Avere vent’anni: MEGIDDO – The Atavism of Evil

Avevo già parlato dei canadesi Megiddo nel ventennale del loro episodio migliore, quel The Devil and the Whore per il quale Blackgoat della Barbarian Wrath si era invaghito, inventando un antesignano del crowdfunding e vendendo tutta la merce in distro a prezzi stracciati pur di raggiungere il budget per produrlo; alla fine, anche se entrò immediatamente nel cuore dei blackster più devoti grazie al misto musicale tra primi Bathory, primi Beherit ed Hellhammer, non vendette che 2000 copie, cioè tutte quelle che furono stampate in tre edizioni. Insomma, si conquistò imperitura gloria come cult album ma non fece mai quel botto che Blackgoat auspicava.

Da buon metallaro con i controcazzi, il capoccia dell’etichetta che ha scoperto e prodotto gruppi tra i più marcescenti e genuini di tutta la storia del black metal diede ai Megiddo la canonica seconda occasione, pubblicando il successivo The Atavism of Evil circa un anno e mezzo dopo quel debutto così sottovalutato. Nel frattempo tra i due episodi si annovera anche uno split CD-R introvabile nel quale ritroviamo loro in compagnia dei conterranei Rampage: s’intitola Apocalyptic Raids 2001 C.E. ed è un disco di cover tributo agli Hellhammer, con le due band che ricostruiscono l’EP originale come fu pensato all’epoca incattivendo i suoni. Ne esistono 113 copie, io non ne ho mai vista una e l’ho pure tolto dalle wantlist, tanto non si troverà mai.

Tornando a The Atavism of Evil la formula rimane invariata: sette tracce originali di black metal furente e blasfemo, tutte piuttosto brevi, tranne il pezzo che dà il titolo al disco che si spinge a sei minuti e mezzo, più due cover (questa volta tocca a Witchhunt degli Onslaught e a Dance of the Dead dei Warfare inglesi, gruppo speed metal di seconda fascia: il pezzo appare nel primo album della band Pure Filth casomai foste curiosi di ascoltare la versione originale, ma occhio che è un pezzo del 1984 e i suoni del disco potrebbero sembrarvi scadenti, si sta parlando dell’era giurassica del metal quando ottenere suoni decenti non era uno scherzo, per non parlare di produzione e mixaggio). Come nel non troppo fortunato predecessore le composizioni non sono mai eccessivamente veloci o sparatutto, l’alta tensione deriva da una capacità considerevole di scrivere ottimi riff spaccaossa suonandoli con una convinzione ed un’energia tipiche del periodo ante-black metal al quale si ispirano in modo così palese. I pezzi funzionano tutti, si percepiscono meno influenze Beherit e Hellhammer e molto più Bathory ma forse ciò è dovuto al fatto che durante la stesura dei brani probabilmente nello stereo della sala prove giravano un po’ di più The Return o Under the Sign of the Black Mark rispetto ad altra roba, e questo deve aver avuto un certo riscontro nel risultato finale del disco.

Il fatto è che… ecco, The Devil and the Whore suonava meglio e continua a suonare meglio perché effettivamente fatto di un’altra pasta, purtroppo The Atavism of Evil ai suoi livelli non ci arriva pur essendo comunque un bel disco da rimettere nello stereo e scapocciare come nei cari vecchi tempi. Gli manca quel qualcosa che nel precedente c’è, sarà la cazzimma, sarà che suona un po’ più prevedibile e meno fragoroso, ma come disco è sensibilmente meno indimenticabile. Uscì prima in versione numerata a 666 copie e fu poi ristampato un paio di anni dopo in una seconda versione non numerata della quale esistono mille esemplari (la versione in vinile uscirà dieci anni abbondanti più tardi), ma lo scarso interesse suscitato causò l’interruzione dei rapporti con la Barbarian Wrath, decretando di fatto la prematura fine della band. L’anno successivo pubblicarono tre sette pollici split (con i Sadomaniac e i Legion 666 per la allora neonata Iron Bonehead records, con i Countess per l’australiana Decius productions) contenenti sole cover (di Beherit, Amebix e Motorhead) prima di sciogliersi senza che fossero stati scritti nuovi pezzi originali. Riformatisi dieci anni dopo, i Megiddo hanno fatto uscire un terzo album nel 2015 nuovamente per Barbarian Wrath, The Holocaust Messiah, prima di far perdere ancora una volta le loro tracce, compilation e boxed set esclusi che di solito sono materiale per completisti o per cercare di monetizzare il nome di gruppi che, volente o nolente, hanno lo status di cult band. Penso non li abbia aiutati anche la prematura scomparsa del loro mentore Blackgoat, avvenuta un nerissimo giorno del sempre più lontano 2018. (Griffar)

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