La finestra sul porcile: il remake 2022 di NON APRITE QUELLA PORTA

In sostanza ci sono quattro tizi che, a bordo di una Tesla, attraversano il Texas in direzione d’una cittadina chiamata Harlow. Sono assortiti in questa maniera: sui sedili anteriori una coppia etero interracial e dietro due donne, fidanzate, una delle quali è iperprotettiva verso l’altra in quanto frustratissima per essere sopravvissuta a una sparatoria con tutte le conseguenze del caso. Due di loro sono inoltre influencer e chef celebrati. La medaglia ha due facce, come risaputo: una di esse ci rivela che il film rispetta le normative vigenti sulla selezione e costruzione dei personaggi; l’altra lascia ben sperare che il regista, armato di buonsenso, li farà massacrare da Leatherface armato di motosega.Ma non finisce qui. Raggiunta Harlow i quattro scoprono altri due personaggi, uno dei quali è l’ambiguo texano che fungerà da tramite fra la burocrazia e l’amichevole rito della consegna delle chiavi del luogo. L’altra pare occupare abusivamente uno degli stabili ed è tanto vecchia quanto malandata. Ha un che di K.K. Downing. L’inghippo? I quattro imprenditori, acquisiti i diritti sulla disabitata Harlow, vogliono metterne all’asta ogni singolo edificio per ricostruire, con persone ragionevoli, un luogo privo di violenza (cito le testuali parole dei protagonisti). In Texas. In un paesino dalle cui mura, nella migliore delle ipotesi, sono scappati tutti.

Arrivano gli acquirenti: un pullman di lusso pieno di ricconcelli come loro, il che suddivide l’azione in due poli opposti. Da una parte l’occupante pare non essere così abusiva come presunto (la ricerca dei documenti per assumere l’autorità necessaria a sfrattare l’altro è patetica, e il regista non ce la risparmia affatto), e se la porta via la polizia insieme al gigantesco figlio ebete. Chi sarà mai quest’ultimo? Dall’altra si assegnano gli stabili agli acquirenti, si griglia sotto al sole texano, ci si sbronza un po’ mentre il gringo autoctono che vi ho descritto sopra comincia a innervosirsi per l’invasione a opera di conquistadores completamente scemi.La situazione degenera. Assistiamo a un film del tutto allucinante, in cui è chiaro dal primo istante chi finirà per diventare hamburger e chi darà filo da torcere al bestione: le due frustrate che si sono lamentate tutto il tempo. Assistiamo anche alla scena migliore di tutte, quella del furgone incidentato contro il veicolo agricolo nel campo di girasoli appassiti, seguita a ruota da Leatherface che emerge fra i girasoli come un qualunque Rambo dal torrente gelido, e, dato che nessuno l’osserva in un raggio di cinquanta miglia, se ne va verso il tornado. Ora aprirò una parentesi: ignoro chi cazzo sia il regista ma la madre l’ha chiamato davvero David Blue. Di cognome, Garcia. Non credo c’entrino i Kyuss, comunque. Ma lo sceneggiatore di questa porcata è uno tosto, il Fede Alvarez che, oltre a dirigere il reboot de La Casa, s’occupò interamente di Man in the Dark. Un film che ti annoda i coglioni per tutto il tempo. Se davvero Fede Alvarez ha sceneggiato questa roba qua, allora ha dei problemi. Di colpo Alvarez inserisce l’ultimo personaggio clou: la sopravvissuta del film del 1974, che, ritiratasi in una fattoria a squartare maiali nel modo più cruento possibile, tenta di replicare le gesta della prode cacciatrice Laurie Strode nei recenti Halloween (la preda che diventa il cacciatore), finendo, suo malgrado, per inanellare una sequela indescrivibile di cazzate che non riporterò nella loro interezza. Afferma inoltre che Leatherface va ucciso e che non bisogna scappare, altrimenti lui non smetterà di cercarci: fino a prova contraria, però, fino a ieri lei se n’era rimasta lì in fattoria a devastare filetti e controfiletti, mentre lui stava nella fatiscente Harlow in attesa di sfratto esecutivo a opera di coglioni dalle tendenze più suicide che strettamente demaniali.

