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Fenomenologia dei razzi nel sedere – in memoria di Paolo Poli (1929-2016)

5 aprile 2016

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I giovani, com’è noto, sono tenuti per definizione a disprezzare e non seguire alcun consiglio dei propri genitori. Per questo ho scoperto molto tardi Paolo Poli. Non capivo cosa trovarci in quella vocetta toscaneggiante ed effeminata, che saltava dalle fiabe alle vite dei santi, passando per i mai lesinati insulti ai preti.

Poi, per caso, è arrivata l’illuminazione. Non sono mai diventato un aficionado – S. Rita da Cascia non l’ho mai finito, Caterina De’ Medici mai visto – ma le rare volte che mi capitava di incrociarlo in televisione, in qualche spezzone d’antan, la sensazione immediata era di avere a che fare con un essere di un’altra dimensione. Certo, intervistato da gente come Fazio o la Bignardi, Poli non poteva non spiccare, e all’ammirazione si univa una certa pena per il Mahatma perso nel Kali-Yuga. La sua ultima apparizione televisiva, “E lasciatemi divertire”, si salvava solo perché Strabioli stava zitto e lo lasciava parlare. Ma tanto bastava per far ripartire l’incanto.

Poli aveva erudizione, malizia e la fuck you attitude dei veri rocker e delle vecchie pellacce. Era uno che cavava il sangue dalle pietre, creava teatro dal niente, rendeva poetiche pure le canzonette del ventennio. L’ultima Epifania è stata la sua lettura dell’Artusi (che io e i miei ci regalammo a vicenda, chiudendo lo scontro generazionale), altro vero rocker toscanaccio non solo per i mustacchi kilmisteriani. Proprio grazie alle sue letture mi sono reso conto che Poli e Artusi erano come Sid Vicious e Johnny Rotten (o Fenriz e Nocturno Culto, volendo), che distruggevano la borghesia dall’interno spiegando al mondo che le cose stanno così e non cosà, che se non sai cucinare le costolette di daino o la trippa alla corsa (o non conosci Ariosto e Palazzeschi a memoria) meriti solo mazzate. Prendete questo passo delle “norme d’igiene”, dove Artusi percula il gotico pipparolo – e soprattutto le gotiche pipparole – e immaginatevelo letto dalla voce di Poli. A me non sembra ci sia altro da aggiungere.

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Cercate di abitar case sane con molta luce e ventilate: dov’entra il sole fuggono le malattie. Compassionate quelle signore che ricevono quasi all’oscuro, che quando andate a visitarle inciampate nei mobili e non sapete dove posare il cappello. Per questo loro costume di vivere quasi sempre nella penombra, di non far moto a piedi e all’aria libera ed aperta, e perché tende naturalmente il loro sesso a ber poco vino e a cibarsi scarsamente di carne, preferendo i vegetali e i dolciumi, non trovate fra loro le guance rosee, indizio di prospera salute, le belle carnagioni tutto sangue e latte, non cicce sode, ma flosce e visi come le vecce fatte nascere al buio per adornare i sepolcri il giovedì santo. Qual maraviglia allora di veder fra le donne tante isteriche, nevrotiche ed anemiche?”

La fuck you attitude non ha abbandonato Poli fino alla fine, quando i benpensanti sono andati a chiedergli cosa pensasse delle unioni gay, da lui subito derubricate come “una solenne rottura di coglioni”. Lo sviluppo del pensiero, poi, era davvero poco diplomatico:

“La verità è che solo io, tra i [miei] sei [fratelli], ero finocchio: è stata la Natura che, come al solito, ha saputo regolarsi. […] Invece di far sì che morissero in guerra o in qualche altro modo, ha usato me per contenere lo sviluppo demografico e il numero dei discendenti.”

Non me ne vorranno gli amici omosessuali, ma la logica caustica di Poli ha un certo fascino. Dicevamo: attitude – e in fin dei conti, Poli era l’essenza del (death)punk. Se Hank von Helvete ha potuto permettersi di urlare ai quattro venti che a lui piaceva correre dietro ai marinai, senza che nessuno lo zittisse, in fondo è stato grazie a Paolo Poli (e vabbè, anche a Pasolini e a Sandro Penna, ma loro non sapevano ridere come Poli). Ecco, questo è stato il mio primo pensiero alla notizia della sua morte, e l’eredità che porterò con me: non so se Hank conoscesse Paolo Poli, ma senza di lui, non avrebbe mai potuto – e probabilmente mai immaginato – di calcare i palchi di tutto il mondo con un razzo nel sedere.

One Comment leave one →
  1. 5 aprile 2016 15:16

    Colmerò questa mia lacuna culturale. D’altronde Poli avrebbe apprezzato il culturismo.

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