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L’opposto degli ultimi Accept: U.D.O. – Steelfactory

11 settembre 2018

La mia principale preoccupazione era quella che se ne uscisse fuori con una copertina simile, o addirittura peggiore di quella di Decadent. Perché l’album era carino, e appunto per quello non gli si poteva spiaccicare davanti una roba del genere, nemmeno negli incubi peggiori.

Udo Dirkschneider come “solista” mi piace a tratti, soprattutto fino a Timebomb ma anche in opere recenti come Mastercutor e appunto la penultima. In mezzo ha sicuramente inciso un sacco di roba che poteva tenersi per se, ma glielo perdonerò sempre e un po’ a prescindere, perché è la voce storica degli Accept ed io a loro tengo tantissimo, direi ai limiti del morboso. Però, avere ascoltato di recente The Rise Of Chaos mi fa rivalutare un po’ l’intera faccenda, e capire quanto queste due separate band – all’ apparenza così vicine concettualmente – stiano vivendo situazioni in pratica opposte. Si può dire che gli Accept godano ancora della spinta data loro dal fattore “reunion”, che con Mike Tornillo ha già portato alla luce cose pregevoli come StalingradBlind Rage – nonché dell’entusiasmo scaturito dall’ aggiunta di un proiettile di alto calibro come Uwe Lulis – ma è innegabile quanto la band di Wolf Hoffman abbia fatto, proprio in The Rise Of Chaos, i conti con alcune carenze riguardanti la riuscita finale dei brani stessi. Una line-up affiatata con al seguito un sound già massiccio e rodato, ma che nell’ultimo album faticava a collezionare un sufficiente numero di canzoni memorabili, per farla breve. Anzi, per lunghi tratti si trattava proprio di un prodotto nella media, e se devo essere sincero ora come ora mi ricordo solamente di Koolaid, che era davvero molto carina. Un disco comunque sufficiente, pieno di buone intenzioni e meno feroce dei precedenti: mai abbastanza per gli standard a cui ci avevano abituato da Blood Of The Nations in poi. 

Il loro ex cantante, invece, superati i sessantacinque anni gode di buona salute creativa – album su album, attività live frequente inclusa quella dedicata ai vecchi classici degli Accept – ma fondamentalmente si trova alla mercè di una formazione senz’anima, in cui un buon chitarrista come Andrey Smirnov non può bastare – essendo oltretutto costantemente in preda delle melodie orientaleggianti che in un contesto come il metal mi tormenteranno a vita – e che meriterebbe una prima donna a dar sostanzialmente mano al vocalist sia in fase di scrittura dei brani, sia a livello di presenza scenica. Mi verrebbe da dire che gli manca uno come Kaufmann, ma le ultime cose incise con lui non è che fossero di chissà quale livello, anzi proprio Decadent le superava senza grossi problemi. Steelfactory è quindi un album all’esatto opposto di The Rise Of Chaos, in cui le potenziali hit non mancano affatto ma probabilmente vengono poco valorizzate dagli interpreti, e dalla solita produzione di merda ultrapulita e senza personalità. Peccato, perché nonostante il violento scimmiottare Thunderstruck in Make The Move subito nella prima parte del disco – come a dire “guarda che cazzo ti combino nel 2018!” – l’opener Tongue Reaper spacca culi a ripetizione e si fa seguire a ruota da un pezzo anthemico come In The Heat Of The Night, capace di suonare molto vicino alle mid-tempo acceptiane degli ultimi Ottanta. Rising High è un altro momento da ricordare, e che ci ricorda a sua volta quanto gli U.D.O. odierni siano a proprio agio ogni volta che decidono di aumentare la velocità, sensazione che per certi versi era stata già prevalente in Decadent. L’altro problema di Steelfactory sono le sue tredici canzoni, quindici nell’edizione completa di bonus, fra le quali spicca probabilmente Pictures In My Dreams in un finale comunque più che passabile. Dategli una chance, anche se un artista di questa caratura meriterebbe un produttore coi controcazzi, dei compagni di palco del medesimo livello e dunque la possibilità di registrare qualcosa che non venga dimenticato a un paio di settimane dall’ascolto. Per il momento, continuo a preferirgli gli Accept con Mark Tornillo, pur con le loro difficoltà recenti e considerando che il loro frontman non regge il confronto – di personalità, di importanza storica ed a parer mio di ogni altra cosa – proprio con Udo. (Marco Belardi)

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  1. weareblind permalink
    11 settembre 2018 12:29

    Concordo su tutto. Solo che l’ultimo Accept è brutto, sul serio. Anche io ho tenuto Koolaid e basta, mentre questo di UDO me ne ha lasciate 4 o 5. Album troppo lungo, 4 riempitivi in meno sarebbero andati benissimo.

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