L’evoluzione della specie: gli OBITUS

Siamo agli albori del nuovo millennio, e nella prolifica scena black metal di Göteborg si fa strada un nuovo progetto, un duo di terroristi che hanno la fama di essere due malati di mente, due misantropi che non amano la popolarità, dei quali non si sa nulla se non che sono fieri della loro pessima reputazione, sono incazzati con il mondo intero ed amano odiare. Si chiamano Obitus, si autoproducono un demo CD-R che stupisce i pochi che riescono a metterci le mani sopra (non era mica facile come adesso mettere le mani su certi dischi…) per la violenza distruttiva, quasi insensata dei tre brani. Intendiamoci, non inventano nulla. Semplicemente scrivono tre brani – undici minuti scarsi di musica – di violentissimo, puro swedish black metal. In pratica si candidano a riempire il vuoto che hanno lasciato nell’underground i gruppi storici oramai costretti a compromessi, che, seppur non in larga parte, più o meno tutti quanti hanno dovuto accettare.

Gli Obitus sono ancora più violenti di gente come i Marduk dell’era-Panzer division, che non è un dischetto che fareste ascoltare alla ragazza che state portando fuori per il primo appuntamento ed è un termine di paragone che molti conoscono. Pura aggressione, riff semplici e selvaggi suonati con un astio e una cattiveria che raramente (se mai) ha avuto degli eguali. Un muro sonoro contro il quale ci si schianta e basta. Del resto, da personaggi che dai mostri sacri stessi della scena erano definiti dei pazzoidi cosa ci si può aspettare?

Fatto sta che il demo crea un discreto entusiasmo nell’underground, per cui, per battere il ferro sinché è caldo, dopo un annetto giusto li ritroviamo a partecipare ad un 4-way split CD per la minuscola Christcrusher Records assieme ai Kult ov Azazel (gruppo storico statunitense piuttosto famoso, di black metal satanico di forte ispirazione europea, con influenze death tipo Immolation/Angel Corpse, che hanno una barcata di ottimi dischi in curriculum), Humanicide e Thy Lord (loro invece sono due gruppi francesi rimasti al livello di demo-band, questo split CD è stato il punto più alto delle loro brevi carriere, terminate nel giro di tre-quattro anni; suonano raw black metal discreto senza particolarità stravaganti –cioè: picchiano e basta con il cantante che si strangola – e se proprio non siete dei fanatici collezionisti potete tranquillamente risparmiare tempo e soldi ed evitare di cercare le loro cassette). Anche in questa occasione gli Obitus ci massacrano con 4 brani violentissimi, furiosi, carichi di odio verso tutto e tutti. La loro musica è capace di ridefinire il termine “estremo”: in poco più di 14 minuti aggrediscono l’ascoltatore, lo inchiodano ad una croce rovesciata a testa in giù e si dilettano della sua agonia. Occhio che c’è un motivo se insisto sulla durata dei loro dischi: poi capirete perché.

Vincono di gran lunga il confronto con le altre band che troviamo sul CD, che vale la pena avere solo perché ci sono anche loro, e poi… poi spariscono.

Non se ne sa più nulla, non ci sono progetti o notizie di nuovi dischi o concerti, niente di niente. Passa un bel po’ di tempo, più o meno cinque anni, e di punto in bianco esce un EP, Stratagema, di tre brani. Altro giro, altro regalo come sulle giostre: neanche un quarto d’ora di violenza cieca, totale. Armonia? Melodie? Giusto l’indispensabile per non scadere nel noise puro e semplice, ma quello che la band vuole esprimere è solo puro odio. Presente i Dissection? L’opposto.

Nel booklet del CD (scarno, il classico 4-panel con testi e crediti) la band precisa che i pezzi risalgono al 2001 e che non necessariamente rappresentano il sound del gruppo nell’anno 2006 ma tant’è, chi conosce gli Obitus sa che ogni volta che si mettono i loro dischi nello stereo il mal d’orecchie è garantito, se lo si evita è solo perché il disco dura poco. Dopodiché spariscono di nuovo. Fino al 2009 non ce n’è traccia finché, praticamente dieci anni dopo la loro prima comparsa nella scena e qualcosina di più dalla loro fondazione, esce The March of the Drones, il loro primo full-lenght per Eerie Art productions. Così, di punto in bianco.

Che dopo tutto questo tempo qualcosa sia cambiato lo si capisce sin da subito. Nel disco ci sono 7 brani, i primi 4 classicamente bastonata-in-faccia Obitus-sound, un pelo più curati negli arrangiamenti (ad anticipare le bordate di obice ci sono persino delle parti atmosferiche, roba mai sentita) e poi tre brani lunghi, molto lunghi… pazzescamente lunghi se si pensa che il solo Inconsequential gira sui 12 minuti, quasi quanto uno dei loro precedenti EP per intero.

Negli anni hanno imparato a suonare meglio gli strumenti, hanno capito che un pezzo può anche essere studiatamente violento senza per forza doverlo vomitare in faccia all’ascoltatore e fargli sanguinare le orecchie. La fonte d’ispirazione diventano i Dawn, gruppo mitologico e sottovalutato. Ecco, nei brani più lunghi è come se stessimo ascoltando i Dawn mentre si cimentano con le sonorità acide e distorte dei Deathspell Omega periodo Si Monumentum Requires Circumspice. Durante tutto il disco la tensione rimane altissima, il blastbeat è ancora il tempo di batteria prediletto, il cantante si sgola con uno screaming tagliente, perfettamente appropriato al contesto; stupiscono semmai le sovraincisioni di chitarra armonizzate quasi memorizzabili, per loro un enorme progresso visto che per tutta la loro carriera l’unica cosa che pareva interessargli era picchiare e basta.

