Avere vent’anni: SENTENCED – The Cold White Light

Qui si gioca coi sentimenti. Parlare di questo disco, parlare dei Sentenced in generale, richiederebbe per me poco meno di una confessione a cuore aperto, una messa a nudo di me stesso, una seduta psicanalitica senza filtri in cui sforzarmi di trovare le parole giuste per cercare di fare intuire i motivi per cui sono stati così importante per me. Purtroppo, però, credo di non essere in grado di farlo; e non so neanche se questa condizione sia definitiva o semplicemente temporanea. Se, in altre parole, io abbia perso completamente la capacità di esprimere determinate cose oppure se questo deriva solo dalle circostanze di un periodo.

Ho amato The Cold White Light sin da subito. Per un certo periodo l’ho considerato il mio preferito dei Sentenced, ma poi la scelta è andata a ritroso: dopo c’è stato Crimson, poi ancora Frozen, e infine mi sono fermato lì. Ora posso dire indubitabilmente che il mio preferito dei Sentenced è Frozen. Sono ragionamenti che nascono da ascolti ossessivi, morbosi, prolungati per anni in cui ho permesso loro di interpretare i miei malesseri esistenziali. Perché poi il senso dei Sentenced è tutto in quella coltre di plumbea negatività che ne costituisce la cifra e che si può senza paura di esagerare definire pessimismo cosmico: for as long as I remember life has been hard / I guess they have “misery” written somewhere in my stars, come cantavano in Home in Despair.

La differenza tra innumerevoli gruppi la cui negatività è espressa in maniera parossistica e i Sentenced sta poi nel fatto che i loro pezzi sono perlopiù orecchiabili, ritmati e incredibilmente semplici, con la forma-canzone in bella evidenza e uno stile vocale influenzato spesso nientemeno da James Hetfield; anzi, se quest’ultimo fosse nato in Finlandia, lontano dalle luci della California ma comunque sempre fin troppo vicino al baluginare del fondo della bottiglia, probabilmente sarebbe stato Ville Laihiala. Questa semplicità amplifica il messaggio, esattamente come il live acustico degli Alice in Chains è molto più devastante di diecimila gruppi gotici che si affannano a esprimere la miseria umana con linguaggio aulico e camicie di broccato. I Sentenced, in più, ci mettono anche lo humour nero, come chi ha talmente interiorizzato il malessere da riuscire ad esprimerlo con il sorriso.

Eppure, seppure pezzi come Neverlasting e Blood & Tears siano comunque fruibili senza tutta quella sovrastruttura pessimista di cui si diceva prima, non mi capita più di ascoltarli con la stessa frequenza di prima. Forse è una questione di rispetto, ma non riesco a trattarli come gruppo di canzoncine. E, al contempo, crescere e avere la responsabilità di altre persone sulle tue spalle non ti permette di indulgere troppo nel lato buio delle cose. Per questo i Sentenced appartengono ad un capitolo della mia vita definitivamente chiuso, nonostante nel mio intimo li adori come prima.

The Cold White Light peraltro è forse il disco più metallone dei Sentenced. Prodotto da Hiili Hiilesmaa, col suo caratteristico suono finlandese pulitissimo e scintillante, ha i chitarroni in primo piano e mette potenza persino nei pezzi lenti. Excuse me While I Kill Myself, titolo a parte, potrebbe essere un singolone da passare alla radio, così come The Luxury of a Grave o Brief is the Light. La ballata You are the One è uno dei rarissimi spiragli di luce dell’intera discografia dei Sentenced, come Drown Together del precedente album, ma annegata in questo mare di sardonica rassegnazione fa ancora più male. L’album si chiude con No One There, il cui testo devastante impallidisce in confronto al video che ne è stato tratto, una delle cose più terribili che abbia mai visto – e che evito accuratamente di vedere da anni perché mi prende troppo male. Il loro scioglimento, arrivato con tempismo perfetto, ha dato corpo al vecchio adagio che gli eroi muoiono sempre giovani e belli. Non potrei mai finire di ringraziarli per essere stati ciò che sono stati per me. (barg)

15 commenti

  • Disco immenso

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  • Visti dal vivo al Babylonia di supporto ai My Dying Bride (che concerti all’epoca eh?) mi fecero una bella impressione, tuttavia continua a piacermi di più il primo periodo (Amok) con l’altro cantante… senza nulla togliere a quello che è venuto dopo.

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  • Per me sta alla pari con Amok, anche se No one there è una delle cose più belle che potrò mai sentire

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  • A proposito di vecchio cantante e bassista: Taneli Jarva suona, per l’appunto, il basso nei Friends of Hell assieme al vecchio cantante dei mai troppo rimpianti Reverend Bizarre, Albert Witchfinder.
    Il disco eponimo è uscito da poco ed è un bel sentire di Doom classico.

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  • Elfo Cattivone

    Mai capito perché nessuno considera North from Here, il perfetto cugino di Tales from the Thousand Lakes.

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    • Io li ho conosciuti con North from Here (grandissimo disco, dove esistono già in nuce cose che la scena di Gotheborg sistematizzerà solo successivamente). Il punto secondo me è questo: con quale disco hai esordito. Se sei partito dopo Amok tendi a vedere quello che è successo prima con occhi differenti.

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      • Elfo Cattivone

        Sicuramente è così, a me invece la fase gothic lascia indifferente, North from Here trovo che sia sottovalutato perché da solo vale più di molte discografie di gruppi cloni melodeath, ma pure Shadows of the Past per me è bellissimo, se devo ascoltare un disco death metal old school è uno dei primi a cui penso, come pure The Karelian Isthmus, sarà che ho un feticismo per il death finlandese.

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  • Oh io lo dico, meglio di questo solo il successivo Funeral Album. Sarà pure per questioni anagrafiche e tutto il resto, ma i Sentenced degli ultimi due dischi (seppure già da Frozen fossero già un gruppo della stramadonna) stanno veramente ad un livello troppo alto per l’85% dei gruppi Metal odierni. Stavolta tutto già detto dalla recensione, in primis quanto cazzo ti faccia stare male No One There, per il resto solo tanto odio per la realtà circostante.

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  • mi fa simpatia che non consideri Funeral Album, in effetti disco nettamente inferiore.
    uno dei miei 5 gruppi preferiti di sempre… amok disco seminale. i tre successivi, oro argento e rosso, inarrivabili. questo mi piace meno, ma resta un ottimo lavoro.
    guardo il video di no one there ogni tanto e mi trovo a piangere ogni volta come un bambino

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    • Questo me lo riascolterò con piacere oggi! Per me il video di No One There fa il paio con quello di Killing Me Killing You di due anni prima; sono contento perlomeno che si siano sciolti prima che le persone che adesso chiamano tutto “mainagioia” imparassero a scrivere.

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  • io non vedo tutta questa negatività nel video di No One There, ha un bel messaggio anche se il contesto non è certo molto allegro. Ma sempre meglio andarsene con i propri cari a fianco piuttosto che essere asfaltato da un camion o schiattare in un capannone abbandonato con un ago nel braccio

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    • mah… capisco il tuo punto, ma a parte che lei manco lo riconosce, quindi lui potrebbe essere chiunque… io più che per la situazione di lei sono straziato per quella di lui

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  • Un disco importantissimo per me, così come per l’autore ha segnato un capitolo della mia vita, forse il più formativo per un ragazzo. In quegli anni ero innamorato della Finlandia, anche frequesntandola personalmente. Un capito davvero chiuso, ormai lontano che sta sbiadendo, ma che rimarrà sempre nella memoria.
    Un odei dischi della mia vita.

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