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Avere vent’anni: giugno 1999

30 giugno 2019

BLINK 182 – Enema of the State

Gabriele Traversa: Questo disco, insieme forse ad Americana degli Offspring, costituisce il mio primo approccio alla musica. Prima di questo disco per me la musica non esisteva, era un’idea, un concetto informe che vagava nello spazio infinito, pronto ad esplodere come il Big Bang. Enema of the state ha un significato così antico, interiore e profondo per me che valutarlo con gli occhi seri di un adulto e cercare di chiuderlo in un recinto dicendo cose come “pop punk melodico ultra commerciale, gradevole ma che ha generato un’odiosa progenie di mostri col ciuffo e le scarpe a scacchi” è un atto offensivo e oltraggioso quanto picchiare un bambino. Ovviamente adoro tutte le tracce in esso presenti, senza riserve. Ma del resto, come si possono odiare il cielo, l’acqua e la terra… e che sono oh, un cattivo di Dragonball Z!?

Trainspotting: Formidabili quegli anni. Se c’è qualcosa che rappresenta così perfettamente il 1999 da tutti i punti di vista è Enema of the State. Era sinceramente impossibile non amare questo dischetto stupidino di canzoni stupidine di quei tre figli di puttana californiani dei Blink 182. I pezzi erano divertenti, i video erano divertenti e loro erano tre cazzoni che avresti voluto a ogni costo a giocare a beer pong alle tue feste scolastiche. Non mi dilungherò oltre perché non ce n’è alcun bisogno, ma chi c’era sa; e lo sanno anche quelli che si ascoltavano i singoletti di nascosto per non compromettere il proprio buon nome.

THERION – Crowning of Atlantis

Charles: Certo, una cosa bisogna ammetterla: Christofer Johnsson è uno che la zizza l’ha spremuta sempre fino alla fine. Precisamente come accadde già per l’impronunciabile A’arab Zaraq – Lucid Dreaming, che era una cosa a metà tra un album di cover e scarti di Theli, Crowning of Atlantis è una cosa a metà tra un album di cover e scarti di Vovin. Del maiale non si butta via niente, con la differenza che gli scarti di Theli erano molto più buoni di quelli di Vovin, che le cover erano più ragionate e anche più personali, che quello era un album celebrativo dei dieci anni di carriera e non ci stavano live inutili, eccetera. Mentre, dunque, A’arab Zaraq ricapita sovente nel mio stereo, questo lo avevo ascoltato solo una volta e poi rimosso completamente. Non ricordavo, infatti, che vi fosse pure una cover di Thor, che è pure bella (e vabbè, grazie al cazzo, parliamo di Thor).

THE JOHANSSON BROTHERS – The Last Viking

Cesare Carrozzi: Se non ci fossero incisi i suoni di batteria e tastiere più brutti dell’universo, ‘sto disco sarebbe almeno ascoltabile. Pure la chitarra di Michael Romeo potrebbe suonare molto meglio, ma in realtà è tutto sovrastato dalla batteria triggeratissima di Anders Johansson. Come produrre i dischi col culo. Ah, e pure la canzoni non sono granché. Peccato perché sprecare Michael Romeo così (e anche un Goran Edman ancora in formissima) è una roba proprio brutta. Vaffanculo.

NAGELFAR – Srontgorrth

Michele Romani: I Nagelfar (che ognuno di noi almeno una volta nella vita ha regolarmente confuso con i Naglfar) erano la creatura di Alexander Von Meilenwald, polistrumentista tedesco che dopo tre dischi con la suddetta band decise di prendere la propria strada autonoma dando vita ai The Ruins Of Beverast. Srontgorrth è il loro secondo lavoro dopo il bellissimo esordio Hunengrab Im Herbst: in realtà gli inediti solo solamente due, mentre i restanti tre pezzi sono rivisitazioni di pezzi appartenenti ai due demo e al precedente lavoro sopracitato, per una media di circa 15 minuti a pezzo. Già questo dato è un buon indizio per descrivere l’enorme complessità di questa band, visto che anche all’interno di un solo brano si poteva trovare di tutto: black metal di matrice ora pagana, poi sinfonica, a tratti avantgarde, parti campionate simil-industrial, momenti ai limiti del post rock e addirittura violini e tromboni che ogni tanto fanno capolino in questo complicatissimo affresco. Nonostante questo, la vera bravura dei Nagelfar era quella di riuscire a non annoiare l’ascoltatore, soprattutto grazie ad un gusto melodico davvero unico che contribuiva a far digerire composizioni più lunghe o complicate. Con la sua nuova band, Von Meilenwald accentuerà ancora di più questo discorso, anche se a mio parere la sua “band madre” rimane di gran lunga superiore.

