Fartwork: le copertine fatte col culo #1

"The Origin Of The Feces" dei TON, una copertina fatta davvero col culo

E’ finita, ahimé, l’epoca dei vinili, delle grandi foto di copertina, dell’artwork ricercato e home-made, del gusto del possesso, del collezionismo, del baratto e delle cure maniacali. Già con la scomparsa delle audiocassette molto di questo è andato perso: la gioia nel trascorrere intere giornate a disegnare le proprie cover o copiare le più belle e poi a registrare, comporre, cancellare, riavvolgere con la Bic, sovraincidere, ricancellare, prestare, regalare, buttare ed infine pentirsene amaramente. Chi possedeva tutto ciò nel proprio DNA ha superato indenne l’era del CD. Ma con gli Mp3 come la mettiamo? Mi chiedo, chi è nato negli anni ’90 come farà a recuperare tutto questo? E allora deve intervenire il sottoscritto a ricordarvi che qui una volta era tutta campagna e, in particolare, a ribadire fermamente il valore indissolubile del legame musica-immagini nonché, sopra ogni cosa, il valore di tutte quelle orribili ed inguardabili copertine che ci hanno fatto conservare gelosamente un album pur quando questo suonava improponibile o che hanno dato valore aggiunto ai piccoli e rari capolavori dei quali ci consideriamo fieri detentori. È il momento dell’orrido e del kitsch. De gustibus disputandum est: eccovi dunque una nuova rubrica sulle copertine più brutte che occhio umano abbia mai visto nel mondo dell’heavy metal e dintorni! È il tempo di Fartwork, ovvero le copertine fatte col culo!

Ebbene, l’indecisione può far male certe volte, ed il sottoscritto era fortemente indeciso e titubante. Ero decisamente incollerito in quanto intestinalmente stizzito dalla pasta al “sugo estremo e dadaista, un po’ al limite del Tex Mex” con la quale io e Ciccio avevamo deciso di avvelenarci la sera prima, come da buon rito settimanale. Con letizia vi comunico che poi il traffico si è sbloccato, è filato tutto liscio come l’olio ed ho infine deliberato (se poi qualcuno desidera, in separata sede posso anche dare maggiori ragguagli su forma e colore). Preso il coraggio a due mani, superata l’impasse creativa, questa prima top 5 è presto fatta.

Si confessi chi non è mai “andato” con i Virgin Steele. Adorandoli da sempre, li delego sovente a colonna sonora del momento più bello della giornata e le visioni paradisiache che accompagnano l’atto sono quelle stimolate dall’immaginario romantico dell’Eden fantasy e barbarico di David De Feis in cui, oltre ad Atreo e Lilith, non possono mancare il black stallion e la sword of steele! E ovviamente il petto villoso in bella mostra a dimostrazione del fatto che tira più un pelo di David che il carro di Apollo. Cry for Pompei


Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore. Qui infatti si entra nella sfera affettiva: posto che in gioventù indossavo esclusivamente magliette degli Iron Maiden, a prescindere dalla stagione e dai rigori dell’inverno (anche il giorno della laurea ne indossavo una, ovviamente sotto al vestito poiché il mio relatore non era proprio Bruce Dickinson pur avendone lo stesso accigliato atteggiamento true), posto anche che si cresce e che le cose cambiano, vero è che non ne infilo una nuova da molti anni. Viste le più recenti raffigurazioni di Eddie non mi si può certo biasimare.

Indubbiamente induce seriamente a meditare il fatto che gli Iron, pur essendo una multinazionale monopolista traboccante di quattrini da poter annullare il debito del Terzo Mondo, abbiano selezionato o ancor peggio commissionato questa porcheria fatta col copia & incolla di immagini prese a caso da un servizio fotografico sul Carnevale di Putignano, che se mi cimento con Photoshop, ubriaco e bendato e mi taglio un dito come in Brother, in 5 minuti ne faccio una probabilmente migliore. Da notare la tizia con la pelata sulla destra davanti al cane bianco. Non era proprio possibile fare di meglio, vero?


DISCLAIMER: attenzione, la copertina di cui parleremo adesso è talmente rivoltante, pornografica e disgustosa che abbiamo pensato di occultarla per non turbare gli animi più sensibili. Se siete proprio sicuri di volerla vedere cliccate qui ma poi non dite che non vi avevamo avvertito.

Premetto che questa perla l’ho scovata digitando su google “copertine orribili” in quanto quello del brutal death/goregrind è un mondo a sé stante all’interno del quale temo ad avventurarmi (tra l’altro il nome Necrobios m’era totalmente ignoto). Credo che a tale genere si possa dedicare un filone tutto suo – lancio la sfida a chi volesse raccoglierla – ma questo mi sembra un buon anticipo di ciò che l’umana perversione è capace di concepire. Nemmeno il Divin Marchese avrebbe potuto immaginare di meglio. Cosa aggiungere dunque se non ribadire che la giovinetta ha un grande avvenire davanti (visti l’allegro compagno di giochi e la sfilza di salsicciotti che si tiene da parte) ed un glorioso passato… Dietro!


And the winner is… Wolf! Mai coperti dal punto di vista musicale, gli svedesi Wolf ci donano un pregevole esempio di inimitabile arte contemporanea. Come diceva il famoso teleimbonitore: “eerrrh quest’opera di Staccolanana è un capolavoro che renderà il vostro salotto un grande protagonista del ‘900”. Invocherei l’aiuto di un critico d’arte per fargli dire due parole perché non mi ritengo all’altezza: ma notate, notate, il mesmerismo negli espressivi occhi del lupo, chiara metafora della natura umana, e la mandibola cascante che sta a simboleggiare la caducità della vita, e il nascondismo della mano, Signori miei, la mano! Ma gliela tagliassero la mano a quello che ha disegnato ‘sta cosa. E COMPRATE ‘STO MUTANDARI!


Alla fine, mi sia concessa un’ultima personalissima menzione ad honorem e fuori classifica per Songs from the Crystal Cave, gioiello compositivo del mitico Steven Seagal il quale, pur nascondendosi dietro una facciata country soft, etno world e lollipop buddhist, è, e rimarrà sempre, un Defender poiché insito in lui è forte lo spirito della Metal Brotherhood! Hail to Steven!

Ebbene, termina qui questa prima rassegna di Fartwork, ovvero Le copertine fatte col culo. Sono sicuro che non c’è limite all’orrido quindi direi proprio che ci si rivede… (Charles Buscemi)

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