AGENT STEEL – No Other Godz Before Me

Piero Tola: Devo dire che stavolta l’hanno azzeccata. Una bella formazione giovane e vitale che dà vita ad un disco come si deve, coi suoni giusti, i riff giusti, le melodie giuste, gli assoli giustissimi etc etc.

I “nuovi” Agent Steel hanno tutti i crismi per contendersi lo scettro vacante di un genere, quello che probabilmente ora spetta ad una band proveniente da un’ondata più recente, visto che Testament e Death Angel non ne azzeccano una da mò. Forse i dimenticati Viking potrebbero competere, tra le vecchie glorie, con quel sorprendente e violentissimo No Child Left Behind del 2015, che secondo me avrebbe meritato molti più tributi ed è certamente meglio di tutto quanto fatto dai due nomi citati sopra negli ultimi 5-6 anni.

Non fatevi ingannare dai proclami apocalittici che dicono “sentirete una sconvolgente ed inedita versione degli Agent Steel, meglio di tutto quanto fatto in passato bla bla bla…”. Questo No Other Godz Before Me si nutre a piene mani dei clichè tipici degli Agent Steel, se così li vogliamo definire. Tutto ciò non è però un difetto, anzi. Dopo tutto quei clichè hanno fatto di Skeptics Apcalypse e Unstoppable Force due dei capisaldi dello speed/thrash/power metal americano degli anni Ottanta. Qua troviamo la formula pressoché intatta in termini di spunti melodici, ispirate armonizzazioni chitarristiche, riff selvaggi e velocità di esecuzione, condita da begli assoli e tutto quanto ci vuole per fare un disco di thrash/speed metal che spacchi. È evidente ascoltando dei veri e propri pugni in faccia come Trespasser o la thrashettona The Devil’s Greatest Trick. C’è pure qualche vecchio riff di James Murphy, rielaborato per l’occasione.

Se proprio gli si vuole imputare qualcosa, allora diciamo che a tratti i nuovi Agent Steel peccano un po’ di prolissità, come nell’anticipazione di cui già parlammo in passato. Non c’è però nulla di male nel sentire un riff che funziona, anche se ripetuto. È un peccato veniale. Sempre meglio della merda equo-solidal-hipster-mischiata-a-cazzo-di-cane che piace agli imberbi “cringiatori”.

Speed metal tagliente, suonato a rotta di collo dai bravissimi Nikolay Atanasov (chitarra), Shiuchi Oni (basso), Rasmus Kjaer (basso), Vinicius Carvalho (chitarra), i quali hanno il merito di finalmente riportare in auge un gruppo che ha significato parecchio, almeno fino a quando gente come Kurt Colfelt, Bernie Versailles e Juan Garcia ci ha militato.

Unica nota negativa: il fastidiosissimo autotune usato da un cantante evidentemente spompato e che deve ricorrere a questi mezzi per consegnarci una prova che a tratti risulta fastidiosa se non ridicola.

Marco Belardi: Nel comporre un nuovo album a nome Agent Steel, quasi a nome John Cyriis’ Agent Steel, il cantante deve aver avuto delle visioni a dir proprio impressionanti. Lo dico perché ha pubblicato sul profilo ufficiale alcuni post che sembravano lasciar presagire qualcosa di imponente che sta per affacciarsi sul mondo, annunciando un evento che attendevamo da trent’anni con inclusa mascotte ufficiale che più brutta non si può. Io, metallaro particolarmente sensibile all’hype generalizzato nei confronti delle ultime uscite, ho tentato di comprendere l’effettiva portata mediatica e sentimentale di codesto No Other Godz Before Me e subito mi sono impantanato.

Mi risulta infatti che dell’album freghi un cazzo soltanto a me e a Piero Tola, due brutti ceffi dislocati a 1515 km di distanza e 14 ore e 52 minuti di percorrenza automobilistica passando per Austria e Repubblica Ceca. In un raggio simile non ho trovato nessun altro che fosse incuriosito dall’album, se non per le altisonanti dichiarazioni alle quali John Cyriis ci ha ormai abituato. Io e Piero Tola, invece, lo vogliamo ascoltare davvero. Ho forse indagato poco?