SIGUR ROS – Ágætis byrjun

Edoardo Giardina: Ágætis byrjun mi ha sempre dato l’impressione di essere un qualche cosa a sé stante, sia all’interno della discografia dei Sigur Rós, che in generale nel panorama musicale. Venne dopo Von, un buon inizio molto grezzo, un album post-rock suonato con lo spirito di una garage band. Lo superò e ne stravolse completamente il sound, mantenendo sì una base post-rock, ma andando molto oltre, facendo mostra di una pulizia e di una ricercatezza stupefacenti e inaspettate. Lo stile di Ágætis byrjun diventerà il marchio di fabbrica della band islandese, ma rimarrà irripetibile. Persino ( ), per quanto fantastico, sarà molto più regolare e prevedibile.

DOKKEN – Erase the Slate

Marco Belardi: Il motivo per cui sono tornato da una fiera del disco con i dischi dei Dokken degli anni Novanta è che, se verso un gruppo mi sento in qualche maniera debitore, allora sono da considerare fottuto. Così fu con loro, dopo che Dream Warriors mi aveva rapito all’istante alla fine del terzo capitolo della saga di Nightmare. Non è facile avvicinarsi ad Erase the Slate: l’album solista di Don Dokken era già preistoria, e così i Lynch Mob. L’ideona del cazzo di riunirsi a George Lynch lo aveva portato tanto al successo immediato di Dysfunctional, quanto allo scopiazzare meramente i Soundgarden e sonorità affini nel successivo Shadowlife. Non esiste che un album degli eleganti e sontuosi Dokken potesse suonare in questo modo, non dopo che Dream Warriors ti aveva fatto scoprire l’hard’n’heavy da piccolo. Don Dokken, così, si rivelò essere in prima persona l’Assassino, dopo avere addossato tutta la responsabilità all’amico/nemico chitarrista. Compose un disco, Erase the Slate, che era tutto ed il contrario di tutto: dalla ruffianaggine dei primi brani con un fascino decisamente retrò, alle buonissime Maddest HatterDrown, passando per momenti radiofonici che consistevano in un rockettino non più autorevole di quello di Binaural dei – quasi contemporanei – Pearl Jam. Un’infinità di tracce, di ballad e di filler fecero di Erase The Slate l’ennesimo album di passaggio di un gruppo che si era esaurito con il meraviglioso Back for the Attack, e con i successivi rimasugli solisti.

HEIMDALL – The Temple of Theil

Cesare Carrozzi: Certi stacchetti strumentali mi piacevano parecchio, ma purtroppo, con tutta la buona volontà, c’è pure una voce inadatta al genere, o meglio inadatta e basta. Peccato, perché altrimenti non sarebbero stati male e qualche canzone non era affatto brutta, anzi. La voce però per un gruppo che fa power metal è importantissima, non c’è nulla da fare. E quindi niente.

