Il documentario sui Red Hot Chili Peppers che nessuno aveva chiesto
Nonostante io sia poi passato ad ascoltare generi totalmente diversi, ovvero principalmente metal, sono tuttora molto legato ai Red Hot Chili Peppers, tanto che ricordo ancora distintamente quando li sentii per la prima volta nella mia vita: ovvero al Festivalbar (!) mentre suonavano By the Way, il singolo. All’epoca forse non avevo neanche dieci anni, ma entrai in fissa talmente tanto con quella canzone che dei parenti mi regalarono la musicassetta di By the Way, l’album, al mio compleanno, facendolo così diventare il primo album che io possa dire di avere posseduto. Nel giro di qualche anno decisi di iniziare a suonare il basso per puro spirito di imitazione verso Flea e mi furono donati i CD di Californication e Stadium Arcadium, non appena uscì – quest’ultimo dovrebbe fare, peraltro, vent’anni a breve (maggio 2026). Penso quindi di poter dire che i Red Hot Chili Peppers mi abbiano iniziato alla musica, ascoltata e suonata.
Ovviamente, più tardi, con un po’ più di maturità, cominciai anche ad ampliare i miei orizzonti musicai e ad approfondire il passato, molto più florido da un punto di vista artistico, della band californiana. Capii che probabilmente il meglio lo avevano dato senza Frusciante alla chitarra (io gli preferisco anche Navarro e credo che One Hot Minute sia un album molto sottovalutato), che Kiedis è un ottimo frontman e un cantante mediocre, ma comunque migliore dello stonatissimo Frusciante (a un certo punto lessi anche Scar Tissue, la sua autobiografia) e che Flea non sarà forse il miglior bassista del mondo come credevo a tredici anni (ricordo ancora sui forum quelli che si lamentavano che usava solo le pentatoniche), ma che rimane comunque il musicista più completo tra tutti loro e che da questo punto di vista è forse addirittura sottovalutato (se vi piace un po’ di fusion consiglio Honora, il suo disco solista uscito proprio quest’anno). Chad Smith rimane sempre invece il membro più inconsistente da un punto di vista caratteriale.
Quando mi sono messo a guardare The Rise of the Red Hot Chili Peppers: Our Brother, Hillel (tradotto in italiano in L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers) ero quindi a conoscenza di quanto agli esordi fossero dei pazzi scatenati e drogati, di quanto i loro primi album – personalmente li trovo tutti ottimi in maniera diversa e a modo loro ma comunque senza grossi scivoloni dall’esordio omonimo fino al già citato One Hot Minute – fossero stati originali, unendo punk, funk, psichedelia, rock e hip hop come nessun altro aveva fatto fino a quel momento; anche dopo di loro furono in pochi e forse solo i Primus (probabilmente ancora più pazzi) e i primissimi Incubus (invece molto più ripuliti) ci si avvicinarono. E conoscevo ovviamente anche Hillel Slovak, primo chitarrista della band a cui teoricamente questo documentario è dedicato, e quanto sia stato importante per definire le sonorità dei RHCP nonché di quanto sia stato, insieme a Flea, il membro che teneva in piedi la baracca da un punto di vista musicale, artistico e stilistico.
E il documentario si concentra in effetti su Hillel Slovak, partendo dal momento in cui si incontrò con Flea e Kiedis, intervistati lungamente per l’occasione, ma andando poi a ritroso sulla sua vita familiare con qualche flashback – dalla nascita a Haifa, nell’odierno Israele, al trasferimento a Los Angeles, la sua natura sensibile e la vita con la madre e il fratello. Ma in realtà vengono anche intervistati i membri dei suoi primi gruppi, gli Anthym e i What Is This, in cui, oltre allo stesso Flea, suonavano anche Jack Irons (nei RHCP fino a Mother’s Milk e poi anche nei Pearl Jam) e Alain Johannes, per un breve periodo anche nei Queens of the Stone Age. Altre persone intervistate sono la compagna con cui stava al momento della sua morte per overdose e il fratello James Slovak, che compare anche nei titoli di coda del documentario tra i produttori.
E proprio qui sta probabilmente il fraintendimento che hanno cercato di chiarire nel loro post i Red Hot Chili Peppers – o quantomeno come immagino che sia andata, pur non sapendo cosa faccia James Slovak nella vita e se produca abitualmente film e documentari. Considerando che si tratta di Los Angeles e di gente di un certo livello (non dimentichiamo che gli stessi Flea e Kiedis hanno fatto comparsate in vari film, da Il grande Lebowski a Point Break, e sapendo come questi ambienti funzionino) immagino che James Slovak stesso, che da una breve ricerca su internet e su Reddit sembra entrato in una fase della vita accattona molto simile a quella di Timo Tolkki (si parla di dirette a petto nudo dove fa vedere il fisico, polemiche, post cancellati, video per spiegare il post cancellato, richieste disperate ai fan dei RHCP di acquistare merch sul fratello, ecc.), abbia potuto proporre questo documentario, forte della conoscenza ancora molto stretta che ha con i membri della ex band del fratello. Netflix non se lo sarà fatto sfuggire, immaginando che non il nome dei RHCP avrebbe attirato attenzione – e difatti lo troviamo bello grande nel titolo – e ha relegato nel sottotitolo il nome di Hillel Slovak, cui il documentario doveva essere teoricamente dedicato, giusto per non farla troppo grossa. In alcune traduzioni – perlomeno in quella italiana – il sottotitolo è persino scomparso e questo è presto passato come il documentario sui Red Hot Chili Peppers.
Coloro che già conoscono molto bene il gruppo californiano non troveranno certamente nulla di troppo nuovo in questo documentario, che si fa comunque guardare con piacere – io personalmente non conoscevo giusto qualche dettaglio della vita intima e personale del chitarrista, ma di cui posso dire che mi frega il giusto, ovvero che disegnava, scriveva un diario e cose così. E la sensazione che con Hillel Slovak sia successo più o meno quello che è successo con Cliff Burton: un artista molto promettente, morto prematuramente in circostanze atroci sebbene diverse (overdose uno, incidente stradale l’altro), per i quali rimarrà sempre il rimpianto di non poter sapere quali vette avrebbero potuto toccare. Quello che mi rimane è soprattutto una riflessione su che posto assurdo e magnifico doveva essere musicalmente parlando Los Angeles in quegli anni (pensate anche soltanto a tutto il metal che ci arriva da lì). Probabilmente, quando andavi a bere una birra e sentire un po’ di musica nello scantinato pieno di scarafaggi sotto casa, avevi altissime probabilità di avere appena assistito al primo concerto di quelli che cinque anni dopo avrebbero rivoluzionato il loro genere e sarebbero finiti in rotazione su MTV. Se però questo documentario riuscirà a far conoscere i primi Red Hot anche solo ad alcuni di coloro che ascoltano e conoscono solo gli ultimi, avrà comunque avuto uno scopo e fatto un buon lavoro. (Edoardo)


Io l’ho trovato molto interessante, un amico ha tutt’ora come idolo lo sfortunato Hillel e me l’ha fatto conoscere a mia volta. Anche io ho ho un occhio di riguardo per “One hot minute” e condivido molte delle cose scritte nell’ articolo. Quei RHCP sono spesso dimenticati ma avevano un valore immenso rispetto a quelli odierni. Bello pure il disco solista di Flea, mentre tra i RHCP, Primus e Incubus io citerei pure i Mr. Bungle il cui primo disco è, a mio gusto, il miglior disco del cosiddetto crossover mai uscito (alla faccia dei sopravvalutati Faith No More).
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