La finestra sul porcile: NOPE

Il rischio che Jordan Peele mandasse tutto a puttane in stile teorema degli Ulver era altissimo. Parliamoci chiaro: Get Out resta un bel film, ma l’Oscar lo deve all’aver reinserito, nell’horror, quel contesto sociopolitico che George Romero e il Cronenberg de Il Demone sotto la pelle resero una firma indelebile. Quel genere di contesto che vent’anni di So cosa hai fatto, Scream e Final Destination hanno triturato come un cumulo di cartacce.

Osservando i cloni incattiviti di Us capii che, sebbene il regista stesse esponenzialmente maturando, la magia non si era affatto ripetuta. E che il fattore “sociale”, o se preferiamo “politico”, veniva rimarcato in maniera un po’ incasinata. Le attese per Nope, terzo titolo consecutivo da telegramma, erano tuttavia forti. Forti per quel teaser che tutto e niente diceva. Invasione aliena? Sicuramente. Stiate dunque tranquilli: trattandosi di Peele, non sarà affatto un’invasione aliena. Non una canonica, perlomeno. Oppure perché assicurava una probabile sterzata in direzione del fantascientifico. “Spaghetti horror” ha detto la tizia sulla poltroncina dietro la mia al termine della proiezione, rischiando l’improvviso manifestarsi delle Brigate Rosse e la raffica di Uzi. O magari perché andava resuscitando l’ottimo Steven Yeun dopo le sonore mazzolate prese in faccia nell’ultima puntata sensata di The Walking Dead. Quella di cui si lamentarono tutti perché cruenta.

 

Nope, tagliando corto, è un film bellissimo. Azzarderei uno dei migliori che ho visto in sala in questo decennio. Sono uscito di lì con la sensazione di volerlo rivedere nell’immediato, impegnato in una piacevole mezz’ora di chiacchiere con gli amici (più Ichnusa e pizza salsiccia e friarielli) tutti presi ad esaltarne i pregi e i risicati difetti. Questi ultimi in realtà non mancano affatto, ma li giustificherò da autentico paraculo.

Il cinema americano sente da anni il dovere materiale di spiegarci tutto ciò che passa in fotogramma. Laddove non ci riesce, o non si prende la responsabilità di farlo, si ritrova messo alla berlina da noi che finiamo col parlare d’errori di sceneggiatura e ingiustificabile trascuratezza. La realtà è che nell’ambito dell’horror, o della fantascienza, o se vogliamo dell’ignoto, perché mai dovremmo sapere tutto? I protagonisti sono i primi a ritrovarsi al cospetto di un enorme punto interrogativo, e immedesimarci in loro non può che essere un punto di forza.

Certe cose è bene supporle e basta, io resto di questa scuola. Riflettere su un film dopo la sua visione è come riguardare una fotografia e non accumularne a centinaia di inutili su uno smartphone: è dare un senso a quello che abbiamo appena assimilato.

A cosa è lasciata l’immaginazione? È il caso dell’intuizione sugli sguardi diretti, è il caso delle analisi del comportamento dell’antagonista. Di cui, nota a margine, non sappiamo un bel niente: se è solo, da dove provenga, sono tutte questioni che renderebbero il film un film americano di intrattenimento in cui ai personaggi vengono fatte pronunciare cose inverosimili pur di placare la curiosità, o, in taluni casi, l’inderogabile ritardo mentale dei destinatari (noi, seduti al cinema a sgranocchiare). Perché sta proprio lì, nel bel mezzo del niente? Perché ci viene propinato un cortometraggio su una scimmia all’interno di un film sugli alieni? Abbiate la porca puttana di capirlo da soli e soprattutto di arrivarci. Perché coloro che non l’hanno capito (spoiler: ruota tutto attorno all’addestramento, i protagonisti sono addestratori e l’addestramento è a sua volta una causa scatenante al ranch, nel passato del personaggio di Yeun ed al parco di divertimenti) e coloro che durante un film del genere si sono addormentati meritano di essere prelevati da uno di quei corrieri che si occupano di spedizioni internazionali e portati dove nessuno proietta niente, neppure il tredicesimo Fast & Furious che tanto attendono. Tipo nelle zone remote del Kazakistan, a contendersi il poco cibo con l’antilope delle steppe.

