Avere vent’anni: Lead us into War and Final Glory

Era una bell’etichettina devota all’underground, la Dark Horizon. Oggi funziona solo più come mailorder e, visti i costi delle spese di spedizione tra gli Stati Uniti e l’Europa, la sua merce è inavvicinabile. Indietro nel tempo, però, realizzava anche dischi di assoluto livello puntando su gruppi dal potenziale fulgido avvenire, anche se molto spesso non è stato così (neppure per i Fog, il cui cantante/chitarrista Lord Typhus è il proprietario della label), però se ci pensate bene il tipo ha lanciato i Revenge, niente male.

Fu così che nel gennaio del 2002 uscì il 4-way split Lead Us into War and Final Glory, con il preciso e dichiarato intento di valorizzare nuovi talenti, come scritto nel booklet del CD: “Questo disco ha lo scopo di dimostrare che l’eccellenza ancora si annida nell’underground del metal estremo, che esiste ed è floridissimo. Con questo disco siamo riusciti ad aggiungere i connotati che oramai mancano a pubblicazioni di questo tipo: Eccellenza e Diversificazione. Una varietà di grandi talenti è inclusa qui, aumentando di molto la qualità di quest’uscita. Brutalità, Violenza, Oscurità, e Intolleranza, questo è tutto quello che effettivamente è il True Black Metal Underground”, poi va beh, continua fino ad arrivare alla spiegazione del titolo ufficiale del CD in uno scritto nel quale non manca la retorica, che però è la retorica tipica di quegli anni, quando il black metal dopo un decennio di sviluppo esponenziale un po’ la corda stava cominciando a mostrarla, e c’era bisogno di persone come Typhus, personaggio senza nessun compromesso che si è sbattuto come un cavallo imbizzarrito per evitare che l’oblio scendesse sul genere coprendolo con il suo pesante mantello e nullificandone il futuro.

Allo split partecipano quindi quattro band che giravano nell’orbita della piccola etichetta di casa a Fort Wayne, Indiana: i canadesi Allfather, gli ungheresi Nebron e gli americani Hordes of the Lunar Eclipse e Gnostic. Aprono il disco gli Allfather che in dieci minuti infilano cinque canzoni una più feroce dell’altra, di puro war black metal suonato con attitudine hardcore punk. Riff sparati a velocità da paura, nessun cedimento né compromesso, niente melodie orecchiabili o arrangiamenti complessi e riempitivi: solo furia, furia cieca e basta. Forse erano troppo avanti per quei tempi, perché il war black metal ha conosciuto grande popolarità solo dopo qualche anno, fatto sta che, a parte questo episodio, la loro discografia comprende solo il debutto Weapon of Ascension del 2005, che ebbe buon responso di critica ma forse non di vendite, dato che la band si sciolse l’anno dopo. Il bassista Adam Angus entrò negli Antediluvian, altra gente che musica tranquilla non ne suona, ed anche gli altri tre membri si dispersero in altri progetti.

Per secondi suonano i Nebron, ungheresi, una band di black metal puro che all’epoca era piuttosto pompata sia da Attila (Csihar, ovvio), che nei Nebron forse rivedeva i suoi vecchi Tormentor, sia da chi era riuscito a comprare (vantandosene sfacciatamente) una copia del loro CD d’esordio The Message, pure questo uscito nel 2002 per Dark Horizon, contenente i pezzi della demo che ne aveva fatto circolare il nome nell’underground più altri 4 pezzi nuovi, tutti pesantemente ispirati dai Mayhem di De Mysteriis dom Sathanas, solo con qualche tastiera in più. Come lo sono parimenti i due brani che i magiari contribuiscono in questo split nel quarto d’ora a loro concesso: due gran bei pezzi, plumbei e mefitici come solo i maestri norvegesi riuscirono a comporre. Effettivamente, se esiste un gruppo che si è avvicinato quasi a sfiorare il sound dei Mayhem quelli sono stati i Nebron, e non era mica facile. Forse però furono caricati di troppe aspettative, forse il fatto che riuscire a trovare i CD della Dark Horizon in Europa era un’impresa per nulla semplice (io comprai entrambi i dischi da No Colours records in Germania, dopo averglieli chiesti innumerevoli volte) caso vuole che neanche loro ebbero vita lunga dopo questa collaborazione. Stando a Metal Archives sarebbero ancora attivi ma io non sento parlare di loro da tempo immemore, e questo split è tuttora l’ultimo disco sul quale si può ascoltare della loro musica. Molto probabilmente il gruppo si è sciolto da un pezzo e Metal Archives non ne è al corrente.

Il testimone lo ricevono gli Hordes of the Lunar Eclipse, duo nato come progetto parallelo dei Fog e poi andato avanti per qualche tempo in modo autonomo arrivando a realizzare tre full length. I Fog erano decisamente ispirati dagli Emperor di In the Nightside Eclipse, e in questa incarnazione i due ragazzi riprendono tematiche Emperor dandogli connotati più occulti, usando tastiere in modo diverso ed incorporando nel sound qualche caratteristica death metal. Dei quattro gruppi di certo i migliori (lo dimostra anche la loro carriera successiva, più duratura) anche perché i tre pezzi sono tutti molto diversi tra loro, dalla suite di oltre dieci minuti Within the Scathing Silence of the Withered Shadow Forest più sinfonica ed ipnotica alla decisamente più breve, violenta e vicina al raw black metal And Blood Became Snow. Quella di diversificare tantissimo i loro pezzi nel contesto dello stesso album è una peculiarità che hanno poi mantenuto nel tempo, per loro fortuna (e merito, naturalmente). Pure loro sono considerati ancora in attività, l’ultimo album Solstice però è uscito nel 2012 (solo in versione digitale, tra l’altro) dopodiché hanno fatto perdere le loro tracce.

Chiudono i giochi i texani Gnostic, band che suonava raw black metal facendo abbastanza il verso a quello che si può ascoltare in The Oath of Black Blood dei Beherit rivisitato e mischiato con il death metal statunitense brutale di Angel Corpse e Incantation. Anche loro ci mettono cinque brani, un po’ meno brevi di quelli degli Allfather ma anch’essi comunque ultraviolenti, intransigenti, del tutto votati a rompere quanti più timpani possibile. Roba grezza, strutturata in modo semplice e suonata fragorosamente, quel che serve per produrre musica che non ha particolari intenti artistici: ciò che conta è la brutalità e tutto il resto passa in secondo piano. Anche loro sono durati per ancora qualche tempo, pubblicando due album e un paio di titoli più underground prima di sciogliersi e fornire alcuni dei loro membri a gruppi più famosi come Blood Storm e Thornspawn.

Lead Us into War and Final Glory finì nella mia top ten di fine anno, mi sembra nei primi cinque. Si riascolta molto volentieri tutt’oggi, è ancora assai attuale e proprio non sembra che siano passati così tanti anni. Il CD si trova (incredibilmente) per pochi spiccioli, se penso a quanta fatica feci a comprarlo all’epoca… I casi della vita. (Griffar)

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