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BLACK COUNTRY COMMUNION – Black Country/ 2 (Mascot/J & R Adventures)

17 luglio 2011

Se la top ten del 2010 fosse stata una top fifteen, come era nelle intenzioni mie e di Ciccio (demolite purtroppo da un bieco complotto ordito ai nostri danni), Black Country, il primo album dei Black Country Communion sarebbe sicuramente cicciato fuori, tra l’undicesimo e il dodicesimo posto. Ahimè nella vita a volta bisogna fare delle scelte difficili e, fidatevi, la top ten è la cosa che più mi ha dato da pensare da quando scrivo su questo blog. Non avendone ancora parlato, dunque, ritengo sia giunto il tempo per una doppia recensione del vecchio e del nuovo BCC. Ammetto e premetto di non essere mai stato attratto dai supergruppi come questo che vedono riuniti insieme artisti di grande spessore musicale o che hanno fatto scuola/carriera presso “mostri sacri” del rock o di altro genere ma che sotto sotto, molto spesso, non sono altro che dei grandi ammanicati con le alte schiere dello showbiz. Detto ciò, sebbene l’approccio iniziale a questo super combo sia stato ovviamente contaminato dal preconcetto, ho fatto presto ad accorgermi di poter subito mettere da parte tutte quelle chiacchiere sullo show business, perché è solo degli stupidi non cambiare mai idea. Come diceva il prof. Bellavista ai suoi discepoli: <<Guajù, il bene è il dubbio! Quando voi incontrate una persona che ha dei dubbi – state tranquilli – vuol dire che è una brava persona>>, e quando parla Bellavista è Cassazione! 

Cominciamo dal contesto. I succitati supermembri di questo neonato gruppo sono: Glenn Huges – lead vocals e basso – che ha suonato con mezzo mondo (ma soprattutto con i Deep Purple); Joe Bonamassa – chitarra e backing vocals – che ha suonato con la restante metà del mondo; Jason Bonham – batteria – figlio di papà (di quel Bonham che pestava le pelli con i Led Zeppelin); Derek “la pietra dello scandalo” Sherinian a fare quello che sa meglio fare, cioè alle tastiere (per me i Dream Theather sono stati un gruppo interessante fino a che c’era Kevin Moore, che volete farci). Nonostante le premesse questi super mercenari del rock sono stati capaci di tirar fuori un album, Black Country, non solo suonato da dio e perfetto in ogni sua sfaccettatura ma anche carico di energia e passione ed estremamente coinvolgente. Insomma non è una roba ipertecnica da specializzandi al conservatorio, è rock e basta! Le influenze principali di questo gruppo provengono, come i suoi componenti, da entrambe le parti del grande oceano Atlantico e sono ovviamente il blues americano, in primis, e il classic hard rock inglese. Groove di basso da paura, riff di chitarra spaccaossa, una bella voce da vecchio rocker navigato, una lezione di grande musica con qualche, pur-troppo palese, richiamo a Led Zeppelin e Deep Purple, come è immaginabile. Attenzione però a non ragionare come quelli che dicono “se voglio ascoltarmi i Zeppelin mi sento i Zeppelin e non una tribute band”. Non sopporto le tribute bands e questa non lo è affatto, provare per credere.

Non si può fare invece una simile apologia del secondo album dal nome ancora più minimale: 2. La seconda produzione dei BC Communion, forse troppo (troppo che diamine – mi puzza di business) vicina nel tempo alla prima, è molto meno ispirata e subisce la prevedibile stanchezza compositiva dei suoi membri. Essere freschi e fantasiosi come dei ventenni degli anni ’70 che si approcciano al rock per dei 40-50enni del 2011 che portano sul viso le rughe di tanti anni di palco non deve essere cosa facile, soprattutto se si vuole perseguire la via di un genere giovane e vitale come era appunto il rock made in seventies. Con 2 i BCC cambiano però traiettoria e sparano le loro (forse ultime – di già? Chissà…) cartucce verso il progressive rock inglese e la successiva ondata che portò negli ultimi ’70 e prima metà ’80 gente come i Rainbow di Ritchie Blackmore a sviluppare un rock che strizzava l’occhio al pop. Mettete tutto ciò nelle mani di Zakk Wylde e il quadretto è pronto. Non vi convince? Nemmeno me. Peccato perché le prime due tracce non erano niente male.

Resto dell’idea però, ed insisto, che il primo lavoro sia un capo-lavoro, per questo motivo ci spariamo insieme un bel pezzo tratto Black Country. Enjoy.(Charles)

4 commenti leave one →
  1. BigArca permalink
    28 luglio 2011 00:36

    Scusa… Che c’entra anche qui Zakk??

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  2. pepato permalink
    4 dicembre 2011 09:22

    Bah, se è ispirato questo pezzo (“one last soul”) non voglio sapere come siano i successivi…
    Derek Sherinian comunque è un grande, benché fichetto, e benché io condivida quanto dici sui DT.
    E sì, che c’entra Zakk Wylde???

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