Abyss of Wrathful Deities, il nuovo deludente GRAVE MIASMA

Mah.

Io il motivo per il quale i Grave Miasma abbiano deciso di mettersi a suonare death metal scandinavo in occasione del loro secondo full lenght non riesco mica a capirlo. In verità potrebbe essere il terzo, se pensiamo che Endless Pilgrimage, uscito nel 2016, annovera 33 minuti di musica in 5 brani inediti (però inediti per il progetto Grave Miasma, essendo in effetti rivisitazioni di pezzi della demo uscita nella loro prima incarnazione denominata Goat Molestor), eppure viene considerato un EP… Anche no, dico io, però contestare serve a poco. Eppure ci sto provando, credetemi. Fallendo miseramente.

A parte che Abyss of Wrathful Deities è un po’ troppo lungo e a lungo andare diventa pesantuccio, e va beh, ci può stare vista la prolungata assenza dagli scaffali dei negozi di dischi con qualcosa di nuovo: tolto l’abbastanza anonimo interludio di un minutino di chitarra acustica, stile Morbid Angel periodo Blessed are the Sick, nessuno degli otto pezzi scende al di sotto dei sei minuti; all’opener Guardians of Death mancano otto secondi, ma in compenso Exumation Rites va oltre i sette, così si alza la media. Il problema è che i brani, pur non essendo malvagi, difettano clamorosamente di diversificazione compositiva.

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Ma perché mai mettersi a scimmiottare un intero genere musicale che fino ad oggi non è mai stato nelle vostre priorità? Tipo, voi inglesi avevate costruito praticamente dal nulla una scena in grado di contrastare i pluriacclamati Dead Congregation, assieme a Cruciamentum, Abyssal ed altri assassini del pentagramma, suonavate un gustoso blackened death metal ad alto contenuto di zolfo, il vostro nome vi rendeva onore essendo nel death metal uno dei rari casi nei quali il moniker non è scelto a casaccio bensì inquadrava perfettamente la proposta musicale, maleodorante, mefitica, puzzolente di cimiteri abbandonati e fiori marci… E poi, per succedere all’eccellente Odori Sepulcrorum del 2013 ve ne uscite fuori con ‘sta roba?

Per praticamente tutti i cinquantadue minuti del disco non si fa altro che fare paragoni: questo riff assomiglia a questi tali, quest’altro ai talaltri, quest’altro ancora è pari pari agli altri ancora… È tutto così, e tutta questa scia di tali e talaltri sono tutti gruppi death metal scandinavi della scena di fine anni ’80/primi ’90 dei quali è inutile che faccia i nomi, dato che quelli che avete in mente sono esatti e magari in mezzo ci mettete anche qualcuno che io non mi sono ricordato.

TUTTO, ma proprio tutto il disco gira su quegli schemi musicali, specialmente per quello che riguarda le partiture meno veloci e più corpose che sono le predilette (di velocità in Abyss of Wrathful Deities ce n’è pochissima), non c’è praticamente nessuna variazione sul tema tranne nella conclusiva Kingdoms Beyond Kailash, che importa dai Melechesh un arrangiamento di sitar orientaleggiante un po’ diverso dal solito, anche se non è nulla che faccia gridare al miracolo essendo comunque inserita sempre nel solito pattern compositivo. Neanche gli assoli sono memorabili, dato che anche loro pagano pegno a quanto fatto in passato un po’ più a Nord.

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Ma poi, voi ce l’avete presente il compiantissimo LG Petrov quando in Left Hand Path prima del pezzo sfumato canta la strofa What man created man can destroy/Bring to life that day of joy con il growling riverberato che ha fatto pogare miliardi di persone? Bene: tutte le vocals del disco sono precise identiche, una clonata di quelle storiche, e, se per i primi tre brani la cosa si può anche sopportare, alla fine dell’album la sensazione è più di fastidio che di venerazione come invece capitò nel caso di Petrov. Non suonavano così i Grave Miasma, non lo hanno mai fatto e non capisco perché hanno cominciato adesso. È preoccupante, perché questo non è un tribute album di cover celebrative di una scena che magari gli ha anche fatto venire voglia di imbracciare uno strumento e chiudersi in una rehearsal room per poi comporre musica personale: questo è un album di inediti che giunge a otto anni dal precedente full lenght ed a cinque dalla loro ultima uscita discografica, ed è la copia carbone di idee prese di peso da quelle di altra gente, il che può voler dire che loro di idee proprie non ne hanno più.

Molto spiacente, ma per me questa è una delle delusioni dell’anno in corso. Dei Grave Miasma che si mettono a copiare musica fatta da altri, in altri contesti, in altri tempi e con un’ispirazione del tutto diversa non so che farmene, io volevo un’altra bella palata di marciume in faccia, di liquami putrescenti brulicanti di insetti schifosi in ogni fottuto assortimento possibile, tra un po’ ‘sto disco lo potrei fare ascoltare a mio fratello che non concepisce altro che la musica classica e nemmeno mi direbbe che è rumoroso e violento come fa di solito quando gli capita di ascoltare quello che esce dal mio stereo. (Griffar)

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