La finestra sul porcile: TOP GUN – MAVERICK

Charles: Per la gioia dei pochi Paninari che ancora sopravvivono nel Belpaese, è uscito il sequel di quello che all’epoca fu un film che fece moda e la notiziona, cari i miei panozzi, è che è pure un bel film.

Salto a piè pari tutta la disamina su quanto faccia bene alla pelle Scientology e su quanto Tom sia diventato bravo nelle scene spericolate, che ora (ma pure da qualche Mission Impossibile) interpreta in prima persona senza farsi sostituire dallo stuntman e bla bla bla. Andiamo avanti.

Vengo subito a quelle due, tre, quante me ne vengono, osservazioni che mi premeva condividere.

  • Fare un secondo capitolo di un qualcosa che ha segnato una generazione è un atto di lucida follia: poteva venire fuori una cagata pazzesca e invece no (stesso discorso di Cobra Kai, ad esempio);
  • Senza i figli dei personaggi storici i sequel non starebbero in piedi ma ci deve essere per forza almeno il protagonista (stesso discorso di Creed, ad esempio);
  • Nel primo erano tutti giovani e belli, qui inevitabilmente ci sono pure vecchi decrepiti (Iceman, diventato senatore, non spiccica una parola perché sta male assai, sia l’attore che il personaggio), per altro ben inseriti nel contesto (la moglie di Goose, invece, è inspiegabilmente crepata da anni rispetto al tempo in cui si svolge il film) e ben incarnanti il contrasto umanità/tecnologia;
  • Vengono tratteggiate in modo più grezzo ed enfatico le caratteristiche tipiche dei personaggi standard di Top Gun, tipo lo spaccone qua è ancora più spaccone e così via, non per supplire a cali di trama ma semplicemente perché i registi e gli sceneggiatori americani hanno perso il senso della misura con la fine degli anni ’90: Iceman era un personaggio ben riuscito perché diceva poche battute e poi non si vantava a parole ma coi fatti;

  • In linea con l’ideologia dei tempi, le femmine non sono prede ma predatori (sia nei rapporti umani che nell’azione bellica) e la cosa una volta tanto non risulta buffonesca, anzi direi pure che è un bene per l’economia del film non essersi avventurati nelle paludi della storia d’amore classica che “toglie il respiro” ma di averne attualizzate le dinamiche;
  • Il semplice cameo di Ed Harris rende qualsiasi film un film di guerra;
  • Jennifer Connelly col passare del tempo diventa sempre più bella;
  • Le scene aeree sono incredibili;
  • La storica Kawasaki Ninja GPz 900R, la cui presenza non poteva mancare, viene presto sostituita da una spettacolare H2 sovralimentata da un compressore centrifugo dal doppio dei cavalli di quell’altra e oltre 300 km/h di velocità massima, eppure il Nostro si ostina ad andarci senza casco. (Charles)

L’azzeccagarbugli: “Ma lo sai come fanno gli FA-18 quando vanno in mach 9?”.

Parafrasando la domanda che viene rivolta a Fabietto Schisa durante l’ottimo È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, fin dai primissimi secondi di Top Gun Maverick è chiaro quale sia il fine ultimo che il film di Joseph Kosinski (ma sarebbe meglio dire di Tom Cruise) si prefissa. Quello di dare allo spettatore un’esperienza prima di tutto sensoriale, epidermica, quello di fare sentire la vertigine, il brivido misto ad esaltazione. Il tutto ponendo al centro l’essere umano e la sua capacità di superare gli ostacoli. Perché Maverick, prima ancora di essere uno dei blockbuster più spettacolari e genuinamente divertenti degli ultimi anni, è un vero e proprio manifesto, un atto di resistenza di un cinema che non c’è più.