Sally Hardesty, interpretata dalla Olwen Fouere di This Must be the Place, va a botta sicura a cercarlo con una doppietta, lo individua entrando in un edificio di cui non sapeva nulla, lo ha a tiro disarmato, e inizia a parlargli. Causandone la fuga.

Ma i problemi non finiscono con Sally Hardesty, che, ci tengo a precisarlo, non avrebbe potuto esser interpretata dalla storica Marilyn Burns, deceduta otto anni orsono. E che in ogni caso si sarebbe rifiutata d’interpretarla in un tanto fatiscente script. C’è il pullman, come detto poco fa. È perfettamente funzionante e lo usano per rifugiarsi al suo interno poiché là fuori piove a dirotto e incombe un’ipotetica minaccia. Iniziano tutti ad ascoltare musica da zingari e a bere. Il pullman diventa un delirio di fumo come qualunque rispettabile pub nel 1996; manca solo Creep. Si alternano momenti in cui i rifugiati sono terrorizzati dalla minaccia esterna ad altri in cui ballano serenamente e cazzeggiano coi cellulari, senza mai utilizzare questi ultimi dispositivi per chiamare le autorità o un Glovo. Accertato che il pullman sta lì perché due di loro non rientrano, escono e scoprono che una è in fuga da una motosega e che all’altro manca metà faccia: lo mettono in moto, qualcuno lo sabota e l’autista scende per controllare.

Apparsa la testa dell’incauto conducente, Leatherface monta sul pullman e tutti iniziano a inquadrarlo con gli smartphone e a fare la diretta social. Diventa la Sagra delle Frattaglie di Strada in Chianti.

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Giunto al termine della tortura, la mia – l’unica cosa che non spoilererò, in assenza delle energie necessarie a farlo – rammento a me stesso che un film che comprende corpi divisi in due da una sega elettrica non ha la minima capacità di disturbare. Se ripenso a titoli come l’originale di Tobe Hooper, o L’ultima casa a sinistra del 1972, con David Hess che popolerà gli incubi di chiunque lo guardi anche una sola volta, e se poi accosto quell’horror di cui oggi si effettuano i rifacimenti alle odierne porcate senza onestà né sostanza, io mi deprimo. Non aprite quella porta 2022 non solo è un film di merda, fa sembrare il remake con Jessica Biel (2003) un mezzo trionfo. Ed effettivamente quest’ultimo era un buon remake che non richiedeva ulteriori atti di svecchiamento, i quali, generalmente, finiscono con l’umiliazione sistematica di una saga gloriosa e che, anche nei capitoli minori, come il sequel con Dennis Hopper e Bill Moseley del 1986, non mancarono di mostrarci un cast, una storia e dei giganteschi attributi. Non aprite quella porta 2022 è il nulla cosmico a opera di sceneggiatori costretti a scrivere troppa, davvero troppa roba, pur di accontentare l’insostenibile domanda delle voracissime piattaforme in streaming. E Leatherface l’hanno fatto fuori loro. (Marco Belardi)

5 commenti

  • Non avendo Netflix non ho avuto né spero di non avere mai il discutibile piacere di guardare questa roba (mi è bastato il trailer con Leatherface che sbuca tra i girasoli tipo teletubbies). Incredibile comunque come questa saga, partendo da uno degli almeno tre più grandi horror della storia, peggiori ad ogni nuovo capitolo: già il secondo era monnezza oggi rivalutata giusto perché c’era Hooper di mezzo, ma dopo quello 3D di tipo dieci anni fa direi che non c’è proprio verso.

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  • Charles Sbronzo

    Ma non erano sorelle quelle due dietro? Non lo so mi sono annotato appena è iniziato

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  • La brutta notizia è che Alvarez scriverà il nuovo Alien…

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    • Marco Belardi

      Su quella saga piove sul bagnato. Prima hanno cancellato il progetto di blomkamp, poi Covenant, poi Alvarez. È dalle sceneggiature riscritte di Alien 3 che non e va una per il verso giusto

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