La lista della spesa di Griffar: Éroros, Merihem, Bleu Morant, Morthibus, Condra

Per una serie di motivi, che non sto qui a spiegare per non tediarvi con i miei casini, sono rimasto terribilmente indietro con le recensioni di quei dischi che hanno allietato i miei oramai scarsi momenti di tempo libero. Non per cattiva volontà quindi, ma solo per cronica mancanza di tempo: in pratica al lavoro quello che prima facevamo in due ora lo faccio da solo, e questo mi ha fortemente penalizzato sotto diversi punti di vista. Quello che andrete a leggere è il primo di spero numerosi articoli che vi consigliano – in modo succinto e sintetico – un po’ di roba che ritengo valida e degna di un briciolo di considerazione. Abbiamo già stabilito che piuttosto che niente è meglio piuttosto, a voi la scelta se approfondire o meno. Tendenzialmente ogni gruppo che troverete in questi articoli ha a che fare con il black metal e con le sue oramai infinite ibridazioni: di volta in volta proverò a delineare l’ambito nel quale il gruppo agisce, l’idea è quella di essere il meno ridondante, pazzerello, ecosostenibile e resiliente possibile. Credo che limiterò i pezzi a 100 copie… ma cosa dico??, che refuso idiota da personalità distorta: a 5 gruppi per articolo, e molto probabilmente scavallerò l’anno, tanto a gennaio e febbraio di solito esce poco. Non si può considerare vecchio un disco che ha sei mesi, che cazzo. Ciò premesso, andiamo con la prima infornata.

Gli ÉROROS sono un trio di provenienza ignota. Loro ci tengono a precisare che i testi sono scritti in una lingua proto-indoeuropea del passato, ma tanto i suddetti testi non sono stati pubblicati, perciò nessuno sa davvero di che trattino. Il disco, accattivante sin dalla copertina, contiene quattro lunghi pezzi di durata mai inferiore agli otto minuti, di cui Wailós è il più lungo (quasi 10 minuti) e per me anche il migliore. Hanno molte buone idee e, pur essendo considerati un gruppo black metal puro e semplice, secondo me pescano a piene mani anche dal death metal di fine anni ’80 – primi ’90, specialmente quello di scuola olandese sul modello Thanatos, Castle, cose piuttosto cupe. Autoprodotto come molta della musica di questi anni e pubblicato per ora solo in formato digitale (non si hanno notizia di edizioni fisiche del disco, che è uscito a settembre quindi oramai in grado di essere stato notato di sicuro), Chariots of Eternity beneficia di suoni impeccabili e di un perfetto bilanciamento tra gli strumenti, il che ci permette di apprezzare il gusto notevole della composizione di riff ora più dinamici ora più massicci e rallentati, fino a spingersi ai confini dell’up-tempo “saltellante” proprio di certo thrash metal tedesco. Inoltre alcune linee di chitarra sovraincisa impreziosiscono il risultato finale, rendendo i pezzi più scorrevoli e interessanti da riascoltare più volte con piacere. Per il gruppo e per i ragazzi che lo compongono si tratta del debutto assoluto: davvero niente male.

Incredibilmente snobbato da chiunque (persino su Bandcamp fino a poco tempo fa l’avevamo comprato in due), Incendiary Darkness è il debutto dei MERIHEM, progetto di alcuni esponenti di spicco della scena black/death. Debutto che, tra l’altro, esce per I, Voidhanger records e questo già di per sé garantisce qualità sopra il normale. Nel gruppo ci suonano Beast (il bassista di, tra gli altri, Frostmoon Eclipse), YhA (chitarrista dei fenomenali Suffering Hour) e Tiuval (cantante di Israthoum e Blutvial), a cui si aggrega un secondo chitarrista. Siamo nel campo religious black metal, quindi composizioni complesse, contorte, riffing dall’alto valore tecnico suonato con una precisione invidiabile in grado di disegnare melodie tragiche, tesissime, irrequiete, vicine all’orlo di una crisi di nervi. I pezzi sono cinque, nessuno più breve di sette minuti, e a prima vista sembrerebbero i cinque capitoli di un’unica lunghissima suite. Non è così, perché il disco è uscito anche in un’elegante edizione in vinile e questo avrebbe significato spezzare il brano in due, cosa che gli artisti tendono ad evitare. Inutile dirlo: a me è piaciuto un sacco, anche se di questi tempi il religious black sta attraversando un periodo di scarsa popolarità. Questa musica ha fascino, Incendiary Darkness è un disco che richiede diversi ascolti per essere apprezzato come merita e ogni volta si scopre qualcosa di nuovo senza che venga mai a noia. Non ha difetti, solo pregi.

