Non tutto il deathcore viene per nuocere: INGESTED – Where Only Gods May Tread

Il termine deathcore una decina d’anni fa era diventato una sorta di marchio d’infamia che si tendeva ad associare a ventenni semideficienti con gli estensori nei lobi delle orecchie e i tatuaggi sul collo che saltavano in sincrono. Non che ciò fosse del tutto falso ma già allora era ingiusto liquidare preventivamente come merda un macrogenere che per un certo periodo aveva rappresentato buona parte della scena americana e aveva pertanto contribuito a mantenere il metallo vivo nell’epoca del grande riflusso, ovvero del trapasso definitivo dell’industria discografica tradizionale. Oggi, a vent’anni da quel Destroy the Opposition che fu allo stesso tempo l’ultimo disco death metal classico davvero rilevante e la matrice delle tendenze future, il linguaggio e l’estetica di questa esecrata formuletta sono diventati il retroterra naturale di tante giovani formazioni che si approcciano alla materia estrema dai versanti più disparati. E non è forse un caso se i risultati più interessanti non arrivano dagli Stati Uniti ma da luoghi nei quali è più difficile avere nell’armadio lo scheletro di una maglietta dei Suicide Silence o degli Emmure.

Alcuni tra i migliori gruppi deathcore sulla piazza arrivano infatti, al momento, dal Regno Unito. Dei gallesi Venom Prison vi ho già parlato. Devo ancora assimilare il nuovo Primeval ma Samsara fu uno dei migliori dischi estremi del 2019. Ora è la volta di fare la conoscenza degli Ingested, combo di Manchester che per questo quinto Lp ha fatto le cose abbastanza in grande dal punto di vista promozionale, lanciando una sfilza di singoli e presentando una manciata di ospiti dove spicca, tra vari figuri più o meno illustri del giro metalcore a stelle e strisce, il buon vecchio Kirk Windstein, a suo agio tra gli accenti acidi e doomy di Another Breath.

Where Only Gods May Tread è il punto d’arrivo di un’evoluzione costante, partita da premesse un po’ maldestre e scontate e culminata nel 2018 con il notevole The Level Above Human. Rispetto al predecessore, quest’ultimo album è un ulteriore passo avanti in termini di complessità di scrittura e cura negli arrangiamenti, con chitarre che insinuano sottili contaminazioni sludge, quando non post-hardcore, su una base altrimenti fedele alla linea. Quasi a rendere nemesiaca l’infinita polemica sui breakdown, è però un’arma a doppio taglio l’aver quasi del tutto sollevato il piede dall’acceleratore.

Certo, la monotona sequela di mid-tempo è solo la cornice di un affresco ben più variegato ma, nondimeno, un blast beat in più qua e là avrebbe mantenuto la soglia d’attenzione a livelli sempre adeguati. Da un altro punto di vista, i brani migliori sono quelli più lenti e dilatati, dove le uscite dal seminato e un certo gusto melodico psichedelico trovano lo spazio che meritano (la conclusiva Leap of the Faithless, di nove minuti e passa, è forse il brano che preferisco). Non so quindi cosa sarebbe meglio aspettarsi dagli Ingested per il futuro, se un recupero dell’anima trucida primigenia o un definitivo salto del fosso. Di sicuro sarà difficile accontentarsi se al prossimo giro si ripeteranno e basta. La Unique Leader, in ogni caso, rimane una buona fucina di talenti anche dopo la prematura dipartita di Erik Lindmark. (Ciccio Russo)

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