Avere vent’anni: LYKATHEA AFLAME – Elvenefris

Mi ricordo come fosse ieri quando, ad un concerto nel bresciano, incontrai Giorgio/The Spew, dalla cui distro prendevo sempre un sacco di roba quando ci si incontrava agli eventi, che mi disse: “Griffar, lascia perdere il resto e prenditi questo”. “Questo” era Elvenefris dei Lykathea Aflame. E poi fu l’abisso, perché questo CD è droga, dà dipendenza. Potrei lavorare 18 ore al giorno, oppure sfondarmi a merda con un’intera bottiglia di Cragganmore e comunque mi basterebbe mettere in cuffia Elvenefris per zompare come un gatto e saltare come una cavalletta per ogni dove. Specialmente durante i 6 minuti di Bringer of Elvenefris Flame, un pezzo che evoca i morti fuori dalle loro tombe per farli pogare come dei forsennati. Il genere è technical brutal death metal e qui ne siamo ai vertici: è suonato in modo divino e composto da entità sovrannaturali, perché non basta un cervello umano per scrivere musica di questo livello; con arrangiamenti di tastiera fantasiosi ed appropriatissimi, non precisamente usuali in questo genere così estremo, e che ben accompagnano le atmosfere orientaleggianti che questi figliocci dei Nile hanno infuso in questo grandissimo disco, giustamente considerato uno dei capolavori del genere e diventato puro culto. Uno dei pochi o forse il solo esempio di one hit wonder nel brutal death, giacché Elvenefris è l’unico disco – e l’unico titolo, dato che non esistono demo o altre produzioni – uscito sotto la bandiera Lykathea Aflame. Prima si chiamavano in un altro modo (Appalling Spawn, decisamente anonimo, meno male che l’han cambiato) e dopo qualche tempo dall’uscita di questo debutto c’è stato un nuovo cambio di nome, semplificato in Lykathé, moniker da cui però non è uscito mai nulla.

Sono stati influenzati dai Nile e non lo nascondono per nulla: la mano della band americana si riconosce immediatamente negli stacchi e nei passaggi di musica orientale/antico-egiziana. Ma i Lykathea Aflame hanno scritto e lasciato ai posteri un disco che i Nile non avrebbero mai saputo scrivere. Altro che l’allievo che supera il maestro, qui ci sono dieci pezzi uno più bello, coinvolgente, aggressivo, melodico, brutalmente tecnico, estremo, schizzato dell’altro, nei quali i riff si susseguono incessanti e incasinati tra interludi acustici, tirate forsennate tesissime, rallentamenti da agonia e perfetto growling fantasioso. Se proprio bisogna trovare un difetto, la conclusiva Walking into the Garden of Ma’at, 11 minuti di musica elettronica basata sulle sole tastiere con tanto di effetti tipo uccellini che cinguettano e fronde mormoranti di alberi, se la potevano risparmiare. È come se fosse una sorta di lunghissima outro che si può tranquillamente skippare, tanto anche senza di questa il disco dura comunque un’ora e qualcosina. Non è che sia inascoltabile, è solo che con il resto della musica c’entra poco ed è noiosetta anzichenò.

È stato ristampato da poco anche in versione doppio vinile, ma si trova facilmente anche in CD e digitale.

Tomáš Corn, il batterista, attualmente suona in Cult of Fire e Death Karma, entrambi gruppi di death metal tecnico con vaghe influenze black, ed entrambi esempi di classe cristallina recentemente assurti agli onori della critica, anche se non è moltissimo che sono in circolazione. Ciò mi fa temere che Lykathea Aflame, o come si chiama oggi, sia un progetto morto e sepolto, ma a questo punto cosa importa? Hanno scritto Elvenefris, noi tutti abbiamo Elvenefris da ascoltare e allora basta cazzeggiare, scaraventatelo nello stereo al massimo volume e fate crollare le piramidi! (Griffar)

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