La riprova me la offre Barg, che tenta invano di buttar lì l’idea di una gigantesca recensione multipla di redazione fomentata appunto dalle sparate di Cyriis, dall’Evento, dalla Mascotte e da tutto quanto il resto, e che fallisce miseramente. A nessuno neanche qua dentro frega niente di No Other Godz Before Me, tranne che a noi due.

E allora ci siamo ritrovati venerdì 19 marzo a scambiarci su Messenger frasi sconnesse, fra cui, cito il suo esordio, “HABEMUS JOHN CYRIIUS LA BESTIA È FUORI”. L’emozione era tangibile, la riluttanza da parte del resto dell’ignobile razza umana all’avvicinarsi ai fasci di luce che l’album emana dall’alto era indecorosa. Guardiamo a noi stessi e a nient’altro: nemmeno il Carrozzi ha mosso un dito.

Io e Piero Tola vediamo in questi giorni le stesse cose che vede “Johnny”, come i suoi profili secondari chiamano Cyriis sui social.

Vediamo interi paesi che si adunano nelle piazze volgendo lo sguardo al buio, in attesa che l’Evento si manifesti con un boato o un bagliore candido e stranamente sopportabile.

Sentiamo che una voce con accento insolitamente inglese, dall’alto, pronuncia loro un saluto e aggiunge di non aver alcuna paura, e che una nuova Era di verità e fratellanza sta incominciando.

E i raggi di Luce li prelevano, e li cullano verso la Nave Madre uno ad uno, senza che un singolo individuo cada al suolo e si sfracelli costole e cranio e interiora. Tutti arrivano su sani.

A quel punto alcuni bassi e rassicuranti ominidi aventi le sembianze della Mascotte si avvicinano e li accompagnano in a una sala, dove vengono esortati dalla voce inglese a godere dell’ascolto, concluso il quale dovranno a pronunciare la prima parola che gli verrà in mente. Tocca ai primi, una coppia di giovanotti nati non prima del 1998 che la musica la fraintenderanno anche, ma la tecnologia di sicuro la conoscono.

Arrivano in fondo a Crypts of Galactic Damnation: carina, un po’ allungata con il brodo. John Cyriis non si cheta mai, sembra Dani. Se la canzone dura 4:11 lui riesce a cantare su 4:15. Soprattutto si ha la sensazione che abbia rispetto del solo assolo di chitarra. Quando c’è l’assolo di chitarra lui sta zitto, segno che se il bulgaro alla sei corde allunga le mani avrà la meglio. Terminato l’assolo lui riparte, come una moglie che ti urla nelle orecchie che non hai spolverato, che non hai spazzato, che non hai tolto le stoviglie dal tavolo, e che non hai fatto neppure quell’altra cosa. Non riesci a goderti un singolo riff, qua dentro. Eppure i riff ci sono, qua dentro. Insomma ai due ragazzi il pezzo piace, o almeno, è una parte di quello che pensano nel momento in cui termina.

“In una sola parola, descrivete quel che il Cielo ha fatto giungere fino a voi”

“AUTOTUNE”

Budella e ossa, occhi strappati e carne ricadono come grandine sulla folla che urla e inizia ad essere prelevata a gruppi più numerosi; fasci di luce stavolta di sei, e pure di otto, li portano su mentre si agitano senza alcuna possibilità di precipitare e morire per volontà propria.

Sterminata l’intera popolazione e in procinto di passare al seguente agglomerato urbano, l’Alieno ebbe come la sensazione che l’album davvero fosse buono, ma che avesse rovinato tutto lui a prescindere dal tipo d’effetto utilizzato (nel caso egli avesse ragione e non si trattasse di autotune potrebbe benissimo trattarsi di Melodyne, ma non potrei averne la certezza in prima persona e in ogni caso il discorso non cambierebbe di una virgola). A prescindere, inoltre, dal numero di sovraincisioni, di cori e d’esagerazioni varie figlie di colui che è ritornato e che non s’è sentito minimamente di trattenersi in favore di una forma canora più sobria, pudica e umanamente accettabile. E lo negò a sé stesso, una volta per tutte, con la complicità dell’assenso completo dei suoi profili secondari, tutti quanti solidali con Johnny.

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