Il risultato è un discone della madonna, poche storie. Ingiusto ed immeritato l’oblio nel quale è sprofondato. Portandosi con sé l’intero progetto, perché dopo c’è solo il silenzio. Un lunghissimo silenzio di otto anni, durante i quali della band chiamata Obitus nessuno sa un accidenti di nulla. Poi, inaspettato ed inatteso, esce Slaves of the Vast Machine.

Ed è qualcosa di pazzesco. Un solo brano! 45’40” di musica, qualcosa che nessun altro ha mai tentato prima. Quarantacinque minuti e quaranta secondi, una black metal opera. La Supper’s Ready, la A Change of Season del black metal, tranne il piccolo particolare che i due succitati brani di Genesis e Dream Theater arrivano ai ventidue minuti e mezzo, figurarsi. Capito perché insistevo tanto sulla durata dei brani dei loro dischi?

Ora, di brani black metal lunghissimi ce ne sono a centinaia, impossibile anche solo pensare di elencarli tutti. Se però ci si avvicina ai venti minuti il discorso cambia: senza bisogno di filler, parti ambient di sola tastiera, effetti, parti recitate et cetera io me ne ricordo solo due: A Haudiga Fluag dei Lunar Aurora e Bis das der Tod die Zeit Besiegt dei Mjolnir che sono entrambi sui 21 minuti più o meno. Ma qui si parla di un brano lungo più del doppio, che ha una struttura complicatissima che prevede la ripetizione nel corso del tempo di una o più sequenze di riff. Il brano è suonato nella sua interezza, non è un assemblaggio di 6/7 pezzi diversi riuniti in uno solo tanto per fare i fighi e dire di aver inventato qualcosa di diverso. Il fatto è che gli Obitus si sono inventati qualcosa che in ambito black metal prima d’ora non aveva mai fatto nessuno, che in ambito black metal non ha uguali. Non oso pensare suonarlo in sala prove per intero prima di registrarlo… o vederlo suonato dal vivo (mi sa che è impossibile, non mi risulta che abbiano mai fatto una data e, se l’hanno fatta, sarà stato il classico concerto casuale nella birreria persa nel mezzo di un nebbioso nulla). E così ti trovi in mezzo ad un susseguirsi di melodie malinconiche, blast beat furenti, momenti tecnici che hanno sempre i Dawn come termine di paragone qui rivisti in ottica moderna, perché oramai anche i Dawn ci hanno salutato da tanto tempo. Il mood oscuro e maligno rimane, la tensione pure, ma quanto sono cambiati, in 20 anni? Quarantacinque minuti di musica li avevano messi in tre dischi, se ne infischiavano alla grande di melodie ed arrangiamenti e poi ti diventano quelli che creano qualcosa che nessun altro avrebbe mai osato.

Finirà che tra qualche anno qualche label di nicchia tipo NED pubblicherà un boxset celebrativo in vinile per riconoscere il giusto merito ad una band in grado di creare nel tempo musica di ottima qualità spingendosi oltre la solita routine disco/interviste/tour. Tipo come hanno fatto per i Sorhin, presente? Se lo meriterebbero… Questi pazzoidi hanno fatto qualcosa di nuovo, originale, di mai visto prima, e finora nessun altro ha provato a fare altrettanto.

Si dice che la band sia ancora attiva, anche se sono già tre anni che sono spariti di nuovo. Io notizie non ne ho, posso solo dire che su Bandcamp Slaves of the Vast Machine fu venduto anche in versione bundle con la maglietta, che sul davanti ha la copertina e dietro la classica O di Obitus che sembra il mirino di un fucile e la scritta “This is where it ends”. Finisce tutto qui. Un epitaffio? Chi lo sa. Certo, fare qualche cosa di più nuovo, qualcosa di oltre rispetto a questo disco, è inimmaginabile. Cos’altro si può comporre di più estremo? Di più diverso ?

È l’evoluzione della specie, nel tempo si cambia e si cambia in meglio. Questi terroristi hanno fatto la storia e dobbiamo essergli riconoscenti.

Grazie, ragazzi. (Griffar)

7 commenti

  • Un solo brano! 45’40” di musica, qualcosa che nessun altro ha mai tentato prima.
    Delìrium Còrdia 74 minuti

    "Mi piace"

  • “As relentless as totalitarianism”. Non male.

    "Mi piace"

  • Mirror Reaper, dei Bell Witch, è un unico pezzo di 48 minuti. Certo, col doom è facile andare lunghi, non è black metal (o post-black come si definiscono questi qui)

    "Mi piace"

  • Ciao a tutti, volevo solo precisare che , come ha detto Trainspotting, io mi riferisco ad un brano di puro black metal. Se andiamo nel doom o nella musica classica scrivere composizioni di un’ora e passa è non dico normale ma nemmeno inusuale.
    Fino ad arrivare ad estremismi di questo tipo, un solo brano, 11 ore

    Naturalmente io non sono la scienza infusa ma qualche disco in casa mia ce l’ho, ed ad oggi non conosco un solo gruppo black che abbia tentato qualcosa di simile. Puro black, non “in mezzo c’è anche un po’ di black”

    Piace a 1 persona

  • Metallaro scettico

    Non do giudizi di merito sulla qualità della proposta, ma chiunque abbia familiarità con il processo di registrazione oggigiorno, anche a livello amatoriale, potrà confermare che non c’è niente di eccezionale nel comporre brani così lunghi. Mica li suonano live…

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...