LA FINESTRA SUL PORCILE: No Time To Die

Dopo una lavorazione tormentata, arriva finalmente in sala (circostanza non proprio scontata) il nuovo Bond, l’ultimo interpretato da Daniel Craig. Dal suo annuncio è successo davvero di tutto: in primis, il ripensamento di Daniel Craig che aveva deciso di smettere dopo Spectre, poi l’abbandono alla regia di Danny Boyle con il conseguente intervento di Cary “ho diretto la prima stagione di True DetectiveFukunaga, una sceneggiatura che ha subito troppe stesure – da ultimo dall’ottima Phoebe Waller-Bridge– e, tanto per gradire, una simpatica pandemia che ne ha rimandato più volte l’uscita.

Eventi che hanno sicuramente inciso sul risultato finale di un film non compatto, che risente di una sceneggiatura troppe volte rimaneggiata incapace di rendere giustizia a nuovi personaggi che, sulla carta, avrebbero dovuto essere centrali e che, probabilmente, avrebbe necessitato di una regia più solida, soprattutto nelle scene più smaccatamente melò, appesantite da scelte formali davvero discutibili. Ma, come sempre, il risultato finale non è dato dalla somma algebrica delle sue componenti e molti di queste mancanze passano comunque in secondo piano. Perché il film di Fukunaga eccelle – e lo fa davvero- sotto l’aspetto più importante in assoluto, quello della coerente, intensa chiusura di  quella rivoluzione copernicana iniziata nel 2006 con lo straordinario Casino Royale.

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Perché da quando Daniel Craig ha ottenuto la licenza di uccidere, abbiamo sempre avuto, da un lato, uno 007 capace pienamente di incarnare l’eredità del mito bondiano, di farsi carico della gravitas del personaggio e dei suoi -splendidi, irrinunciabili – cliché, dall’altro James, completamente diverso da quello dei suoi predecessori. Un personaggio tormentato dal suo passato, dalla voglia di cambiare e incapace di fidarsi di qualcuno, ma desideroso di non doversi più “guardare alle spalle”, come emerge in una delle prime sequenze di No Time To Die ambientate a Matera.

Su questa dicotomia si è fondata la rinascita del nuovo James Bond, una novità già intuibile dalla relazione che il nostro intraprendeva con Vesper Lynd nel film di Martin Campbell e che ha trovato la sua piena espressione nel meraviglioso Skyfall. Bond cerca di scappare da sé stesso e lo fa anche nella prima parte di No Time To Die, non vuole affrontare la sua debolezza, la sua umanità, né affidarsi ad altri e si rifugia, come ha sempre fatto, in 007, nelle sue Aston Martin e nelle sue avventure, ma la vita lo costringe a fare i conti con sé stesso, con James.

Analizzando retrospettivamente i cinque film interpretati da Craig è di tutta evidenza come essi siano costellati da molti addii, da punti fermi nella vita di Bond che, improvvisamente, vengono meno fino a quando, in questo film, il nostro non rimane da solo, con un presente in cui non si riconosce e delle scelte da intraprendere. Ed è qui che il film di Fukunaga eccelle, in questo confronto reso necessario da un mostro del passato, questa volta di Madeleine Swann (interpretata da Léa Seydoux), che lo mette davanti ad un bivio netto, ad una scelta che è prima di tutto identitaria e che questo Bond intraprende con coraggio, scatenando le ire di chi è ancorato all’idea di un personaggio inamovibile nel tempo. Un confronto interiore che ricorda quello di uno dei Bond più riusciti (forse del migliore in assoluto) e meno celebrati, quello di On Her Majesty’s Secret Service, tra l’altro esplicitamente citato sui titoli di coda con Louis Armstrong, ma che è qui portato ad un altro livello.

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E tra una sequenza mozzafiato, la bond girl di turno (l’ottima Ana De Armas), un interessante piano di eliminazione di massa basato sul DNA delle vittime ideato da un cattivo funzionale, ma ancora una volta esile, il Bond craighiano compie il suo ultimo viaggio.

Un’avventura scissa tra il passato dell’icona (inseguimenti dell’epoca Moore, il personaggio di Malek che richiama il primo villain di Dr. No, il “giardino dei veleni” che sembra uscire da You Only Live Twice) e la propensione verso nuovi territori del personaggio James Bond, fino al punto di non ritorno degli ultimi trenta minuti. Un finale in cui si porta a compimento il percorso intrapreso dal 2006 e che se per alcuni potrà essere irricevibile, per chi scrive rappresenta un nuovo, importante, punto di partenza per il futuro del personaggio e della serie.

Perché non è tempo per morire, e anche se la storyline di Craig finisce qui, 007 è e sarà sempre immortale e come apprendiamo, ancora una volta, dai titoli di coda, “James Bond ritornerà”.

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