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Avere vent’anni: SYMPHONY X – Twilight in Olympus

27 marzo 2018


Ho una certa nostalgia dei Symphony X vecchia maniera, meno aggressivi ma più proghettoni, più sinfonici, più neoclassici e, se vogliamo, anche più ingenui. I tempi di quando Russell Allen ancora non sporcava troppo la voce, degli stacchetti vocali a cappella alla maniera dei Queen, delle fughe o addirittura di quelle intere porzioni strumentali scippate di peso da Bach, Mozart o Chopin. Diciamo tutta la prima porzione di carriera fino a The Odyssey escluso. In questo senso, cioè considerando appunto la prima parte della discografia dei Symphony X, Twilight in Olympus risulta essere un lavoro minore, schiacciato da due mastodonti come The Divine Wings of Tragedy, dell’anno prima, e V, che lo seguirà a distanza di due anni. In realtà a me personalmente Twilight in Olympus è sempre piaciuto abbastanza, anche se frutto, con ogni probabilità, di pressioni da parte della casa discografica per uscire sul mercato con un prodotto nuovo di pacca subito dopo il botto di vendite che ebbe The Divine Wings of Tragedy, specialmente in Giappone.

E allora quando succede che bisogna battere il ferro finché caldo, ecco che uno magari usa che quello che ha pronto a disposizione e che, nel caso specifico, sono scarti del lavoro precedente più qualcosa di nuovo scritto un po’ affrettatamente qui e lì per riempire i vuoti in mezzo. Quindi, reclutato di corsa un altro batterista al posto dello storico Jason Rullo, tale Thomas Walling, pure piuttosto bravo ma poi inghiottito dalle spire del tempo e scomparso dal panorama musicale, i Symphony X si chiusero in studio, registrarono velocemente quei pezzi che compongono Twilight in Olympus, e poi diedero alle stampe il tutto sotto una di quelle copertine posticce che amavano mettere sui propri lavori tanto per evitare che qualcuno potesse incuriosirsi per sbaglio sfogliando il catalogo cd in qualche negozio (anche se da questo punto di vista il peggio lo raggiunsero con The Odissey). 

Twilight in Olympus suscitò buone reazioni, ovviamente non quanto The Divine Wings of Tragedy ma non non di meno positive. D’altra parte, ripeto, anche a me è sempre piaciuto abbastanza, con almeno un trittico di pezzi fantastici che sono Church Of The Machine, In The Dragon’s Den e Lady Of The Snow, quest’ultima con qualche richiamo alla musica tradizionale giapponese molto ben piazzato. Il resto sono canzoni pure riuscite alle quali però manca sempre qualcosa per essere complete, o per un verso o per l’altro. Through The Looking Glass è carina ma si perde in tredici e rotti minuti di durata, Orion e The Relic si lasciano ascoltare piacevolmente ma non lasciano poi chissà quale ricordo. Ma è comprensibilissimo, se consideriamo il capolavoro sfornato appena l’anno prima. Vale sicuramente la pena di riascoltarlo, che un po’ di nostalgia la tirerà fuori anche a voi. (Cesare Carrozzi)

3 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    27 marzo 2018 17:03

    essendo il primo disco dei Symphony X che ho sentito manterrà un posto speciale tra i dischi di Mr. Romeo e soci. E cmq la lunga suite “Through The Looking Glass” l’ho sempre trovata stupenda…

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  2. bonzo79 permalink
    28 marzo 2018 13:53

    più che discreto effettivamente!

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  3. Stefano Vitali permalink
    30 marzo 2018 18:58

    Pur schiacciato tra due giganti come il predecessore e V (a mio parere il vero capolavoro dei Symphony X), si fa apprezzare parecchio. La suite per me è seconda solo a Rediscovery nella loro discografia (non contando come suite When All Is Lost, quel pezzo mi fa morire), e Miller al basso saluta col botto. E poi che bello sentire Allen cantare più che ruggire…

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