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DIE HARD – Nihilistic Vision (Agonia Rec.)

20 giugno 2010

Se questo blog è nato anche per esprimere una visione parziale e soggettiva del metal, estrinsecazione di un nucleo storico affiatato e che negli anni si è influenzato a vicenda sviluppando –al di là delle più disparate preferenze personali- un’attitudine comune, allora i Die Hard sono esattamente uno dei tipi di gruppi che troverete più volentieri qui sopra. Pur se usciti per Agonia records, sembrano il classico gruppo Osmose: metal estremo ignorantissimo, laido, sguaiato, sopra le righe, ostinatamente ottantiano, primordiale a tal punto che le influenze si limitano principalmente a Venom, Hellhammer e Sodom. Nihilistic Vision è il debutto, arrivato dopo due EP meravigliosamente chiamati Evil Always Returns e Mercenaries of Hell. Dieci tracce grezzissime con riff elementari rubati qua e là (Ciccio giura di aver sentito paro paro il riff di Imitation of Life degli Anthrax in almeno due canzoni, io personalmente ne ho beccati almeno tre presi di peso da And Justice For All –il disco, non la canzone) e poi testi che parlano di carneficine random, campionamenti di aerei da guerra e bombardamenti stile Panzer Division Marduk, tupatupa come se piovesse, addirittura durante la parte centrale di Ride The Incubus partono dei gemiti femminili e dei grugniti: un modo sputtanatissimo per rappresentare l’atto di accoppiamento di Satana, roba che lo avevano fatto pure gli Edguy (giuro).

Che poi non dev’essere neanche stato facile per loro, nati in Svezia, fare un disco del genere; resistere alla gente che ti dice di ripulire il suono, metterci una ritmica più elaborata, cantare come una persona normale, e loro niente, dritti per la loro strada concepita probabilmente durante ripetute serate di devasto totale mentre fuori ci stanno tre metri di neve e per uno svedese non c’è altro modo di svagarsi che riunirsi con un altro paio di scoppiati e bere vodka fino a perdere conoscenza, il tutto mentre Apocalyptic Raids suona in repeat da tre ore.
Ovviamente, disco dell’anno. Pare che Jon Schaffer stia facendo uscire, tramite un suo nuovo side-project, un album in cui parla dei suoi studi (…) sulla massoneria che governa occultamente il mondo, che a livello concettuale potrebbe essere il candidato ideale (tra l’altro io sto disco me lo immagino sempre con lo stesso riff stritolante e ignorantissimo che si porta dietro dai tempi dei Purgatory e che compare in almeno una canzone degli Iced Earth su tre), ma per il momento il tupatupa alcolico dei Die Hard vince su tutto.
Pensate a chi non può capire tutto questo. Gli indiboi con gli occhiali d’osso e la magliettina sbiadita beige. Gli appassionati di metalcore coi capelli bene in ordine, perché non sanno quello che fanno. Gli alternativi politically correct che pensano che il metal sia musica infantile e machista. I fan degli Opeth. A loro deve andare il nostro pensiero e la nostra compassione, a loro incolpevolmente lontani dalla luce del Vero, chiusi nel loro ambiente, ignari dell’esistenza del metal estremo cafone anni ’80 e di gruppi come i Die Hard che, in questo triste mondo malato in cui il metallo è talmente cambiato che a volte neanche lo riconosci, ci mostrano cosa vuol dire suonare brutto sporco e cattivo. Perché è bello che le cose si evolvano, che esprimano vitalità e freschezza, ma è ancora più importante ricordarci da dove tutto ciò viene, e magari riflettere sul fatto che nel 2010 ti carica di più un gruppo clone dei Celtic Frost che tutte le nuove new sensation da copertina che cercano ossessivamente di spacciarti per grandi band. Oppure possiamo fare come i Die Hard: non riflettere, solo birra e volume alto. Prova a fare di meglio adesso, Schaffer. (barg)

4 commenti leave one →
  1. Leonardo permalink
    20 giugno 2010 09:44

    nn ho parole: bargone candidato alle prossime presidenziali sud africane! Io lee vuvuzelas le porto, voi?

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  2. proscriptor permalink
    30 giugno 2010 00:53

    mi inchino al cospetto di cotanta recensione!! grande barg!! condivido in pieno!

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