Freddo, freddo e ancora freddo: SPECTRAL WOUND – A Diabolic Thirst

Fino a non molto tempo fa ero solito dire di non avere certezze nella vita tranne una, che però riguarda argomenti sportivi quindi possiamo soprassedere. Ora non posso fare a meno di aggiungerne un’altra, cioè che qualunque band arrivi dal Quebec e suoni black metal è immancabilmente un gruppo della madonna. È bello avere questo tipo di certezze. Non vi costringo a leggere una lista pressoché infinita di gruppi che hanno inciso e tuttora incidono solo album pazzeschi perché, come giustamente scrissero dai Metallica nel booklet di …And Justice for All per tagliare corto la lista di ringraziamenti, “long lists are fucking boring”. Santa verità. Dunque, sapendo che gli Spectral Wound sono canadesi e risiedono in Quebec già potete immaginare che diavolo di disco hanno tirato fuori.

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A Diabolic Thirst è il loro terzo album e segue di tre anni quell’Infernal Decadence che fu un’evoluzione del loro esordio, a sua volta di tre anni più datato, che contribuì non poco a creare un hype tutt’altro che immeritato, anche se certi prezzi per i loro vinili sono francamente esagerati. Va beh, basta comprarsi il CD., tanto tra cinque anni i CD saranno nuovamente di moda come lo è il vinile adesso, quindi non avrete certo in mano un pezzo trascurabile. A bomba sulla musica: pur non distanziandosi più di tanto da Infernal Decadence, il nuovo disco riesce a migliorarlo in modo concreto e sensibile, perché, se suoni questo tipo di fast black metal con le chitarre high-pitched in tremolo (come hanno già fatto tra gli altri Monarque e Forteresse, tra i capostipiti della scena di cui fanno parte anche loro), non pretendi di certo di inventarti un nuovo modo di suonare o di inserire nelle composizioni chissà quale stravaganza; quello che importa sono i riff, e cosa riescono a comunicare questi riff. Se si cerca in un disco black metal oscurità, cattiveria, malvagità, disperazione, occultismo e freddo, freddo, freddo e ancora freddo (in Quebec d’inverno i -30°C volano bassi) allora A Diabolic Thirst è il disco che fa per voi, perché nelle sue tracce di troverete questo e quasi nient’altro.

spectral wound a diabolic thirst

Tutti i pezzi sono spintissimi, tirati per la maggior parte del tempo a velocità disumane e sottolineate con grande perizia dal batterista, forse l’elemento che tecnicamente è migliorato di più, con in mezzo i giusti rallentamenti messi dove serve davvero, onde evitare che un potenziale gran disco diventi una rottura di palle a causa di pezzi tutti uguali e tirati dal primo all’ultimo secondo. Questa maggiore esperienza ha aiutato non poco gli Spectral Wound a migliorare le loro già notevoli composizioni, ottenendo infine sei brani – nessuno dei quali inferiore ai cinque minuti di durata – che hanno solo pregi e nemmeno un difetto, e che ascoltati ad alto volume in cuffia ti fanno pogare con qualsiasi cosa ci sia di animato (o inanimato) nei pressi del tuo stereo, e ascoltati in macchina ti fanno seguire l’eccellente screaming di Jonah Campbell cantando tu stesso a squarciagola subito prima di addentare il volante e lasciarci impressi i segni dei canini. Poi ci si accorge di stare parlando di un disco molto eterogeneo quando ti rendi conto che la tua preferita dell’album è la lunga (poco meno di dieci minuti) Mausoleal Drift, che si distacca in modo un po’ più marcato dallo schema compositivo classico del tipo “assaltiamo il nemico all’arma bianca senza considerare eventuali perdite”, preferendo parti più meditate nelle quali si nota quanto siano migliorati sia compositivamente che tecnicamente. Oramai gli Spectral Wound sono ai livelli dei grandi del genere, e non mi stupirei migliorassero ancora. Eccellenza pura e classe enorme, A Diabolic Thirst è imperdibile. (Griffar)

One comment

  • Ti dirò caro griffar, non hai affatto torto sulla bontà delle band québécoise. Ascolto ancora con piacere Dans les bras des immortels, per fare un esempio. Nello specifico però trovo sopravvalutato questo disco. Se ne parla troppo in rete e di solito, quando si condensa un eccesso di attenzione, il risultato è un consenso generale che procede per suggestione inconsapevole. L’ho ascoltato, certamente, e lo trovo un prodotto francamente acerbo, nulla di così speciale.
    D’altro canto fatico a capire perché invece si parli così poco dei Los Males del Mundo, che hanno fatto un album con i controcazzi. Sarà per la provenienza? Per tornare al mio incipit, a sto punto credo che anche la cartina geografica crei aspettative stereotipali.
    Saluti.

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