Cime tempestose e praterie silenziose: EMMA RUTH RUNDLE – Engine of Hell

Ok, la faccio breve che questo non è un disco metal. E nemmeno rock. Qualcuno su queste pagine scrisse saggiamente: nel dubbio, il Metallo. Che è un principio sacrosanto, e invito tutti a tenerlo sempre in considerazione. Ma a volte ci stanno pure le eccezioni. Che tra i 24 lettori certificati di Metal Skunk sono sicuro che ce ne sia qualcuno che sotto l’aria da cattivone poi non dimentica di innaffiare i fiori in balcone. E accarezza i gatti che incontra per strada anche quando non sono neri come la notte. Son sicuro che anche tra i più insospettabili in redazione ci siano di quelli con i peluche nell’armadio. Alla fine a fare outing musicale siamo quasi sempre l’Azzeccagarbugli ed io. Ma chi ci dice che Griffar non abbia il poster degli Abba in camera? Vabbuò, il punto è che un anno fa ero convinto di aver scritto una mezza stroncatura di May Our Chambers Be Full, sostanzialmente perché i Thou mi fanno cagare e mi frustrava che tarpassero le ali ai pezzi di ERR. Però poi ho capito che il disco piacque. Più di quello che pensassi. Allora vi aggiorno anche sull’ultima uscita solitaria della cantautrice ma, occhio, vi avverto: è un disco di silenzi, sussurri, note minimaliste di piano e chitarra acustica.

Grazie, a chi ha già smesso di leggere, per l’attenzione ricevuta finora. Per gli altri approfondisco: è però un bel disco di silenzi, sussurri, note minimaliste di piano e chitarra acustica. Anche molto bello. Scommetto che la voglia fosse esprimere la propria scrittura ridotta all’osso, questa volta, senza le strutture rock, metal o psichedeliche. E la scrittura, ma anche l’interpretazione, è la migliore che abbia generato finora, forse. Certo, per i pezzi di piano i riferimenti credo siano quelli di voci femminili tipo Tori Amos o altre del genere, ma ammetto la mia ignoranza al riguardo. O forse il cuore di tenebra vittoriano di White Chalk di PJ Harvey. Cui si accosta per certi versi, come terapia del dolore. Perché Engine of Hell è un disco dolorosissimo. Invece dove domina (sottovoce) la chitarra, direi che la scuola è quella dell’indie folk più pessimista americano, tipo Smog, Bonnie Prince Billy, prima Cat Power. E questi sono lidi che invece ho frequentato molto più spesso. O la tristezza desolante di un Nebraska. O certo intimismo un po’ maggiore, frammenti di Red House Painters o Smashing Pumpkins. Razor’s Edge è puro spleen corganiano, potrebbe venire tranquillamente da Pisces Iscariot. Insomma, Emma continua a tenere il piede in due scarpe. Questa volta ha smesso gli anfibi e la long sleeve coi teschi per una giacca ed un taglio di capelli che fa più Manhattan. Ma l’anno prossimo sarà nel bill del festival Fire in the Mountains (un saluto a Marco da Genova) insieme a Enslaved e Wolves in the Throne Room. Visto l’ambiente, un festival agreste immerso nella natura di una riserva immensa, potrebbe benissimo presentarsi con un set acustico, anche se io mi aspetto abbia comunque in serbo per allora qualche novità più elettrica. Ad ogni modo, a dispetto di tutto, Emma Ruth Rundle resta un’artista più nostra di quanto pensereste. Nel dubbio, la musica che emoziona. (Lorenzo Centini)

2 commenti

  • A me il disco precedente piace un sacco. Questo lo devo ancora ascoltare.
    A proposito di outing: Kin, il nuovo Whitechapel, è proprio fico (ruffiano, sì, ma sti cazzi).

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  • Mi piace ma mi convince meno che una Chelsea Wolfe, per dire. Credo che ascolterò questo disco con molta attenzione. Anche se l’attesa per la collaborazione Wolfe/Coverge mi sta consumando (e nemmeno per sogno i dischi dopo “Jane Doe” sono da buttare).

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