La finestra sul porcile: Troll Hunter

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L’industria cinematografica norvegese è famosa per non averci regalato un horror che sia uno nel suo secolo abbondante di storia. Imbrigliati da una legge sulla censura che per oltre novant’anni ha sfiorato il ridicolo, i cineasti norvegesi non hanno mai potuto confrontarsi con un genere che, per gli scenari naturali ed il patrimonio di miti e folklore locali, avrebbe potuto rappresentare un terreno più che fertile.
Solo nell’ultimo decennio qualcosa si è mosso ma se gli unici titoli vagamente conosciuti all’estero sono Villmark (thrillerino uscito una decina d’anni fa, subito dopo My Little Eye col quale condivide il pretesto iniziale del reality show e dei protagonisti sperduti in una casa in mezzo al nulla) e Dead Snow (parodia demenziale – o almeno spero lo fosse nelle intenzioni – con zombie nazisti che assaltano un gruppo di ragazzi in vacanza in una baita isolata), significa che la strada per rimettersi in sesto è ancora molto, molto lunga.
Un timido tentativo nella direzione giusta arriva con Troll Hunter, film diretto da André Øvredal uscito alla fine del 2010 e distribuito, in Italia, solamente in dvd.
L’idea è quella del mockumentary : una troupe del Volda College segue un presunto bracconiere, responsabile della morte di alcuni orsi, salvo scoprire che il rude e schivo Hans è sì un cacciatore, ma di troll, più nel dettaglio di troll che hanno sconfinato in territori proibiti. Il nostro svolge la sua professione al soldo del governo norvegese, che ha costruito tutto un intero apparato segreto fatto di veterinari, ricercatori e finanche di grigi burocrati per occultare alla popolazione l’esistenza di queste creature gigantesche, maleodoranti e particolarmente attratte dalla carne di cristiano. Trattandosi di un mockumentary, occorre precisare che, rispetto ad altri prodotti simili, qui riusciamo a mantenere un certo grado di plausibilità, laddove le pecche di ingenuità (a volte sconcertanti) stanno altrove. La telecamera è accesa quando deve essere accesa, riprende quello che può umanamente riprendere ed ha una sua utilità (la visione notturna nei boschi e nella grotta) funzionale ad una fuga. Insomma, nessuno dei personaggi decide di immolarsi perché “il mondo deve sapere” e questo è già un punto a favore.

A dispetto del continuo refrain intonato da uno dei tre documentaristi, che definisce Hans come “un vero super eroe norvegese”, tutti, in Troll Hunter, sono mossi da ideali assai poco nobili ed affascinanti – i soldi e la prospettiva dello scoop giornalistico per i ragazzi, la noiosa routine per il cacciatore – lungo una Norvegia inospitale, con poche concessioni ai paesaggi da  cartolina e la costante sensazione di una natura che incombe inesorabile sui destini dei personaggi.
Perfino lo scontro finale con l’enorme Jotnar viene svuotato da significati alti. Non è l’ossessione di una vita per Hans, non è una battaglia epica per imporre una supremazia ma il tutto viene ridotto ad uno “sporco lavoro che qualcuno dovrà pur fare”. C’è, insomma, un cupo fatalismo di fondo che aleggia lungo tutti i cento minuti del film, un meccanismo che impone un’azione svincolata da qualsiasi principio che non sia dettato dal più elementare istinto di conservazione della specie, che è poi lo stesso che guida i troll nella ricerca del cibo. Sta qui, a mio avviso, la principale differenza tra Troll Hunter e i suoi parenti più o meno stretti, quasi sempre ridotti a puro intrattenimento quando non, addirittura, a mero divertissement del regista di turno.
Detto dell’utilizzo sensato della camera a mano e della discreta resa dei troll in digitale, resta comunque misteriosa la svolta improvvisa nella psicologia di Hans che, dopo mezz’ora passata ad evitare qualsiasi sguardo umano, diventa di punto in bianco un fautore dell’informazione libera ed inizia ad autorizzare riprese in qualsiasi situazione.  Un peccato di ingenuità che passa in secondo piano quando, dopo aver visto l’improvvisata comitiva girare in jeep ascoltando canzoncine terrificanti, arrivano i titoli di coda:

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