monsieur Cannibal

Quando vidi per la prima volta Cannibal Holocaust avevo già vent’anni, forse ventuno, e stavo iniziando a superare la fase acuta dell’ossessione per il cinema di genere italiano che consumò una discreta parte della mia gioventù. Il punto è che quel film proprio non si trovava. Voi zoomer non immaginate cosa diamine fosse un vero film maledetto. Non passava sulle tv private davanti alle quali trascorrevo notti insonni in attesa di un Fulci alle due del mattino invece di guardare Colpo Grosso come gli adolescenti normali. E, anche se fosse passato, sarebbe stato massacrato dai tagli. Non era stato incluso nelle allucinanti collane di Vhs di Nocturno, che pure era riuscito a riesumare una quantità indescrivibile di nefandezze. E non era ancora uscita alcuna riedizione in Dvd di lusso (che poi manco lo avevo il lettore Dvd). Finché, non ricordo in virtù di quale ispirazione, riuscii a scovare la videocassetta nel Blockbuster di Corso Trieste. Fu la prima e l’ultima volta che affittai un film da Blockbuster. Quella notte lo guardai due volte di seguito. E mi fece, come ovvio, un’impressione enorme.

Avevo letto quasi tutto quello che era stato scritto su Cannibal Holocaust ma è impossibile arrivarci preparati, qualunque siano le aspettative sviluppate nel frattempo. E più facile arrivare preparati a Salò di Pasolini. L’unico paragone possibile che mi viene in mente è la prima volta che lessi Le particelle elementari.

cannibalholocaust

Così come non avrebbe senso tornarci dopo quarantadue anni di polemiche, non avrebbe senso negare che le uccisioni dal vero di animali abbiano un ruolo non aggirabile nell’annichilente carico di violenza visiva del film. Quello che rende il colpo letale è però prima di tutto la pura e semplice maestria tecnica di Deodato, che aveva una padronanza dei mezzi superiore a quasi tutti i colleghi della stagione eroica del cinema di genere italiano. Merito non solo di aver avuto come maestri Rossellini e Freda (poi sarebbe stato per lungo tempo il secondo di Margheriti) ma della lunga gavetta nel settore pubblicitario.

Il lavoro sulle luci e sulle inquadrature è di una raffinatezza che è inconcepibile confrontare con le riprese alla bersagliera di tanti onesti compitini artigianali che siamo abituati a considerare culti assoluti. Nessun altro sarebbe riuscito a rendere così credibile la seconda parte, primo found footage della storia dell’horror due decenni prima di The Blair Witch Project. Solo che The Blair Witch Project sembra davvero girato con la telecamera a mano da uno scemo qualsiasi. L’ultima scena di Cannibal Holocaust, quella del redde rationem, ha un montaggio costruito in modo incredibile, impossibile da pensare migliore. E il risultato è terrificante perché Deodato non indugia sui dettagli, e riesce a lasciare all’immaginazione anche in una sequenza così estrema.

Casa_sperduta_nel_parco

Anche La casa sperduta nel parco non era il solito film di genere. Come osservava Cortesi in chat poco fa, è molto meglio de L’ultima casa a sinistra, di cui è una derivazione e con cui condivide il protagonista David Hess (fun fact: Hess fu autore di tante amene canzoncine rock’n’roll degli anni ’50, tra cui la celeberrima Speedy Gonzales). Uomini si nasce poliziotti si muore fu scritto da Di Leo ma Di Leo non sarebbe mai riuscito a girarlo così.

Scambiai due parole con Deodato alla proiezione di Ballad in Blood,  il suo imperdibile film sul delitto di Perugia, a un Fantafestival di qualche anno fa. Era allegrissimo, contento della sala stracolma e dell’ovazione del pubblico. Sembrava il classico vecchietto romano gioviale e un po’ sboccato, faceva battute sconvenienti con le attrici ma non in modo viscido, bensì in modo anni ’50. Mi chiese se mi piacesse anche Inferno in diretta e gli risposi di sì. Non ricordo bene cos’altro gli dissi, forse proprio che La casa sperduta nel parco è molto meglio de L’ultima casa a sinistra.

Adieu, Monsieur Cannibal. (Ciccio Russo)

2 commenti

  • Doveroso omaggio, caro Ciccio.
    Beh, io riuscivo a guardare sia Colpo Grosso sia i film di Fulci… Gli orari non coincidevano (almeno per quanto riguarda le reti locali torinesi).
    Ricordo un altro fun fact: Lucio Fulci è considerato uno degli autori del testo de “Il tuo bacio è come un rock”.

    "Mi piace"

  • Mi sa che siamo in parecchi a dover ringraziare Blockbuster… all’epoca era davvero introvabile

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...