Il Djokovic del black metal: NYCTOPHILIA – Weltschmerz

Ho già avuto il piacere di parlarvi dell’opera di Grief, polistrumentista e compositore polacco che porta avanti il suo progetto principale Nyctophilia da otto anni a questa parte, in occasione del 4-way split Allegiance to Forgotten Blood con gli Elegiac, i Wintaar e quel gruppo scozzese dal nome assurdo. Split che è entrato nella mia top ten di fine anno, cronologicamente successivo di una quarantina di giorni a questo album (che rappresenta il sesto episodio della sua prolifica carriera) ma che ho ascoltato di più perché la Wolfspell records mi ha fatto arrivare da poco il pacco contenente i CD. Meglio: gli scazzati delle Poste si sono degnati di recapitarmelo solo da poco. Allora è capitato che Weltschmerz lo abbia ascoltato meno, e ne parlo adesso perché solo recentemente sono riuscito a farmici una full immersion, con notevole soddisfazione per le mie straziate orecchie.

Ribadisco che a mio parere Grief è un fuoriclasse, ad oggi è il Novak Djokovic del black metal, giusto per citare un esempio, sempre di origine slava, noto ai più. È la risposta europea più credibile agli Spectral Wound, anch’essi autentici fuoriclasse, non tanto per similarità della proposta musicale quanto per l’attitudine molto old style quando si tratta di scrivere brani black metal e per l’approccio che entrambi hanno nel comporre musica nera che di più non si può. In giro per il mondo ci sono decine di band che scrivono ottimo black metal, lo dimostra la mia lista di fine anno che contiene decine di nomi, dato che io ho bisogno di musica da ascoltare come i pesci di acqua per nuotare e cerco continuamente nuova musica che mi emozioni, trovandone fortunatamente ancora tanta. Poi ci sono anche i fuoriclasse che scrivono musica semplicemente meglio di altri, ma non perché quella degli altri non sia buona od ottima, è solo che la loro è, semplicemente, migliore.

Weltschmerz contiene cinque brani, uno dei quali assimilabile ad una intro di sole tastiere pur essendo un pezzo già lunghetto di suo – oltre cinque minuti – che anticipa il mood di atmosfere nerissime che troveremo nei successivi quattro brani di puro, semplice (?!), mastodontico black metal minimale, strutturato su pochi efficacissimi riff ripetuti con maestria alternando momenti più violenti ad altri più meditati, incastrandoci all’interno parti di pura atmosfera anch’essi di sole tastiere come abbiamo potuto ascoltare in Zmierchz (la intro/non intro) che in un certo qual modo le preconizza. Il minutaggio dei pezzi cresce progressivamente dai dieci minuti e mezzo di Wędrówka przez nocny bezkres ai tredici e mezzo di Ku śmierci… ku światłu, accompagnandoci in un viaggio attraverso atmosfere di struggente bellezza a tratti del tutto sovrannaturali, ultraterrene. Quattro brani stupendi, quattro gemme che sprigionano luce nera anche per la produzione “strana”, per la scelta di suoni molto, molto low-fi che riprende per certi versi il demo sound di metà anni ’90 con le chitarre molto liquide, quasi come provenissero da distanze remote, e con la base ritmica basso-batteria asciutta, sintetica, minimale ma rocciosa e posta in bell’evidenza. Grief è in grado di scrivere riff che creano atmosfere da brividi dal primo all’ultimo secondo di ogni pezzo; il disco dura 52 minuti che volano via, non un solo secondo di musica è inutile, inappropriato o poco ispirato.

L’ho detto e lo ripeto: questo losco figuro non scrive altro che capolavori ed è sulla buona strada per entrare nella storia del black metal dalla porta principale. Mi rammarico di non aver incluso Weltschmerz nella playlist di fine anno perché lo avrebbe meritato (al pari di tutti gli altri, invero) e sento di dovergli tutte le mie più sentite scuse. Ogni tanto leggo in giro “ah io non ho ascoltato nulla perché non c’è nulla che mi abbia interessato”. Beh, in questo caso o siete diventati sordi o non ve ne importa più nulla dell’heavy metal (ma allora cosa ci fate qui?), oppure siete morti e non ve ne siete neanche accorti. (Griffar)

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