Lo è stato fin dalla sua lavorazione, prima del covid, con un Tom Cruise che ha preteso un grado di realismo incredibile e agli antipodi rispetto a green screen e a un certo tipo di effetti speciali.. Lo è stato nella – folle – pretesa di pilotare e far pilotare, dopo mesi di preparazione al limite della legalità, dei veri caccia, facendo di fatto gestire alcune riprese agli stessi attori. Lo è perché è un film, anche formalmente, di una classicità quasi commovente. Come acutamente osservato nel suo podcast/vlog dal Prof. Roy Menarini, Maverick è un film più classico persino rispetto all’originale, un film più fordiano e hawksiano, che impone anche una riflessione sul mito del cinema e sulla sua funzione. Lo è per non essersi piegato neanche ad una pandemia, non avendo Tom Cruise e Jerry Bruckheimer accettato distribuzioni limitate, bensì scelto di aspettare ben due anni per proiettare il film nelle sale. Perché come ha espresso a chiare lettere Tom Cruise accettando la Palma d’Oro speciale alla carriera, “faccio film per il grande schermo, io”.

TOP GUN: MAVERICK

Il risultato non solo ha ripagato ampiamente lo sforzo, dato un successo planetario forse inaspettato in queste proporzioni, ma ha anche messo d’accordo critica e pubblico. Perché il nuovo Top Gun ha conquistato praticamente tutti. E a giusta ragione. Perché Maverick è qualcosa di unico e di diverso dal suo predecessore, anche se ricalca nella struttura il paradigma del film di Tony Scott (al quale è dedicata la pellicola), opera chiave per il cinema “di intrattenimento” degli anni’80 del quale insegue il mito, e nonostante una certa ripetitività nella parte centrale e una sottotrama romantica di scarso interesse ma necessaria all’archetipo. E ciò in quanto, seppure i riflessi di un’epica e di una retorica reaganiana siano presenti anche in Maverick, il tono è diverso, è più malinconico, e, soprattutto,  crepuscolare.

È un film di tramonti, letterali e metaforici: il cinema non è più quello di una volta, il mondo è cambiato lo è anche la guerra, come eloquentemente sostenuto da un sontuoso Ed Harris nelle prime scene del film: il tempo dei piloti sta finendo.

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Di fronte a questo tramonto dell’uomo, l’unica reazione possibile è quella di ribellarsi, anche se fuori tempo massimo, e rimettere l’umanità, con tutti i suoi difetti, al centro di tutto, nonostante lo scorrere del tempo. Ed è questa la missione impossibile centrata da Maverick, perché “la differenza non la fa l’aereo, ma il pilota” e anche se c’è da lottare contro il tempo, come nell’incipit del film o nella sua splendida parte finale, ne vale la pena. Una battaglia incarnata anche fisicamente da Tom Cruise, un sessantenne intrappolato nel corpo di un quarantenne che rifiuta di adeguarsi e, dall’alto della sua follia, sfida anche l’ineluttabile. E lo fa caricandosi tutto il peso di questo film sulle spalle.

Perché Maverick è anche questo, un monumento a Tom Cruise progettato ed eretto da sé stesso, un Mount Rushmore di granito sul quale è scolpito solo il un volto, quello dell’ultimo divo di una Hollywood che non c’è più, e che ha l’ardire di alternare sequenze fuori tempo massimo (la partita di football), ad alcune delle più belle scene di azione in assoluto ed è ancora capace di regalare momenti davvero toccanti come la scena-tributo a Val Kilmer/Iceman. Una missione ampiamente vinta perché Maverick brilla di luce propria, supera in slancio il suo modello di riferimento e si impone come una delle migliori pagine di un certo tipo di cinema “di intrattenimento” degli ultimi anni, rivendicandone orgogliosamente la valenza e financo la funzione necessaria.

In estrema sintesi e al di là di qualsivoglia legittima opinione, Maverick è Cinema.

One comment

  • L’unica cosa che manca a questo film è una colonna sonora all’altezza. Per il resto, c’è solo da levarsi il cappello (prima di entrare al cinema, ma soprattutto uscendone).

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