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La mensa di Odino #3

7 marzo 2011

Ho voluto ascoltare gli ÁRSTíðIR LíFSINS perché Michele Romani li aveva inseriti nella sua playlist di fine anno. Voi ci scherzate, ma per tutti noi il responso di Michele è importantissimo. Dovreste conoscerlo per capire. Come l’uomo del monte, egli ha l’ultima parola sui dischi black. È in possesso di un ideale bollino di grimness che appone secondo la sua sensibilità, e la sua parola è definitiva. Michele Romani è la Corte di Cassazione dell’epico e maligno, il terzo grado di giudizio del grim&frostbitten; ne abbiamo parlato proprio ieri con Ciccio, a proposito di Belus di Burzum, che io non ho voluto ascoltare per evitare delusioni ma che mi sono deciso a comprare grazie al giudizio entusiastico di Mighi. Jötunheima Dolgferð, debutto dei tedesco-islandesi Árstíðir Lífsins, è quindi un disco approved by Mighi. In effetti ha tutte le caratteristiche per esserlo: folk-black metal tra Ulver, Falkenbach e Primordial, glaciale, notturno e riflessivo, senza cedimenti cartooneschi né concessioni thrash o death o, peggio ancora, power. Un album che ti catapulta in mezzo alle distese di ghiaccio artiche, tanto da poter essere ascoltato solo d’inverno o al limite nella macchina dello stesso Michele Romani, dove fa freddo anche il quindici agosto sotto il sole di mezzogiorno fermi in un parcheggio in cemento. A volte ci si spinge un po’ troppo in là, come nella sesta traccia Eigi hefr á augu, unnskíðs komit síðan, praticamente un coretto cantato per oltre sette minuti a cappella con di sottofondo brusii e gente che parlotta e ride, presumibilmente per dare l’impressione di un’allegra compagnia di vichinghi ubriachi in una baita di montagna dopo una battuta di caccia al cinghiale: l’apoteosi del coro da osteria, senza però riff da trattoria. Per quello che vale, gli Árstíðir Lífsins hanno anche la mia, di approvazione.

Diversi i sentieri musicali battuti dai DESTROYER 666, che volendo si possono anch’essi rubricare sotto la voce “black metal” ma che di glaciale, notturno e riflessivo non hanno, notoriamente, una mazza. To The Devil His Due riunisce, in un unico cd, tre dei loro precedenti EP sparsi in quasi vent’anni di carriera: Satanic Speed Metal, King Of Kings, Of Wolves Men And War (dalla copertina molto poetica) e See You In Hell. Non servono troppe parole per descriverli: Venom, Celtic Frost e Motorhead. O in alternativa: birra, puttane e offese a Cristo. Rimaniamo nell’ambito degli sporchi zozzoni per il nuovo BELPHEGOR, che della zozzeria hanno fatto un vessillo da ergere alto nei secoli dei secoli, finchè il sole splenderà sulle sciagure umane o quantomeno fino a che riusciranno a reggere il ritmo di un disco ogni cinque secondi con conseguente tour mondiale, in ogni  bettola disponibile a dargli due bottiglie di vodka per suonare e di supporto pure a mio cugino (quello che dovrebbe cantare negli Shaman). Certo, i dischi sono tutti uguali e quindi non devono sforzarsi più di tanto, ma immagino che debba essere stancante lo stesso.

una fan dei Belphegor

Se i Belphegor fossero una persona sarebbero uno di quei soggetti tedeschi di quarant’anni con la panza che si possono ammirare nei festival, quelli perennemente seminudi, ovviamente ubriachi da fare schifo, con un odore inquietante da fare il vuoto di gente intorno, che guardano le ragazze con aria assente lanciando loro apprezzamenti nel dialetto di Karlsruhe finchè non riescono, in chissà quale maniera, a fare la conoscenza di un loro omologo  femminile con cui si accoppieranno più tardi, in qualche squallido angolo fino a quel momento usato dalla gente per pisciare. Quei tipi che quando li guardi magari li stimi pure, grazie al fascino dalla che_cazzo_me_ne_fotto-attitude, e a cui però non ti ci avvicineresti manco sotto lauto compenso. Questi sono i Belphegor. Ah, il nuovo disco si chiama Blood Magick Necromance, ne è stato tratto un simpatico video ed è più o meno uguale a tutti gli altri, però prodotto da Peter Tagtgren. Enjoy.

Cambiamo genere con gli spagnoli DANTALION. A scapito del moniker da antibiotico, il loro terzo album All Roads Lead To Death è una cosa piuttosto seria. Atmospheric black metal, a volte sconfinante nel depressive, che alterna momenti più laceranti e sofferti ad altri più ritmati in cui riescono anche a fare sfoggio di una discreta tecnica strumentale, ovviamente in relazione al genere. I Dantalion sembrano tenere molto alla forma: niente zanzarine o fustini di Dixan picchiati in sottofondo, anche grazie all’apporto di Dan Swanö, qui curatore della masterizzazione. All Roads Lead To Death non è un disco originale, è semplicemente un bel disco: non fatemi scrivere l’ennesima recensione black metal che dice sempre le stesse cose; fatevi un favore e ascoltate l’album. O quantomeno Claws Of Pestilence, che trovate più sotto.

I CATHARSIS vengono da Mosca, la città di Fedor Dostoevskij e Nikolaj Gogol, e come loro scrivono in caratteri cirillici: per questo motivo il loro ultimo disco, Светлый Альбомъ, sarà qui abbreviato per comodità in Mortacci. Trattasi di power metal pomposo e sostenuto, carico come una molla ed epico quanto una cavalcata di operai incazzati che si liberano dei lacciuoli capitalisti verso una gloriosa era di dittatura del proletariato. È un suono molto moderno, progressivo quanto basta specie nell’uso di tappeti di tastiera e in certi stacchi strumentali, ritmicamente variegato e ben supportato da una tecnica individuale convincente ma mai invasiva. A volte, per il modo esagerato di caricare d’epicità le cavalcate, mi hanno ricordato i giapponesi Galneryus, che però sono meno ortodossi, più shreddosi e un po’ più stucchevoli, alla lunga. Pare che una dozzina d’anni fa, al debutto, i Catharsis facessero doom; io ovviamente non li avevo mai sentiti prima, ma Mortacci è un buon biglietto da visita. A volte c’è la sensazione che la carica epica sia troppa, ma probabilmente senza di essa Mortacci sarebbe stato un disco come milioni di altri. Non che adesso sia Somewhere Out In Space, ma ci siamo capiti.
(barg)

 

6 commenti leave one →
  1. funambolo permalink
    7 marzo 2011 13:48

    Mortacci lo devo per forza ascoltare

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  2. Mighi permalink
    7 marzo 2011 20:38

    non posso altro che confermare il giudizio del buon Roberto, questo è un disco “approved by Mighi” senza alcun tipo di ripensamento. Ascoltavo giusto ieri il suddetto disco all’interno della mia grim&frostbitten fiesta, tra il gelo di fuori, l’aria (ovviamente fredda) sparata al massimo e la grimness generata dalla musica di Árstíðir Lífsins, ho rischiato seriamente l’ibernazione istantanea. Brrrrrrrr.

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  3. Tulus permalink
    7 marzo 2011 21:32

    Carina la fan dei Belphegor.

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