Forse bastava fare un po’ meno: CAVE IN – Heavy Pendulum

Se no poi finisce come per i Mastodon l’anno scorso, che qua dentro erano piaciuti soprattutto agli insospettabili, poi nessuno però si è messo a tirar giù due righe. Finiva così anche per i Cave In, sicuro. Per il nuovo Mastodon non ero uscito pazzo. Anzi, non ero uscito proprio. Troppo lungo ed evoluto, per la mia attenzione di ascoltatore l’anno scorso. E non è che coi Cave In quest’anno sia più facile. A parte che, prima di aderire convinto al revanscismo di Metal Skunk come lettore, tempo fa, avevo perso un po’ la bussola, come ascoltatore, e mi ero proprio perso che avessero proseguito la carriera dopo Antenna. Quando ho visto Stephen Brodskij sempre più impegnato in collaborazioni coi Converge, ignoravo che non avesse messo in congelatore la sua creatura principale. E non sapevo nemmeno della tragica dipartita del bassista Caleb Scofield, sostituito ormai da Nate Newton, proprio dai Converge. Il disco nuovo, questo Heavy Pendulum, lo produce poi Kurt Ballou, come ai tempi dell’esordio, e vedete così che il rapporto tra le due band è più stretto che mai.

Dicevo che non era facile per me l’ascolto di Heavy Pendulum, ma ne faccio più che altro un tema di durata. Non tanto perché, come leggevo una volta, un disco deve durare come il tragitto casa lavoro, in media 40 minuti. No, perché io in media ce ne metto cento, per cui i settanta di Heavy Pendulum ci stanno. Nemmeno per la solita cosa che viviamo un’epoca veloce, fatta di informazioni veloci e il tempo da dedicare ad un disco non ce l’abbiamo. Cazzate. Siamo quello che siamo perché un’ora e passa da dedicare ad un disco significativo la troviamo. Anche se non abbiamo più sedici anni e tra lavoro e famiglia il fancazzismo è bell’e dimenticato. Il punto è che questi settanta minuti di musica qui sono composti da una dozzina di canzoni (più due intermezzi) tutte buone o più, alcune ottime, ma omogenee, per suoni, toni, sviluppi. Quindi fatico perché non guidato da una dinamica di un album che, per la durata che ha, potrebbe avere sviluppi molto più vari e stacchi più accentuati.

Ispirazione ce n’è e tantissimi brani, presi singolarmente, sono semplicemente inattaccabili. Suono impeccabile, manco a dirlo, duro, corposo e profondo. Sonicamente parlando, il punto di arrivo di decenni di esperienza post-hardcore. La forma canzone prevalente è forse invece quella (post-)grunge, con strutture semplici, pur con qualche dinamica dispari, e dinamiche riff/ritornello. Riff e ritornelli che Brodskij raramente sbaglia, anzi quasi mai. I fraseggi/mazzata di New Reality e Blood Spiller sono headbanging puro. Il ritornello di Floating Skulls (tra strofe dure e contrappunti urlati) ha quella leggerezza calviniana di scuola indie che appunto pochissimi come e quanto i Cave In, o i Trail Of Dead, sanno valorizzare in un contesto pesante. Poi se siete cresciuti a pane, Down e Soundgarden (oggi, mentre scrivo, è il 4 luglio…), non potrete non apprezzare le venature southern della canzone che dà il titolo alla raccolta e che per il resto pare puro spleen di Seattle.

Insomma, un discone o no? In realtà a me qualcosa non torna, o manca proprio. Sarà che mi sono perso, mea culpa, una lunga parte della carriera dei Cave In, ma in Heavy Pendulum non ritrovo troppi dei colori che ero portato a credere avessero ancora nella loro tavolozza. Forse non parlo del rigore schizoide del post-hardcore matematico degli esordi, perché i ’90 son finiti da un pezzo e perché in realtà è stato messo in discussione sin da subito, con Jupiter e ancor di più con Antenna. Che son due dischi che, a meno che non siate usciti scottati all’ epoca dall’ammorbidimento della materia, sfiorano la categoria del “geniale” proprio dove approcciano con semplicità radiofonica un aggiornamento del discorso iniziato dal prog e altrimenti abbandonato in mani sbagliate. Voglio dire, i Muse spicciavano casa a Brodskij e compagni, che a tratti quasi lambivano territori idealmente simili per magniloquenza ed ambizione, non certo per retroterra e risultati. Detto da me potrebbe non voler dire molto, dato che ritengo immonda qualsiasi nota prodotta da Bellamy. Però voglio dire che un equilibrio tra orecchiabilità, grandeur e complessità i Cave In te lo tiravano fuori con apparente semplicità e se oggi il pubblico generalista delle radio style ruock non conosce a menadito numeri come Inspire o In the Stream of Commerce è un problema tutto suo.

Ecco, a Heavy Pendulum, che è un disco di rock duro, maturo e complesso, manca quella visione sonica più ampia e finisce schiacciato da un muro di suono che pare contenerlo. E, saranno passati gli anni o successe cose ben gravi e dolorose, le melodie non sono così leggere come in passato. Certo che a un gruppo che esiste da trent’anni e se ne esce fuori con un disco così potrei evitare di fare troppe menate, me ne rendo conto. Ma fosse composto di almeno quattro brani in meno il disco ne avrebbe giovato. (Lorenzo Centini)

2 commenti

  • Io sento aleggiare un nonsoche di Voivod in tutto il disco. Comunque, sempre apprezzati, in tutte le loro forme.

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  • L’ho messo tra i miei dischi dell’anno e credo proprio ci resterà. Capisco le tue considerazioni, Lorenzo ma direi che rischi di stare nel novero del pelo nell’uovo.
    Mi ritrovo inconsapevolmente a canticchiare un sacco di riff e linee vocali di questo (splendido) album. Wavering Angel è sul podio dei tre brani più belli del 2022.

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