GODGORY – Resurrection

Michele Romani: I Godgory si formarono in quel di Karlstad nel 1992, e, dopo una demo e un paio di dischi pubblicati sotto l’egida della storica Invasion Records, tentarono il grande salto con questo Resurrection, per il quale si scomodò addirittura la Nuclear Blast, che in quel periodo era ancora lontana dal produrre la merda plastificata dei giorni nostri. Il problema è che nel 1999 la label tedesca si era completamente tuffata nel business legato a generi come power e black metal (ai tempi in totale espansione), e la band svedese venne quasi subito messa da parte, tanto che dopo War Beyond del 2001 si sciolsero definitivamente. Ed è un vero peccato, perché il loro death metal melodico con sottili venature gotiche era una proposta veramente interessante. Rispetto ai primi due lavori un pochino più grezzi Resurrection aveva un approccio più easy listening e improntato alla forma canzone, con brani che seppur per nulla banali riuscivano a stamparsi in testa sin dal primo ascolto (ascoltatevi la title track o la stupenda My Dead Dreams per farvi un’idea). Un gruppo che assieme ai conterranei Gardenian avrebbe sicuramente meritato molta più considerazione, da riscoprire.

CHEMICAL BROTHERS – Surrender

Gabriele Traversa: Tu chiamale se vuoi emozioni” cantava il riccio di Poggio Bustone. Invece la prima frase che ti viene in mente dopo l’ascolto di Music Response (traccia d’apertura di Surrender) è “tu chiamalo se vuoi fomento”. Dopo due dischi (Exit Planet Dust e Dig your Own Hole) già debordanti classe e maturità, la terza fatica in studio dei Chemical Brothers è una specie di best of involontario (la sopracitata prima traccia, l’immortale Hey Boy Hey Girl, Out of control, Under the influence e non vado avanti perché queste non sono le Pagine Gialle). Immaginate per un istante che la creatività (la creatività eh, non la bellezza e neanche l’originalità) sia una pizza al taglio, dove un trancio da 1 euro bianca senza rosmarino sono gli Iron Maiden post-Dance of Death e una teglia funghi e salsicce grondante olio è, boh, il primo degli Slipknot. Ok? Bene, i Chemical Brothers della fine dello scorso millennio sono due tizi che si sono chiusi dentro la pizza al taglio, hanno cacciato via a pedate il proprietario, hanno chiuso la saracinesca e si sono mangiati quattro teglie di tutto. Chissà il cesso di casa dei Chemical Brothers dopo quell’abbuffata, non ci voglio neanche pensare.

SANTANA – Supernatural

Cesare Carrozzi: Commercialissimo. Ma, nondimeno, molto bello. Mi piacque parecchio vent’anni fa e suona fresco anche adesso, a differenza di tantissima altra roba commerciale che per un momento è in cima alle classifiche e due minuti dopo non se la ricorda nessuno. D’altronde, iperprodotto e tutto, è pur sempre Santana. A parte Corazon Espinado e Maria Maria, i singoloni dell’epoca, c’è un sacco di roba figa, anche una canzone con il sosia di Trainspotting a cantarci sopra, tal Eagle Eye Cherry, che è carina forte. Discone.

Trainspotting: Non potete capire quanto avesse rotto il cazzo ‘sto disco all’epoca. Ne hanno tirato fuori dei video che per un annetto buono ti mettevano pure nel citofono, tutti diversi e quindi apprezzabili da diverse categorie di persone, così che sto disco di merda te lo ritrovavi OVUNQUE: in ogni casa, in ogni negozio, in ogni supermercato, nella metropolitana, al pub, in ogni cazzo di posto, con la gente che appena partivano i bonghetti prendeva ad accennare un movimiento di fianchi col ritmo latino caliente andale andale. E tutti a dire ah ma senti che tocco sta chitarra, sta chitarra parla, sta chitarra è una sinfonia, sta chitarra questo, sta chitarra quello, e invece sta chitarra STOCAZZO. Ovviamente per scrivere queste due righe non mi sono messo a risentirlo, perché non voglio mai più averne a che fare, figurarsi sottoporsi volontariamente al suo ascolto.

LIQUID TENSION EXPERIMENT – 2

Cesare Carrozzi: Questo disco, insieme all’album precedente, è il prodromo di quelli che sarebbero stati i Dream Theater post-Derek Sherinian. Riascoltandolo vent’anni dopo, non suona più fresco di allora. E, dopo tanti anni con Jordan Rudess nei Dream Theater, è evidente che non avrebbe potuto essere altrimenti. All’epoca mi piacquero parecchio, sia questo che quello prima, e tutto sommato valgono un ascolto anche adesso.

