Barbarella, una fiaba gothic metal

Tanti ma tanti anni fa (pensate, ancora non esisteva il Maurizio Costanzo Show), in una catapecchia situata nel bel mezzo di un campo sterrato, abitava una bambina chiamata Barbarella.

Figlia di contadini affabili e pacifici, ma talmente poveri da non poter permetterle un’istruzione, passava le sue giornate a dar da mangiare a due maiali anoressici e ad accompagnare una vacca mezza morta di fame in un campo là vicino, dove l’erba, indovinate un po’, scarseggiava assai. Fin qui nulla di strano, molte altre bambine sue coetanee conducevano la stessa vita, ma Barbarella aveva una particolarità, o meglio un rituale strano, personale e per certi versi inquietante: ogni sera, al calar del sole, prima di rientrare, si recava nel cimitero di Santa Pellagra, dietro casa sua; qui, seduta a gambe incrociate sopra la lapide di qualche sconosciuta (che cambiava a rotazione), cominciava a meditare intensamente, fino a quando la madre non la chiamava per la cena (che di solito consisteva in un fungo andato a male con contorno di chiodi arrugginiti, staccati dalle travi del tetto).

Quella, te lo dico io, parla con i morti… è il Diavolo!” – dicevano i vecchi contadini del vicinato, sottovoce, attanagliati dalla paura che potesse sentirli e scagliargli contro qualche sortilegio.

Una sera, inaspettatamente, mentre se ne stava seduta a meditare come al solito, a Barbarella apparve Santa Pellagra, in persona! Com’era bella! Stretta in una splendida e barocca vestaglia da camera, galleggiava e volteggiava nell’aria con la grazia di una dama dei tempi antichi, passandosi di tanto in tanto una mano tra i nodi della sua fluente capigliatura rossa. Quanto alla pellagra… quella vabbè, un po’ ce l’aveva eh, però non è che intaccasse così tanto la sua bellezza… sempre una bella rosciona rimaneva… comunque, andiamo avanti!

Barbarella non credeva ai suoi occhi: “Ti ho aspettata tanto! Ho pregato, ti ho invocata… e ora sei qui, davanti a me!” – disse, col viso grondante lacrime.

Lo so” – rispose soavemente la Santa – “oggi, dopo duecentosettanta tentativi, ti sei seduta sulla lapide giusta per l’invocazione, e ti sei meritata la mia apparizione. Ora, tu saprai che io posso esaudire due desideri… insomma, immagino tu non mi abbia chiamata perché sono bella o per fare due chiacchiere, vorrai esprim…

Sì sì, infatti!” – replicò la bambina, tagliando corto – “i miei desideri sono: un castello grande, sontuoso, arredato dai migliori interior designer del mondo, e anche un vestito, l’abito da ballo più bello che sia mai stato cucito!

Però… hai dei gusti piuttosto semplici!” – disse la Santa con una certa ironia (che Barbarella non afferrò) – “non è che vuoi anche un po’ della mia pellagra? Dai, se te la prendi tutta, hai diritto ad un altro desiderio, gratis, adesso, senza invocazione!”.

Barbarella non sembrò particolarmente interessata a quest’ultima proposta, per cui alla Santa non restò altro da fare che battere le mani due volte: PUFF! Ecco il castello! e PUFF! Ora Barbarella indossava, al posto dei due stracci che si metteva sempre, un bellissimo abito da ballo.

Uh, che meraviglia! Grazie, Santa!” – esclamò la bambina, correndo in direzione della sua nuova e lussuosissima dimora.

Da non crederci: Barbarella volteggiava estasiata per gli immensi e suggestivi corridoi del castello, cantando con una voce angelica mai avuta prima di allora. Era tutto nuovo e incredibilmente bello; finalmente lei non era più “la figlia di quel pezzente”, ma una principessa.

Ma il pezzente (suo padre), non avendola vista rientrare per cena, era andato a cercarla, e quando la scorse che ballava e cantava tra i merletti di quel castello andò (stranamente eh, perché non era da lui) su tutte le furie:

Ma che diavolo stai facendo, Barbarella! Tua madre stasera ha fatto il brodo di fuliggine, e tu che fai!? Ti intrufoli a casa dei principi!? Scendi subito, o vengo su io!

Barbarella divenne d’un tratto furiosa: come si era permesso suo padre di rovinare quel momento magico?

Prese un elmo da un armatura che si trovava nel corridoio, si affacciò nuovamente e gridò: “Io non ci torno in quella casa schifosa!”.

E così dicendo, scagliò l’elmo di sotto, dritto sulla zucca di suo padre, che si aprì a metà. Il padre, accasciato al suolo, cominciò a lanciare delle urla incredibili, che col passare del tempo diventavano sempre più rauche, profonde e gutturali (praticamente dei growl). E fra un growl e l’altro, Barbarella, come un angelo, cantava, ballava e volteggiava, in un loop inifinito.

E lo spettacolo durò a lungo.

Eh, cari lettori, se ci fossimo stati anche noi! (Gabriele Traversa)

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