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Black metal ruttarone: URN – Iron Will of Power

4 novembre 2019

Nelle mie peregrinazioni alla ricerca del bello, che per la maggior parte finiscono quasi sempre nel brutto e nella noia, mi sono imbattuto negli Urn finlandesi. Il rischio della ricerca bulimica è quasi sempre di sovrastimare il gruppo in questione, nel senso che quando dopo tanta immondizia trovi qualcosa di carino improvvisamente sembrerà ai tuoi occhi bellissimo. Per gli Urn non è stato esattamente così: loro sono degli adorabili cazzoni e il loro disco nuovo non è per niente male. Gli esordi si perdono nel lontano ‘97, per quanto il primo LP 666 Megatons sia in realtà del 2001, disco simpatico di black-thrash anche se abbastanza canonico e sporco. Tirano avanti fino al 2008 passando per altri due LP, uno split e un demo, dopodiché il nulla, spariscono definitivamente dai riflettori che non si sono mai accesi. L’unica cosa che riesco a trovare del passato è una deliziosa intervista di tal Hanna Tsepesh in un blog fermo al 2012, ma eroicamente ancora online che vi linko qui.

Di seguito un piccolo stralcio:

Hanna Tsepesh: What is the inspiration to create the lyrics for URN band?
Sulphur: Aggression, hatred, violence, destruction.
Hanna Tsepesh: What is your personal vision about Black Metal and black Metal bands?
Sulphur
: Dead and buried.
Hanna Tsepesh: Some fans of you would like to know why did you choose black metal?
Sulphur: I haven’t chosen black metal.

Paura eh? Rispuntano verso la fine del 2016 con il solo Sulphur redivivo della formazione originale e con l’album The Burning. Se la ricerca fosse finita qui, ci troveremmo nel carino e basta, comunque da recuperare. Quest’anno però se ne escono con Iron Will of Power che consiglio caldamente a tutti perché è ancora meglio. È un disco di metallo ignorantissimo ovviamente, ma ci sono alcune cosette di sottofondo che aggiungono quel minimo di variazione che potrebbe trasformarsi in maggiore accessibilità, aprendo conseguentemente a un pubblico più vario. In particolare rispetto al passato è presente una leggera vena epica che mi tira su il sorrisino e che tutte le volte rischia di farmi partire i cori sull’autobus a pugno chiuso alzato e sguardo cattivo in direzione casuale, facendo balzare per aria la tenera segretaria che si stava tranquillamente guardando il cellulare senza nuocere ad anima viva.

L’inizio con Downfall of Idols già contribuisce a far salire l’adrenalina, che viene mantenuta su livelli medio alti più o meno per tutto il disco, con l’unica concessione al puro pathos nel brevissimo intermezzo strumentale Gates to Hyboria. I pezzi in generale tirano tutti abbastanza, ma qui e lì arriva la chitarra che strilla, lo stacchetto cadenzato o il coretto che fa da gancio e tira su un po’ di epica. Per descrivere questi elementi userò una band a me molto cara ma che voi mi chiederete che cavolo c’entri con un gruppo del genere. La band sono i Moonsorrow. L’analogia dunque non è tanto nella costruzione del pezzo, che qui è piuttosto basilare e diametralmente opposta alla struttura a suite dei conterranei pagani, quanto in certi piccoli dettagli, in qualche assolo e nel modo di interpretare il cosiddetto “blackened”. Il disco ha comunque un bel piglio live e il gran finale è affidato alla epica Will to Triumph che immagino renderebbe benissimo come chiusura di concerto, da cantare scapocciando e tuonando il ritornello con la birra in una mano e l’altra sulla transenna di un localaccio a caso, quelli che adoriamo, mentre si tiene il festival del black metal ruttarone. Non lo so, li vederei benissimo in una cosa tipo il Black Winter Fest, già teatro di band del calibro di Satanic Warmaster e Archgoat. Portatemeli in Italia, vi prego! (Maurizio Diaz)

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  1. Fredrik DZ0 permalink
    4 novembre 2019 22:19

    gran disco… chitarra solista sugli scudi, con un gusto anni 80 evidentissimo (l’assolo di spear of light per esempio, anche se nella versione demo era ancora più bello).
    Forse qualche parte tirata in più non avrebbe guastato, ma è veramente un ottimo album.

    "Mi piace"

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