DEF LEPPARD – Euphoria

Il Messicano: Vi ricordate la scorsa “puntata” di questa rubrica? Roberto mi avevo chiesto di parlare di alcuni dischi ignorati dagli altri. Bene: è successo anche questa volta. Io ovviamente ho risposto di sì pure a ‘sto giro, perché mi è sempre piaciuto tappare i buchi. Cominciamo quindi con Euphoria dei Def Leppard: una cacata unica. Dopo il terzo i Def Leppard fanno proprio schifo al cazzo. Via col prossimo.

L.A. GUNS – Shrinking Violet

Il Messicano: Avrei voluto scrivere due parole su Panzer Division Marduk, ma ha già detto tutto Roberto. Mi ritrovo, quindi, a dover tappare i buchi di cui vi ho già spiegato qui da qualche parte. A me degli L.A. Guns piace molto il primo album omonimo e poi anche il secondo, Cocked & Loaded. Tutti i loro album successivi o mi fanno schifo o non li ho sentiti. Sinceramente ora non ricordo con precisione se questo qui faccia parte della prima o della seconda categoria, ma secondo me sarà una porcheria. Vaffanculo, insomma. Ecco qua la seconda. Passiamo al prossimo buco da tappare.

PENNYWISE – Straight Ahead

Il Messicano: I Pennywise fanno parte della folta schiera di gruppi che ascoltavano gli skaters che frequentavo da giovincello quando facevo il coglione in giro con i rollerblade. Ne faccio cenno nella recensione dell’ultimo album dei Bad Religion. In pratica questi gruppi hardcore melodico californiano di metà anni novanta erano praticamente tutti uguali e fondamentalmente campavano con i compensi delle aziende che usavano i loro pezzi per le vhs sullo skate o per i videogiochi tematici. Straight Ahead, tra i loro album che ho sentito in passato, è forse uno dei peggiori. Alla fine questi erano gruppetti del cazzo nati per farti da sottofondo mentre saltavi sulle rampe, eh. E niente: tant’è. Andiamo avanti.

BIOHAZARD – New World Disorder

Il Messicano: I Biohazard erano già finiti e strafiniti da anni nel 1999, quindi indovinate un po’ com’è questo New World Disorder? Se avete risposto “piacevole come un sarcoma diagnosticato il giorno del tuo compleanno” ci avete preso in pieno. Fa un caldo bestiale ed io sono tornato da poco dal lavoro. Ho scritto queste quattro puttanate con Ruler of the Wasteland dei Chastain come sottofondo. Adesso mi sparo Venezuela – Argentina sotto il condizionatore. È molto difficile sopravvivere in questo mondo di ladri, vero? Sì. Ho finito.

PRIMAL FEAR – Jaws Of Death

Cesare Carrozzi: Assolutamente inferiore rispetto al precedente, ha inaugurato la tradizione di un album ogni anno o due dei nostri simpatici crucchi priestiani. In ogni caso qualche buon colpo lo piazzano, tipo la ultra ricchionissima Under Your Spell o Play To Kill. Non al loro meglio insomma, ma sappiamo che si sarebbero rifatti in seguito.

MARDUK – Panzer Division Marduk

Gabriele Traversa: Un delirio sonico, dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità. Panzer Division Marduk è la morte del pudore, della rettitudine, la rottura con tutti quei lacci e lacciuoli che, in una società parzialmente civilizzata come la nostra, ci impediscono di dare sfogo ai nostri istinti più bassi e selvaggi. Panzer Division Marduk è un tizio che entra in un bar e comincia a picchiare tutti, vecchie col barboncino comprese, e alla domanda “Perché lo stai facendo?” non risponde “Fermami tu, se hai il coraggio!”, come potrebbero fare, che ne so, i Pantera, e neanche “Fatte l’affari tua!”, come un Casamonica qualsiasi: no, risponde con una bestemmia, in screaming. Penso non esista niente di più liberatorio al mondo che uscire in balcone e urlare Christraping Black Metal o Fistfucking God’s Planet a ripetizione, a volumi da rave. E alla domanda “Perché lo stai facendo?” rispondere con una bestemmia, in screaming.

