Avere vent’anni: STEELHOUSE LANE – Slaves of the New World

Slaves of the New World esce, inosservato e all’apparenza anodino, preannunciato da una copertina psichedelica da romanzaccio cyberpunk, nel canicolare agosto 1999: città svuotate, tutti in vacanza, radioline sintonizzate su tutt’altre frequenze. Nessuno sforzo promozionale, i quattro gatti che avevano comprato il precedente Metallic Blue – uscito meno di dodici mesi prima – comprano anche questo, la band si scioglie di lì a poco nell’indifferenza generale, fine della storia. È, senza giri di parole, il più grande disco AOR di sempre alla pari con una raccolta dei Journey e Last of the Runaways dei Giant. Il genere andava molto forte negli anni ’80 della colonna sonora di Rocky 3, dei Def Leppard e Bon Jovi che vendevano milioni di copie in tutto il mondo, dei gruppi rock cristiano che negli Stati Uniti vendevano più di dieci Def Leppard e Bon Jovi messi assieme ed oltre, dei telefoni veicolari, della cocaina, delle giacche con le spalle di gommapiuma, delle prime supermodelle e delle prime protesi al seno; poi, passato il momento, è diventato e continua a essere forse l’unico genere realmente underground, le regole del gioco non bieche mosse imprenditoriali ma cause di forza maggiore: pubblico che si conta sulle dita di una mano, niente concerti, qualche paginetta nelle riviste curata da e indirizzata verso ossessionati totali che ascoltano solo quello, nessuna apertura all’esterno per il resto. Un gran peccato in questo caso, perché ogni pezzo dal primo all’ultimo sarebbe potuto diventare un hit-single da dominare la classifica di Billboard per mesi, anni, per il semplice motivo che ogni pezzo entra in testa fin dal primo ascolto per non uscirne mai più, letteralmente: è la cartolina dell’isola in Collateral, i cinque minuti di svago nei momenti pesanti che aiutano a non pensare a nient’altro, il mondo ideale dove vivere, una via di mezzo tra gli scenari di plastica di Miami Vice e una lunga, infinita puntata di Baywatch con i bagnini e le bagnine che non smettono mai di correre verso l’orizzonte al tramonto.

Una scarica di endorfine che è l’equivalente di qualche chilo di cioccolata in circolo e il cervello in pausa a tempo indeterminato, cullato da testi e ritornelli che restituiscono un’idea di America che non è mai esistita realmente se non dentro la testa del creatore, l’inglese trapiantato Mike Slamer, autore di sigle e jingle pubblicitari per portare a casa il pane, pioniere e veterano della scena delle chitarre cristalline e dei cori angelici e delle tastiere d’avorio e dei ritornelli spaccacervello, qui all’apice assoluto quanto a forma, ispirazione e rigore. Una realtà parallela di case sull’oceano e scenari di cartapesta iperreali, film mentali miliardi di volte più vividi dei film reali, come avere deciso di prendere la pillola azzurra dopo avere ingurgitato la pillola rossa; che sia questo stesso grado superiore di consapevolezza del quadro globale (la title-track), sparatorie tra cowboy sbarbi e stilosi alla Young Guns (Son of a loaded gun) o camminare sulla spiaggia come Don Johnson trattenendo il dolore dopo avere chiuso una storia seria (All I believe in), è uguale. Il pezzo che si incastra immediatamente nel cervelletto per non uscirne mai più è Seven seas; tutti gli altri seguono a ruota. Molti dischi non li ascolto più, altri ho dimenticato di averli mai ascoltati, altri ancora (la maggioranza) li riprendo al bisogno; Slaves of the New World è tra i pochissimi che non ho mai smesso di ascoltare. Sempre lì, sempre fresco come una Coca Cola, anche gli effetti sono gli stessi: dissetante e rinfrescante, ma ti fa anche venire il diabete e le palpitazioni se esageri. Dal 1999 il guilty pleasure personale a cui non saprei rinunciare. (Matteo Cortesi)

3 commenti

  • ditemi che state scherzando…

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  • io mi sto riavvicinando a sta roba passando per botte di retrowave altrettanto oltranzista nel replicare scenari anni 80. Bella riscoperta… i giant quelli per fortuna li ascoltai al tempo.

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  • Lucidissima la disamina dell’aor come forse unico genere veramente underground (alternativo?). E il disco è davvero bello. Un inciso: tutti i grandi nomi del genere, gente che sbancava le classifiche americane a botte di milioni di dischi venduti, adesso incidono per la Frontiers, che, per qualche strano motivo (o forse no, visto quanti pochi soldi mobilita l’industria musicale in Italia), non è mai menzionata tra le eccellenze imprenditoriali italiane (meridionali, per di più). Misteri.

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