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CRYPTOPSY/ DISGORGE/ JUNGLE ROT/ FULCI @Traffic, Roma, 12.09.2014

16 settembre 2014
cryptopsy_donaldson

foto fregate via facebook a Yevhen Yeroshenko: ti dobbiamo una birra

Inizialmente i Disgorge avrebbero dovuto suonare dopo i Jungle Rot. Il batterista dei californiani si era però sfasciato il polso di recente e, pur sperando fino all’ultimo di reggere per tutto il tempo previsto per lo show, si è alla fine reso conto che sarebbe stato meglio invertire le posizioni in scaletta con i connazionali. Quando arrivo non sono ancora le 22 ma gli autori di She lay gutted, costretti a tagliare il set, hanno, ahimè, già finito. Meglio così, alla fine, dato che sono venuto soprattutto per i Jungle Rot e, senza il cambio di programma, me li sarei persi. Non ce l’ho quindi fatta manco per i Fulci, giovane formazione capitolina che tributa il Lucio nazionale a botte di truculento slam death metal. Mi ero messo pure la maglietta de ‘L’Aldilà‘ per l’occasione. Rimedio acquistando il loro ep.

Ho scoperto piuttosto tardi il combo del Wisconsin, per la precisione con il penultimo full Kill on command, sesto sigillo di una carriera ventennale, però me ne sono innamorato subito. Non hanno nulla di originale ma non esiste un’altra band a cui somiglino davvero. Hanno quel quid in più che li distingue dalle altre decine di gruppi che fanno grossomodo la stessa roba. Groove, impatto, cazzimma, chiamatelo come volete ma ce l’hanno. E dal vivo non deludono affatto. È una randellata dietro l’altra, tra estratti dal nuovo Terror regime e materiale più datato, come la bellicosa Worst case scenario. Mi metto in prima fila a scapocciare. Il pubblico, non ancora numerosissimo (oggi si è iniziato presto, però), risponde bene. Ci sono pure un paio di tizi che sanno tutti i testi a memoria. Il cantante sembra una specie di versione death compagnona di Peter Steele. Alto e nerboruto, capelli lunghi e neri, occhi chiari. Magari è un lontano cugino. Non posso fare a meno di notare che ai piedi ha due espadrillas, che saranno poco true ma sul palco devono essere decisamente comode. Gli altri tre sembrano i classici bravi ragazzoni yankee la cui figura corpulenta tradisce una grande passione per i barbecue. Peraltro ho appena letto su wikipedia che il Wisconsin è lo stato degli Usa dove si consuma più alcol nonché l’unico dove guidare da ubriachi è considerato una semplice violazione del codice della strada e non un reato. Ciò deriverebbe dal fatto che il Wisconsin, in origine, ospitava soprattutto immigrati di origine tedesca che hanno dato vita a una tradizione birraria con pochi pari oltreoceano. Magari è per questo che la loro musica è così influenzata dal thrash crucco.

cryptopsy_mattE poi tocca ai Cryptopsy. Se così vogliamo chiamarli. Perché siamo di fronte a un’operazione alla Entombed A.D. fatta un po’ meglio e con i diritti sul nome in cassa. Della formazione nemmeno originale ma precedente quella Caporetto di The unspoken king è rimasto solo il batterista Flo Mounier. Il chitarrista Christian Donaldson e il cantante Matt McGachy salirono a bordo proprio in occasione di quello che fu un maldestro tentativo di accodarsi al carrozzone deathcore, tentativo in seguito al quale mollarono invece la baracca due membri storici come Eric Langlois e Alex Auburn. La reunion con Jon Levasseur, storico axeman di None so vile, è durata giusto lo spazio dell’album omonimo che sancì un opportunista, ma riuscito, ritorno al brutal ultratecnico che li aveva resi famosi. Oggi sul palco salgono quindi in quattro e già questo è un problema, seppur attutito in parte dai suoni più che discreti. Perché quei pezzi sono stati scritti per due chitarre e il pur valido Donaldson da solo non riesce a bilanciare una sezione ritmica protagonista come quella composta da Mounier (che riesce a dimostrare doti tecniche impressionanti senza strafare mai) e dal bravissimo bassista Olivier Pinard, proveniente dai Neuraxis.

Se l’ottima prestazione degli strumentisti poteva, in qualche modo, essere data per scontata, McGachy – passando ai lati positivi – è stato un’autentica sorpresa. L’agnello sacrificale che, appena ventenne, su The unspoken king aveva fatto rizzare i capelli a tutta la vecchia guardia con le sue clean vocals è diventato un frontman maturo e trascinante, con una varietà di registri che copre tutto il repertorio, dallo screaming al pig squealing… Fino alle clean vocals stesse (proprio da The unspoken king viene recuperata, con un certo coraggio, Worship your demons). Carisma, potenza, presenza scenica. Tutto quel che serve e anche di più. Se la cava particolarmente bene nei pezzi cantati in origine da Mike DiSalvo (White worms, We bleed, addirittura Emaciate), al quale il giovane Matt è più accostabile rispetto al mai dimenticato Lord Worm, in virtù di un approccio maggiormente hardcore. E la scaletta è fatta apposta per far gioire i fan: si pesca parecchio da None so vile (si parte con Crown of horns e si chiude con Phobophile), mentre gli estratti da Cryptopsy sono ridotti al minimo sindacale. E, quando ci salutano, vorremmo restassero ancora un po’ con noi. Insomma, al netto delle riserve da vecchio fan rompipalle, ci siamo divertiti un sacco, dai.

I Jungle Rot, intanto, vi salutano dal Colosseo:

jungle_rot

 

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