Al contrario, è del tutto verosimile che i protagonisti si comportino nella maniera – concettualmente inverosimile e intollerabile – in cui la razza umana è solita comportarsi oggigiorno. Di fronte a una minaccia aliena di portata mortale, ci si organizza e ci si affretta per lucrare sull’avvenimento prim’ancora che lo facciano altri. I veri antagonisti di Nope sono le persone, la diffidenza per il commesso del negozio di elettronica che potrebbe spiare in remoto le riprese del sospettosissimo sistema di telecamere appena installato, o il tizio in moto che invade un ranch trasformato in vero e proprio set cinematografico con tanto di Michael Wincott (attore che da sempre adoro, generalmente nei panni del villain di turno) dietro alla angusta cinepresa a prova di blackout.

Nope è un film che molto spesso ribalta concetti assodati. La creatura non è mostruosa né vagamente brutta. Un disco volante, un tendone da fiera Expo, una medusa, un angelo, il mio cane che inghiotte tutto: potrebbe assomigliare a una qualsiasi di queste cose. È solo primordialmente animalesca negli istinti, è territoriale, come dice OJ. Non fa spavento. Eppure viviamo in costante in tensione, sebbene di jumpscare (termine ripetuto una dozzina di volte dalla stessa tizia dello spaghetti horror) se ne contino giusto un paio, meravigliosamente sfruttati, in due ore e un quarto di proiezione. Il merito è di uno stile registico che spesso omaggia certe usanze di Steven Spielberg – qualcuno ha detto Lo Squalo ed è stato ricoperto di merda e delle faccine che ridono dei post Facebook sui vaccini – mediante quei brevi piani sequenza che prevedono l’alternarsi dell’inquadratura sulla preda e sul suo cacciatore, ora nascosto, ora in vista, mantenendo un ritmo alto ma elegante, mai videoclipparo alla Tony Scott. Martire Tony Scott, io non lo soffrivo. Da Lo Squalo, se proprio vogliamo, ritroviamo la condizione di dover determinare chi stia dando la caccia a chi e per quale scopo (i soldi promessi al grandissimo Quint oppure la sopravvivenza della stagione turistica, se non addirittura quella individuale). Da Incontri ravvicinati del terzo tipo ritroviamo la forza assoluta dell’ambientazione, arricchita dal contesto (si sfrutta quel che rimane del cinema e si sfrutta quel che rimane di un glorioso allevamento equino a esso dedicato: ti coddiri) e da quella incombente nuvola che non si sposta mai, come dipinta sullo sfondo di una tavolozza. Il meteo, il cielo che si trasforma quasi a comando, è uno dei fattori più inquietanti di Nope. La computer grafica con cui è stato imbastito il tutto rasenta la perfezione poiché in rare occasioni la percepiamo come tale.

In maniera decisamente tarantiniana si calca la mano su Steven Yeun, a cui è dedicata la sottotrama su Gordy. Invadente, ha detto qualcuno. Io l’ho trovata meravigliosa, uno degli aspetti per i quali rivedrei il film domani. Il suo discorso sulla televisione che lo lanciò mi ha non poco ricordato i momenti noiosi al centro di Bastardi senza gloria (Mike Myers con Fassbender) e C’era una volta… a Hollywood. La differenza con quel Quentin Tarantino risiede nel fatto che al monologo di Yeun sono concessi i giusti tempi. È superfluo? Sì. È logorroico? Probabilmente. Ma non fa pesare nessuna delle due cose.

Senza ombra di dubbio uno dei migliori film che ho visto al cinema negli ultimi anni. Con altrettanta certezza il miglior film di Jordan Peele, registicamente pronto al debutto, arrogante al secondo giro di boa e autoriale in questa terza occasione, con personaggi contati sulle dita di una mano, ma ben scritti e ai quali ci si affeziona in un attimo, tutti sulla stessa barca, senza essere in dovere di mostrarci una di quelle forzate trasformazioni pre-morte che ci affliggono nel caso di numerose serie televisive. Un Jordan Peele che dipinge il decadimento della società americana riprendendo una cittadella turistica ridotta a circo o a cimitero a seconda del punto di osservazione, e nobili mestieri ripudiati al pari dei nobili mestieranti che li praticarono da un mondo sempre più di fretta e al risparmio.

Dopo l’adrenalina di Top Gun – Maverick, un altro ottimo motivo per andare in sala e godere come una volta. Jordan Peele sei un cavallo. Ti coddiri. (Marco Belardi)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...