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Gente che mangia la soia #2

8 luglio 2011

Victims – A Dissident (Deathwish) & Weekend Nachos – Worthless (Relapse)

A ‘sto giro vi maciullo le tempie con due dei dischi più incazzati dell’anno che dovreste ascoltare se, già alla fine di giugno, vi portate appresso un po’ di frustrazione accumulata.

I VICTIMS li avevo lasciati tempo addietro con un Ep che lasciava presagire una possibile svolta melodica tendente più al D-beat classico che alle sferzate hardcore-crust dei dischi precedenti. In effetti tra l’ultimo Ep (ma forse pure il full lenght precedente) e poco altro (ad esempio lo split con i pallosissimi Kylesa) era emersa quella sottile vena melodica disperata tipica dell’hardcore di scuola svedese e di tutti i suoi derivati che in fin dei conti è la vera forza dei prodotti che tira fuori di tanto in tanto la muscolare Deathwish Records.

La storia dei Victims è in effetti quella di mille altre band nate per soddisfare il bisogno di hardcore di molti ragazzotti col pallino per i Discharge, non importa se poi magari la grande stella dei Nasum (o quella minore dei Sayyadina) abbia offuscato la fama intorno ad una band con ben poche pretese ma molto rispettata nell’underground. Infatti Jon, un tempo cantante, bassista e ora chitarrista del gruppo, aveva raccolto un bel po’ di consensi nella comunità degli scoppiati di velocità già ai tempi del suo ingresso nei Nasum (Shift-era, per intenderci, in sostituzione del defezionario bassista dei Burst e assieme all’ingresso del chitarrista dei Regurgitate), tanto che dei Victims se ne è parlato dopo, nonostante una sfilza pazzesca di materiale.

I riferimenti storici sono quelli più classici: Discharge e Anti-Cimex su tutti, un sacco di crust urlatissimo (un genere quasi nativo della Scandinavia) e D-beat come se si dovesse galoppare verso la prossima distruzione. A dire il vero preferisco quest’ultima produzione dei Victims a tutto il resto prodotto precedentemente per evidenti ragioni di accuratezza e maturità del suono, ma non sento di dovermi stupire più di tanto per questa band come se stessimo parlando, che so, dei Coliseum, perché il suono è fondamentalmente sempre lo stesso: un incessante tuppà-tu-tu-ppà che altro non è che un unico up-tempo che assieme lega storicamente Discharge, No security e Disfear. Ed è proprio dai Disfear (compagni di etichetta scioccati dalla recente morte del loro bassista) che bisognerà ripartire, secondo me: suppongo che sia merito loro se la crescente dose di squartante melodia fatta di fiere impennate e oscure cavalcate più classicamente crusty è penetrata nel sound dei Victims. A questo si aggiunga l’ingresso dell’ex chitarrista dei Raging Speedhorn e la supervisione al mixer dell’attuale bassista degli Entombed.

Ora però permettete che io apra una piccola parentesi: se girate per il sito della Deathwish vi imbatterete in una miriade di gruppi metalcore e hardcore con le barbe, i muscolazzi e tanti altri gingilli straight edge, accaccì, crust, metal, tricchetracche, bombammano. I Victims sono in buona compagnia tra Coliseum, Disfear, Converge e copertine neogotiche… Però, il dubbio che un certo machismo stia prendendo piede anche tra le frange più “conservative” dell’hardcore, intendo anche tra quelle che non hanno alcuna ragione di condividere una poetica muscolare fatta di cosiddetti breakdown etc., un po’mi destabilizza. Mah. A me ‘sta svolta dei Victims piace molto, ma una parte di me non vuole convincersi del tutto. Troppo casino, troppe urla, troppo tutto e poca catarsi. Io il disco ve lo consiglio, sia che siate memori del sound fracassone e metallico dei loro precedenti dischi, sia che indossiate le toppe dei Wolfpack. Però attenti che da punk a quarterback a volte ci vuole veramente poco.

Non è molto che conosco i WEEKEND NACHOS, facciamo all’incirca da due anni, cioè dalla pubblicazione di quel capolavoro di malasanità grind e hardcore in due volumi che è THIS COMP KILLS FASCIST. Loro li trovate in fondo al primo volume della compilation, con quelle caratteristiche tipiche del loro sound: ritmi hardcoreggianti e stacchi grind, rallentamenti inebetenti, chitarre crunchy e quella odiosissima voce che mi ha reso inascoltabile il loro precedente album. Con questo nuovissimo WORTHLESS (il titolo dice già tutto) non fanno che riconfermare le caratteristiche tipiche del loro genere, personalizzato ma non troppo. Appunto: ritmi HC, stacchi grind, rallentamenti (molti più del solito), chitarre tostissime e bollenti e una voce finalmente ascoltabile, per dire, meno INFEST e più urlata, più grind e meno New York style bring da shit muthafucka.

E’ questa forse l’unica differenza che rende questo disco più gradevole del precedente? Non so, alla fine il genere è quello che è e gruppi come i Nachos fanno veramente poco per rendere diverse le tracce l’una dall’altra. Molto probabilmente hanno creduto di rendere più minaccioso il loro sound cedendo a rallentamenti un po’ troppo presenti qua e là, contaminando il genere con quelle spigolosità crusty fatte di paranoia monocorde e voce catarrosa. La produzione però fa spavento: chitarre grassissime, feedback squartanti e chi più ne ha più ne (o)metta.

Aspettando che la band produca qualcosa di totalmente folle, opportunamente modificato per rendere la proposta meno ossessiva e più inaspettata (sopprimendo una volta per tutte ‘sti rallentamenti, tipo nell’ultima traccia, manco fossero un gruppo drone) comunque non possiamo che confermare col nostro cuore accaccì un bel settemmezzo, a riprova di quanto inutile sia il formalismo artistico se già possiedi una bella estetica di genere che ti salva la faccia. Pensateci, dato che a volte a distinguere i Breach da un gruppastro qualsiasi non ci riuscirebbe manco Scaruffi, a riprova della pesantezza stilistica che certo hardcore si porta dietro.

Uomo avvisato, mezzo salvat((O)).

Abbonàtovi.

2 commenti leave one →
  1. 8 luglio 2011 13:16

    “A world of no beauty” dei Disgust:l’ultima traccia, dopo una mezz’oretta di crust/d-beat anche abbastanza metalloso, è un mi a vuoto per venti minuti…
    i Wolfpack me li ricordo qualche anno fa al Bencivenga, col nome ormai tramutato in Wolfbrigade:concerto della madonna, microfono che non funziona, un’anfibbiata in faccia, una chiaccherata con un amico e tanta birra…

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  2. Andraa permalink
    8 luglio 2011 14:29

    Ricordo ancora il giorno del mio compleanno di 10 anni fa; ero in fissa con i Limp Bizkit e compagnia bella. Mia cugina, professoressa di liceo, mi regalò Jane Doe su consiglio del commesso del negozio che lo etichettò come il disco più estremo uscito in quell’anno. Ecco, da allora ho compreso cosa volesse dire “estremo” in musica.

    Del catalogo Deathwish vi consiglio i Touchè Amorè!

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