SMASH MOUTH – Astro Lounge

Trainspotting:

8 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    1 luglio 2019 09:41

    Su Santana mi trovo d’accordo con il Carrozzi, se si passa sopra a Corazon Espinado, che mio padre si ascoltava senza sosta, il disco in se non è male, e ti consegna un’oretta di pop rock piacevole e di atmosfera. Tra l’altro, Santana provò a rifare il giochino uno o due anni dopo, ma il botto non gli riusciì manco per il cavolo.

    I Godgory conosco solo il debut, che a me piace un casino, gli altri onestamente non li ho mai sentiti.

    A me i Liquid Tension Experiment hanno sempre fatto simpatia, tra i due lavori trovo più fresco il primo, che tra l’altro mi è capitato di risentire su Spotify non troppo tempo fa e secondo me da una pista ai Dream Theater attuali.

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  2. vito permalink
    1 luglio 2019 11:24

    ottimo ! mi e’ sempre piaciuta la “cazzonaggine”di certi gruppi e i Blink servirono proprio a questo,con la pornostar in copertina e qualche video con le loro chiappe inguardabili al vento !

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  3. Vanni Fucci permalink
    1 luglio 2019 16:40

    Somebody once told me the world is gonna roll me
    I ain’t the sharpest tool in the shed
    She was looking kind of dumb with her finger and her thumb
    In the shape of an “L” on her forehead
    Well the years start coming and they don’t stop coming
    Fed to the rules and I hit the ground running
    Didn’t make sense not to live for fun
    Your brain gets smart but your head gets dumb
    So much to do, so much to see
    So what’s wrong with taking the back streets?
    You’ll never know if you don’t go
    You’ll never shine if you don’t glow
    Hey now, you’re an all-star, get your game on, go play
    Hey now, you’re a rock star, get the show on, get paid
    And all that glitters is gold
    Only shooting stars break the mold

    Piace a 1 persona

    • 1 luglio 2019 17:57

      Piace a 3 people

      • Fanta permalink
        1 luglio 2019 22:07

        Non aveva cantato la stessa merdata anche sulla base di In the End? Conosco un sacco di gente che fa la stessa cosa con i propri modelli di riferimento per “leggere la realtà”. Questo ributtante panzone, che manco Jabba the Hutt, dimostra solo che quando vuoi vedere qualcosa monocromaticamente, le tue profezie finiscono per avverarsi. Rendendoti cieco, oltre che più brutto dell’ultima maschera de Corey Taylor.

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  4. 1 luglio 2019 21:23

    “quelli che si ascoltavano i singoletti di nascosto per non compromettere il proprio buon nome
    per me andò così, ma non con in blink, per i quali avevo la versione defender (dookie-ixnai on the hombre-una specie di teorema degli ulver esteso ad un genere), ma per tutti i cazzo di singoli dei primi due dischi dei linkin park

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  5. Fredrik DZ0 permalink
    1 luglio 2019 22:03

    Nell’ordine:
    blink apprezzatissimi, io me ne fregavo altamente e lo sparavo a volumi da rave (cit.) per poi magari passare ai marduk. un bel chissenefrega a tutto e tutti.
    santana: non si chi avesse spaccato di più i coglioni tra loro e gli stramaledetti rhcp. almeno del buon carlos rimane la stima per il personaggio e per il musicista, la rottura di balle era nel suo caso dovuta a una sovraesposizione veramente insostenibile. i rhcp invece fanno proprio cagare.
    buoni gli heimdall, peccato sì, cantante non all’altezza.

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  6. Lorenzo (l’altro) permalink
    1 luglio 2019 23:13


    Minchia, vero, eagle eye cherry.

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