Skeletor death metal: speciale SENTIENT HORROR

Scrivo per rompere un criminale silenzio in merito ai Sentient Horror, gruppo death che avrebbe meritato molta più attenzione fin dal 2016, ovvero il loro anno di esordio, e risulta ancora ampiamente sottovalutato e dimenticato, nonostante sia uno dei più interessanti in circolazione. Si erano formati nel 2014 con il nome di Sentience, con cui incisero un EP di tre canzoni, poi cambiarono il nome in quello attuale. Sono il gruppo di Matt(hew) Moliti, giovane talentuoso laureatosi alla Berkeley Music School, che adesso di mestiere fa l’insegnante di chitarra per tutte le età e, appena può, si dedica al death orrorifico.

Matt(hew) Moliti

Potremmo dire di vecchia scuola, come hanno già fatto molti professionisti del settore, ma a dire il vero non so se questa definizione abbia un senso: nel caso concreto stiamo parlando di quello stile svedese che si sviluppò nell’arco di pochi anni e che fu poi rapidamente soppiantato da altre tendenze, dato che al tempo si faceva la corsa a evolversi verso qualcosa di più complesso o, semplicemente, di diverso rispetto agli esordi. Al pari di quanto succede per altri sottogeneri, come la cosiddetta NWOTHM, oppure il black thrash, anche per quel tipo di death delle origini accade che alcuni oggi vogliano esplorarlo di nuovo, perché ha ancora molto da dire in senso artistico e, in effetti, gente come i Sentient Horror ci dimostra come lo si possa ancora usare in modo solidissimo. Matt Moliti è un grande appassionato di metal e, anni addietro aveva un altro gruppo chiamato Dark Empire, di genere power-prog, con cui realizzò tre dischi fra il 2006 e il 2012. Lo stile musicale dei Sentient Horror deve tanto, tantissimo agli svedesi dei primissimi anni 90, io direi proprio agli Entombed e ai Dismember, con quell’equilibrio esatto fra potenza, velocità e gusto per il riff, con una tecnica raffinata, ma senza esagerare.

Gente con le idee chiare

Anche la scelta dei suoni e del growl vocale sono svedesi: chitarre basse con distorsione nitida, ma comunque satura abbastanza per creare quell’atmosfera horror che ci piace tanto. La sezione ritmica è funzionale, lineare, professionale, fa il suo mestiere senza inventare troppo, ma per un genere come questo non è necessariamente un difetto. Qui i protagonisti sono le chitarre e la voce, che omaggia il grande patriarca Lars Goran Petrov nel suo essere gutturale, ma sempre comprensibile e fluida, anche se poi mostra di avere un proprio stile. Non mancano momenti in cui assomigliano ai Death e, in generale, a quel death americano ben suonato e ben prodotto, anche se, beninteso, l’influenza maggiore viene sempre da quella Svezia, tant’è che 31/10/2017 fecero una serata tributo agli Entombed, guarda caso:

Si diceva horror: io conierei ad hoc il termine estetica Skeletor, ovvero quando sulle copertine troviamo teschi incappucciati, ossa usate in senso architettonico, lapidi, tentacoli, mostri improbabili che si muovono in paesaggi ultraterreni, colori da copertine di Zio Tibia, oppure se volete con un certo gusto simile ai primi dischi dei Death.

Skeletor Bloody Gore

Passiamo in rassegna, brevemente, la loro produzione in ordine cronologico.

2016: Ungodly Forms. Si apre con una bella intro, pesante e cadenzata, guidata da una melodia di chitarra che ci introduce ai suoni e alle atmosfere del disco che verrà. Si tratta di un bel death a velocità mediamente sostenuta, a volte quasi hardcore nell’impostazione ritmica, caratteristiche che comunque ci riportano all’influenza svedese di cui ho già detto sopra. I brani sono tutti di buon livello, molto omogenei nella qualità. I miei preferiti, che suggerirei di ascoltare per farsi un’idea sono: Die Decay Devour, Beyond the Curse of Death, A Host of Worms (la più horror) e Celestial Carnage

2018: The Crypts Below (EP). Disco breve, fatto di canzoni anche loro brevi, tranne l’ultima Darkday che dura più di cinque minuti. La qualità è superiore rispetto all’esordio, con un finale che da solo “vale l’acquisto”. La velocità e la potenza sono aumentate e i suoni sono leggermente diversi, con una batteria meno triggerata e più realistica, soprattutto nei piatti. Era chiaro che i Sentient Horror stessero facendo un percorso di tutto rispetto. Le cinque canzoni sono tutte da ascoltare, ma Darkday è di sicuro la migliore, quella che mostra più personalità e capacità compositiva.

2019: Morbid Realms. Ultima uscita fino ad oggi, che conferma il precedente percorso dei Sentient Horror. Qui sentiamo canzoni più complesse e varie rispetto alla produzione precedente: lo stile rimane un death a prevalente influenza scandinava, ma compaiono influenze più americane. Anche la voce sembra rifarsi maggiormente a cantanti locali. Il livello compositivo è sempre ottimo. Ascolti consigliati: Call of Ancient Gods, Sworn to the Dead, Black Wings of Delirium, Morbid Realms.

Questa è la loro produzione fino ad oggi, i due album più l’EP. Il 22 aprile 2022 uscirà il loro terzo LP, che si intitolerà Rites of Gore e sarà edito dalla Redefining Darkness per il Nord America e Testimony Records in Europa.

Oggi è disponibile una canzone in anteprima, Till Death do us Rot

È una canzone nella media dei Sentient Horror, veloce e potente, con bei riff e qualche variazione. La produzione sembra più impastata e Matt Moliti afferma che lo sia volutamente. Per ora sospendiamo il giudizio, ci risentiremo in primavera, con il nuovo disco alla mano. (Stefano Mazza)

Rites of Gore, in arrivo il 22 aprile 2022

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