Interessante EP di black melodico per i tedeschi BLEU MOURANT, pure loro inquadrati in modo superficiale come puro e semplice black metal sebbene la musica contenuta in Verfallserscheinung contenga una discreta quantità di sfumature non esattamente da manuale del black metal. Innanzitutto la voce è prevalentemente in growling e solo in rari casi azzarda lo screaming, inoltre le tastiere usate in questo modo dolce e le chitarre acustiche/non distorte assumono qui una discreta rilevanza tipica di progetti più inclini al post-black, così come soffusi e malinconici arrangiamenti di viola e violino rendono il tutto più mite, tenue, crepuscolare. Quattro pezzi, una ventina di minuti circa di buona musica. Anche questo disco esiste per ora solo in digitale ed è l’esordio assoluto per il ragazzo che ha messo in piedi la band insieme ad alcuni turnisti.

In bilico tra il fast black nordico – finlandese in prevalenza, ma anche svedese o pseudotale, vedasi gli olandesi Unlord – con una certa dose di religious black (ombre di Funeral Mist per lo più, come ad esempio in Death Prayer) e massicce contaminazioni di death metal americano scuola Immolation/Deicide (a tratti il cantante si cimenta con una discreta imitazione del Glen Benton dei vecchi tempi) è l’esordio del gruppo franco-belga-finlandese MORTHIBUS. The Shadow Path è un discreto macello di una quarantina di minuti suddivisi in dieci brani, tutti abbastanza allineati alla linea guida del progetto: cioè spaccare di brutto, tirare il più possibile a velocità da fucilazione e lasciarsi alle spalle il consueto e ormai celebre cumulo di rovine. Pecca un po’ di diversificazione compositiva, ma è ben confezionato e divertente da ascoltare, i riff sono interessanti e ben costruiti anche se non si può certo dire che si tratti di musica mai ascoltata prima d’ora. Anche questo per il momento esiste solo in versione digitale.

Una delle sorprese dell’anno sono i cileni CONDRA, pure loro all’esordio sulla lunga distanza dopo un EP e due singoli qui tutti riproposti integralmente. Aeonic Tempest from the Abyss contiene dunque otto brani effettivi (escluse le non indispensabili intro e outro): quattro sono discreti intermezzi di chitarra acustica e altri due (Specters of a Dying Soul, che funge da intro alla successiva bellissima Shining Lord costituendone una parte non trascurabile, e Ain Symphony che ha la stessa funzione per il seguente brano The Omen) sono decisamente più significativi e non vanno assolutamente scavallati. La musica dei Condra è fortemente influenzata dallo swedish black/death tecnico di band come Dawn, Sacramentum e Noctes, con più di un riff stupendo e con fraseggi e assoli di chitarra di assoluto pregio. Sembra strano che un gruppo sudamericano si cimenti in un genere musicale così distante, sia in termini geografici che culturali, ma poi, ohibò, in Cile c’è la Terra del Fuoco che è un po’ l’equivalente della Lapponia nell’emisfero meridionale. Si vede che ci sono più punti di contatto di quanti si possa pensare. Geografia black metal a parte, questo disco merita incondizionato supporto se vi piacciono le antiche atmosfere svedesi, inoltre il tipo che tiene in piedi il progetto, tale Alak, suona benissimo e ha tirato fuori un gioiellino di tutto rispetto. Non lasciate che passi inosservato. In digitale e CD limitato a sole 100 copie, ma se ne dovrebbero trovare ancora.

Per ora è tutto, cerco di farmi vivo prestissimo. (Griffar)

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